"Nor Surhandak" è il blog del Centro Studi "Hrand Nazariantz". Questa Associazione Culturale ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico e nei suoi rapporti internazionali e con l'Italia in particolare.

12 giugno 2018

Da Armeno a Armeno di William Saroyan




The Armenian and the Armenian


In the city of Rostov I passed a beer parlor late at night and saw a waiter in a white coat who was surely an Armenian, so I went in and said in our language, How are you, God destroy your house, how are you? I don’t know how I could tell he was an Armenian, but I could. It is not the dark complexion alone, nor the curve of nose, nor the thickness and abundance of hair, nor is it even the way the living eye is set within the head. There are many with the right complexion and the right curve of nose and the same kind of hair and eyes, but these are not Armenian. Our tribe is a remarkable one, and I was on my way to Armenia. Well, I am sorry. I am deeply sorry that Armenia is nowhere. It is mournful to me that there is no Armenia.

There is a small area of land in Asia Minor that is called Armenia, but it is not so. It is not Armenia. It is a place. There are plains and mountains and rivers and lakes and cities in this place, and it is all fine, it is all no less fine than all the other places in the world, but it is not Armenia. There are only Armenians, and these inhabit the earth, not Armenia, since there is no Armenia, gentlemen, there is no America and there is no England, and no France, and no Italy, there is only the earth, gentlemen.

So I went into the little Russian beer parlor to greet a countryman, an alien in a foreign land.

Vy, he said with that deliberate intonation of surprise which makes our language and our way of speech so full of comedy. You?

Meaning of course I, a stranger. My clothes, for instance. My hat, my shoes, and perhaps even the small reflection of America in my face.

How did you find this place?

Thief, I said with affection, I have been walking. What is your city? Where were you born? (In Armenian, Where did you enter the world?)

Moush, he said. Where are you going? What are you doing here? You are an American. I can tell from your clothes.

Moush. I love that city. I can love a place I have never seen, a place that no longer exists, whose inhabitants have been killed. It is the city my father sometimes visited as a young man.

Jesus, it was good to see this black Armenian from Moush. You have no idea how good it is for an Armenian to run into an Armenian in some far place of the world. And a guy in a beer parlor, at that. A place where men drink. Who cares about the rotten quality of the beer? Who cares about the flies? Who, for that matter, cares about the dictatorship? It is simply impossible to change some things.

Vy, he said. Vy (slowly, with deliberate joy) vy. And you speak the language. It is amazing that you have not forgotten.

And he brought two glasses of the lousy Russian beer.

And the Armenian gestures, meaning so much. The slapping of the knee and roaring with laughter. The cursing. The subtle mockery of the world and its big ideas. The word in Armenian, the glance, the gesture, the smile, and through these things the swift rebirth of the race, timeless and again strong, though years have passed, though cities have been destroyed, fathers and brothers and sons killed, places forgotten, dreams violated, living hearts blackened with hate.

I should like to see any power of the world destroy this race, this small tribe of unimportant people, whose history is ended, whose wars have all been fought and lost, whose structures have crumbled, whose literature is unread, whose music is unheard, whose prayers are no longer uttered.

Go ahead, destroy this race. Let us say that it is again 1915. There is war in the world. Destroy Armenia. See if you can do it. Send them from their homes into the desert. Let them have neither bread nor water. Burn their houses and their churches. See if they will not live again. See if they will not laugh again. See if the race will not live again when two of them meet in a beer parlor, twenty years after, and laugh, and speak in their tongue. Go ahead, see if you can do anything about it. See if you can stop them from mocking the big ideas of the world, you sons of bitches, a couple of Armenians talking in the world, go ahead and try to destroy them.

New York. August, 1935.

from Inhale & Exhale, New York: Random House, 1936, pp. 437-38:

William Saroyan dalla pagina wikipedia in lingua greca

Da Armeno a Armeno


Nella città di Rostov passai a tarda notte davanti ad una birreria e vidi un cameriere in camice bianco che era sicuramente armeno, così entrai dentro e dissi nella nostra lingua: Come stai, Che Dio distrugga la tua casa, come stai? Non so come avevo potuto esser certo che fosse armeno, ma potevo. Non è solo la carnagione scura, né la curva del naso, né lo spessore e l'abbondanza dei capelli, e nemmeno il taglio vivace dei suoi occhi. Ce ne sono molti con la carnagione giusta e la curva del naso giusta e lo stesso tipo di capelli e occhi, ma questi non sono armeni. La nostra tribù salta agli occhi e io stavo andando verso l'Armenia. Bene, peccato. Sono profondamente dispiaciuto che l'Armenia non sia da nessuna parte. È triste per me che non ci sia l'Armenia.


C'è una piccola zona della terra in Asia Minore che si chiama Armenia, ma non è così. Non è l'Armenia. È un posto. Ci sono pianure e montagne e fiumi, laghi e città in questo luogo, ed è tutto a posto, non è meno bello di tutti gli altri posti del mondo, ma non è l'Armenia. Ci sono solo armeni, e questi abitano questa terra, non l'Armenia, poiché non c'è l'Armenia, signori, non c'è l'America e non c'è l'Inghilterra, e nessuna Francia, e non l'Italia, c'è solo la terra, signori.

Così sono andato nella piccola birreria russa per salutare un conterraneo, un alieno in una terra straniera.

Tu, disse con quella deliberata intonazione di sorpresa che rende il nostro linguaggio e il nostro modo di parlare così teatrale. Tu?

Sì, certo, io, uno sconosciuto. I miei vestiti, per esempio. Il mio cappello, le mie scarpe e forse anche il piccolo riflesso dell'America in faccia.

Come hai trovato questo posto?

Ladro, ho detto con affetto, ho camminato. Qual è la tua città? Dove sei nato? (In armeno, dove sei entrato nel mondo?)

Moush, disse. Dove stai andando? Cosa stai facendo qui? Sei un americano. Posso dirlo dai tuoi vestiti.

Moush. Adoro quella città. Posso amare un posto che non ho mai visto, un posto che non esiste più, i cui abitanti sono stati uccisi. È una città che spesso mio padre ha visitato da giovane.

Gesù, è stato bello vedere questo armeno nero di Moush. Non hai idea di quanto sia bello per un armeno imbattersi in un armeno in un posto qualunque sperduto del mondo. E un ragazzo in una birreria, per questo. Un posto dove gli uomini bevono. A chi importa della qualità scadente della birra? A chi importa delle mosche? Chi, se è per questo, si preoccupa della dittatura? È semplicemente impossibile cambiare alcune cose.

Tu, disse. Tu (piano, con deliberata gioia) Tu. E tu parli la lingua. È incredibile che tu non l'abbia dimenticata.

E portò due bicchieri della pessima birra russa.

E la gestualità armena, che significa così tanto. Lo schiaffo al ginocchio, ruggendo dalle risate. La maledizione. La sottile presa in giro del mondo con le sue grandi idee. La parola in armeno, lo sguardo, il gesto, il sorriso e attraverso queste cose la rapida rinascita della razza, senza tempo e ancora forte, sebbene siano passati anni, sebbene le città siano state distrutte, i padri, i fratelli e i figli uccisi, i luoghi dimenticati, i sogni violati, i cuori palpitanti fatti neri dall'odio.

Mi piacerebbe vedere un qualsiasi potere del mondo distruggere questa razza, questa piccola tribù di gente insignificante, la cui storia è finita, le cui guerre sono state tutte combattute e perse, le cui strutture si sono sgretolate, la cui letteratura è non letta, la cui musica è sconosciuta, le cui preghiere non sono più recitate.

Vai avanti, distruggi questa razza. Diciamo che è di nuovo il 1915. C'è una guerra nel mondo. Distruggi l'Armenia. Vedi se riesci a farlo. Mandali dalle loro case nel deserto. Lascia che non abbiano né pane né acqua. Brucia le loro case e le loro chiese. Vedi se non vivranno di nuovo. Vedi se non ridono di nuovo. Vedi se questa razza non vivrà ancora quando due di loro si incontrano in una birreria, vent'anni dopo, e ridono, e parlano nella loro lingua. Vai avanti, vedi se puoi fare qualcosa al riguardo. Vedi se riesci a impedire loro di prendere in giro le grandi idee del mondo, figli di puttana, un paio di armeni che parlano nel mondo, vai avanti e cerca di distruggerli.

New York. Agosto 1935.

trad. Carlo Coppola, giugno 2018

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