è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

13 maggio 2015

"La grande proletaria si è mossa" il discorso di Barga di Giovanni Pascoli

Discorso tenuto a Barga "Per i nostri morti e feriti"
il 16 novembre 1911


La Grande Proletaria si è Mossa - N. Zanichelli 
La grande proletaria si è mossa.
Prima ella mandava altrove i suoi lavoratori che in patria erano troppi e dovevano lavorare per troppo poco. Li mandava oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell'inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.
Il mondo li aveva presi a opra, i lavoratori d'Italia; e più ne aveva bisogno, meno mostrava di averne, e li pagava poco e li trattava male e li stranomava. Diceva Carcamanos! Gringos! Cincali! Degos!
Erano diventati un po' come i negri, in America, questi connazionali di colui che la scoprì; e come i negri ogni tanto erano messi fuori della legge e della umanità, si linciavano.
Lontani o vicini alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costrette a mutar patria, a rinnegare la nazione, a non essere più d'Italia.
Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Terra, come Colombo, a dir Avanti! come Garibaldi.
Si diceva: - Dante? Ma voi siete un popolo d'analfabeti! Colombo? Ma la vostra è l'onorata società della camorra e della mano nera! Garibaldi? Ma il vostro esercito s'è fatto vincere e annientare da africani scalzi! Viva Menelik!
I miracoli del nostro Risorgimento non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d'astuzia. Non erano più i vincitori di San Martino e di Calatafimi, gl'italiani: erano i vinti di Abba-Garima. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il coltello.
Così queste opre tornavano in patria poveri come prima e peggio contenti di prima, o si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.
Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d'acque e di messi, e verdeggiante d'alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l'inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.
Là i lavoratori saranno, non l'opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall'immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d'un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.
E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SI: Romani. SI: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.
- Ma che? - Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. - La Nazione proletaria, la nostra fornitrice di braccia a prezzi ridotti, non aveva se non il piccone, la vanga e la carriola. Queste le sue arti, queste le armi sue: le armi, per lo meno, che sole sa maneggiare, oltre il coltello col quale partisce il pane e si fa ragione sulle risse. Si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento. Qual risorgimento? Dalla vittoria d'un benefico popolo alleato aveva ottenuto Milano; da quella d'un altro, Venezia. In un momento che questi due alleati si battevano fieramente tra loro, ella aveva ghermito Roma. Così la nazione era risorta. E risorta, volendo dar prova di sè, era stata vinta da popoli neri e semineri E ora ... -
Ecco quel che è accaduto or ora e accade ora.
Ora l'Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli cinquant'anni ch'ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all'umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo.
Nessun'altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!
Guardate in alto: vi sono anche le aquile!
Un altro popolo ai nostri giorni si rivelò a un tratto così. Dopo non molti anni che si veniva trasformando in silenzio, eccolo mettere per primo in azione tutte le moderne invenzioni e scoperte, le immense navi, i mostruosi cannoni, le mine e i siluri, la breve vanga delle trincee, e il tuo invisibile spirito, o Guglielmo Marconi, che scrive coi guizzi del fulmine; tutti i portati della nuova scienza e tutto il suo antico eroismo; e coi suoi soldatini ...
O non sono chiamati soldatini anche i classiarii e i legionari d'Italia? Non ha l'Italia nuova in questa sua prima grande guerra messo in opera tutti gli ardimenti scientifici e tutta la sua antica storia? Non ha per prima battuto le ali e piovuto la morte sugli accampamenti nemici? Non ha, a non grande distanza dal promontorio Pulcro, rinnovato gli sbarchi di Roma? Non si è già trincerata inespugnabilmente, secondo l'arte militare dei progenitori, con fossa e vallo; per avanzare poi sicura e irresistibile?
Eccoli là, e sono pur sempre quelli e attendono al medesimo lavoro, i lavoratori che il mondo prendeva e prende a opra. Eccoli con la vanga in mano, eccoli a picchiar col piccone e con la scure, i terrazzieri e braccianti per tutto cercati e per tutto spregiati. Con la vanga scavano fosse e alzano terrapieni, al solito. Coi picconi, al solito, demoliscono vecchie muraglie, e con le scuri abbattono, al solito, grandi selve.
Ma non sono le solite strade, che fanno per altrui: essi aprono la via alla marcia trionfale e redentrice d'Italia.
Fanno una trincea di guerra, sgombrano lo spazio alle artiglierie. Stanno li sotto i rovesci d'acqua, sotto le piogge di fuoco; e cantano. La gaia canzone d'amore e ventura è spesso l'inno funebre che cantano a se stessi, gli eroi ventenni. Che dico eroi? Proletari, lavoratori, contadini.
Il popolo che l'Italia risorgente non trovò sempre pronto al suo appello, al suo invito, al suo comando, è là. O cinquant'anni del miracolo! I contadini che spesso furono riluttanti e ripugnanti, i contadini che anche lontani dal Lombardo-Veneto chiamavano loro imperatore l'imperatore d'Austria, e ciò quando l'imperio di Roma era nelle mani del dittatore ultimo, i contadini che Garibaldi non trovò mai nelle sue file ... vedeteli!
È l'ora dell'insidia e del tradimento. La trincea è in qualche punto sorpassata. I nostri sono fucilati al petto e pugnalati a tergo. Sopraggiunge al galoppo vertiginoso una batteria appena appena sbarcata. La rivoltella in pugno, gli occhi schizzanti fuoco, anelanti sui cavalli sferzati e spronati a sangue, vengono ... i contadini italiani. In tre minuti i cavalli sono staccati, gli affusti tolti, i cannoni appostati; e la tempesta di ferro e fuoco tuona formidabilmente.
Quale e quanta trasformazione! Giova ripeterlo: cinquant'anni fa l'Italia non aveva scuole, non aveva vie, non aveva industrie, non aveva commerci, non aveva coscienza di se, non aveva ricordo del passato, non aveva, non dico speranza, ma desiderio dell'avvenire. In cinquant'anni è parso che altro non si facesse se non errori e anche delitti; non si cominciasse se non a far sempre male e non si finisse se non col non far mai nulla. La critica era feroce e interminabile e insaziabile. Era forse un desiderio impaziente che la animava.
Ebbene in cinquant'anni l'Italia aveva rifoggiato saldamente, duramente, immortalmente, il suo destino.
Chi vuol conoscere quale ora ella è, guardi la sua armata e il suo esercito. Li guardi ora in azione. Terra, mare e cielo, alpi e pianura, penisola e isole, settentrione e mezzogiorno, vi sono perfettamente fusi. Il roseo e grave alpino combatte vicino al bruno e snello siciliano, l'alto granatiere lombardo s'affratella col piccolo e adusto fuciliere sardo; i bersaglieri (chi vorrà assegnare ai bersaglieri, fiore della gioventù panitalica, una particolare origine?), gli artiglieri della nostra madre terra piemontese dividono i rischi e le guardie coi marinai di Genova e di Venezia, di Napoli e d'Ancona, di Livorno, di Viareggio, di Bari. Scorrete le liste dei morti gloriosi, dei feriti felici della loro luminosa ferita: voi avrete agio di ricordare e ripassare la geografia di questa che appunto era tempo fa, una espressione geografica.
E vi sono le classi e le categorie anche là : ma la lotta non v'è o è lotta a chi giunge prima allo stendardo nemico, a chi prima lo afferra, a chi prima muore A questo modo là il popolo lotta con la nobiltà e con la borghesia. Così là muore, in questa lotta, l'artigiano e il campagnolo vicino al conte, al marchese, al duca.
Non si chiami, questa, retorica. Invero né là esistono classi né qua. Ciò che perennemente e continuamente si muta, non è. La classe che non è per un minuto solo composta dei medesimi elementi, la classe in cui, con eterna vicenda, si può entrare e se ne può uscire, non è mai sostanzialmente diversa da un'altra classe. Qual lotta dunque può essere che non sia contro sè stessa?
E lottiamo, dunque, bensì; ma sia la nostra lotta come quella che si vede là, della nostra Patria, per così dire, scelta, della nostra Patria, che vorrei dire in piccolo, se non dovessi aggiungere: no: in grande!
Lotta d'emulazione tra fratelli, ufficiali o soldati, a chi più ami la madre comune, che ne li rimerita con uguali gradi, premi, onori, e li avvolge morti nello stesso tricolore.
O voi che siete la più grande, la più bella, la più benefica scuola che abbia avuta nel cinquantennio l'Italia, armata ed esercito nostri!
Dicono che in codesta scuola s'insegna a oziare! E no: s'insegna a vigilar sempre. S'insegna a godere! E no: s'insegna a patire. S'insegna a essere crudeli a ogni incendio, a ogni inondazione, a ogni terremoto, a ogni peste, accorrono questi crudeli a fare da pompieri, da navicellai, da suore di carità, da governanti, da infermieri, da becchini. S'insegna a uccidere! S'insegna a morire.
Questa è la scuola che, oltre aver distribuito tanto alfabeto, ci ammaestra esemplarmente nell'umano esercizio del diritto e nell'eroico adempimento del dovere. Essa risponde ora a quelli che confondono l'aspirazione alla pace con la rassegnazione alla barbarie e alla servitù.
- Noi -- dicono quei nostri maestri -- che siamo l'Italia in armi, l'Italia al rischio, l'Italia. in guerra, combattiamo e spargiamo sangue, e in prima il nostro, non per disertare ma per coltivare, non per inselvatichire e corrompere ma per umanare e incivilire, non per asservire ma per liberare. Il fatto nostro non è quello dei Turchi. La nostra è dunque, checché appaiono i nostri atti singoli di strategia e di tattica, guerra non offensiva ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini e il loro diritto di alimentarsi e vestirsi coi prodotti della terra da loro lavorata, contro esseri che parte della terra necessaria al genere umano tutto, sequestrano per sè e corrono per loro, senza coltivarla, togliendo pane, cibi, vesti, case, all'intera collettività che ne abbisogna. A questa terra, così indegnamente sottratta al mondo, noi siamo vicini; ci fummo già; vi lasciammo segni che nemmeno i Berberi, i Beduini e i Turchi riuscirono a cancellare; segni della nostra umanità e civiltà, segni che noi appunto non siamo Berberi, Beduini e Turchi. Ci torniamo. In faccia a noi questo è un nostro diritto, in cospetto a voi era ed è un dovere nostro.
Così risponde l'Italia guerreggiante ai fautori dei pacifici Turchi e della loro benefica scimitarra; degli umani Beduini-Arabi che non usano violare e mutilare soltanto cadaveri; degli industriosi razziatori di negri e mercanti di schiavi.
Così risponde con un fatto di eroica e materna pietà, che ha virtù di simbolo. Il bersagliere, di quelli fulminati di fronte e pugnalati alle spalle, raccoglie di tra i cadaveri una bambina araba: la tiene con se nella trincea, la nutre, la copre, l'assicura. Tuonano le artiglierie. Sono il canto della cuna. Passano rombando le granate. La bambina è ben riparata, e le crede, chi sa? balocchi fragorosi e luminosi. Ella è salva: crescerà italiana, la figlia della guerra. O non è ella la barbarie, non decadente e turpe, ma vergine e selvaggia; la barbarie nuda famelica abbandonata? E colui che la salva e la nutre e la veste non è l'esercito nostro che ha l'armi micidiali e il cuore pio, che reca costretto la morte e non vorrebbe portar che la vita?
O esercito calunniato! Eppur tra lo sdegno e lo schifo, nel leggere le diffamazioni dei giornali stranieri, noi abbiamo sorriso! Chi non ha visto qualche volta i nostri bei ragazzi armati dividere la gamella e il pan di munizione con qualche vecchio povero? Chi non ha visto qualche volta uno dei nostri cari fanciulloni soldati con un bambino in collo? Chi non li ha visti accorrere a tutte le sventure, prestarsi a tutte le fatiche, affrontare tutti i pericoli per gli altri? Ora ecco che in pochi giorni sono divenuti masnadieri ...
Sì: noi sorrideremmo se l'accusa, per quanto assurda, ma immonda, non toccasse ciò che abbiamo di più caro e di più sacro. Hanno detto, rivolgendosi al tuo esercito, turpi parole contro te, o pura o santa madre nostra Italia! Per quanto elle non giungano all'orlo della tua veste, noi non possiamo perdonare, o madre d'ogni umanità, o madre tanto forte quanto pia!
Noi ce ne ricorderemo. Ricorderemo che voi, o stranieri, avete voluto prestare i fermenti di barbarie che forse ancora brulicano nel vostro cuore, al popolo che con San Francesco rese più umano, se è lecito dirlo, persino Gesù Nazareno; che coi suoi soavi artisti fece dell'inaccessibile cielo una buona tiepida raccolta casa terrena piena d'amore; che col Beccaria abolì la tortura; che, quasi solo nel mondo, non ha più la pena di morte; che in Garibaldi ebbe un portentoso guerriero che odiava la guerra e preferiva la vanga alla spada e piangeva sul nemico vinto e sceso dal trono e perdonava al suo tortòre e non faceva distruggere un campo di grano, dove i nemici potevano nascondersi, perché il grano era quasi maturo e vicino a divenir pane.
O santi martiri nostri, o Pellico e Oroboni, o Tazzoli e Tito Speri, che vi faceste del duro carcere sotterraneo un tempio, e del patibolo un altare!
Ma noi sappiamo da che furono mosse le inique accuse. Da questo: l'esempio che aveva a restar unico, del Giappone, si era, dopo poco tempo rinnovato. Le opre de' mondo erano, a suo tempo e luogo, soldatini formidabili. La grande Proletaria delle nazioni (laboriosa e popolosa questa dell'occidente appunto come quell'altra dell'oriente estremo) scendeva in campo, si mostrava, per mare per terra e per cielo, potenza tanto più forte quanto più semplice, più lavoratrice, più avvezza a soffrire che a godere, più consapevole del suo diritto conculcato, più ispirata dal sublime pensiero che ella, pur mo' redenta, doveva a sua volta divenir redentrice.
Così l'Italia si è affermata e confermata. Ora è incrollabile. Può (perdonate la bestemmia; ché in verità ella non può!) essere ricacciata al mare, essere costretta ad abbandonare l'impresa, essere invasa, corsa, calpestata, divisa e assoggettata ancora: ella è e resterà, non può morir più una nazione in cui le madri raccomandano ai figli che partono per la guerra, di farsi onore, in cui tutti i bambini delle scuole rompono per i feriti il loro salvadanaio, in cui (udite: è cosa accaduta in un borghetto qui presso: ai Conti) il più povero mezzaiuolo dei dintorni, che ha un figlio nelle trincee di Tripoli, dà ai cercatori della Patria i suoi unici due soldi: l'obolo che la Patria ha riposto nel suo seno, vicino al suo gran cuore, come inestimabile tesoro.
I nostri feriti non trascineranno per le vie le mutile membra e la vita impotente. No. Saranno quello che per la madre e per i fratelli è il figlio e fratello nato o fatto infelice. Saranno i careggiati, i meglio riguardati, i più amati. Essi ci ricorderanno la prima ora che abbiamo avuta, dopo tanti anni, di coscienza di noi, di gloria e vittoria, d'amore e concordia.
Non tenderanno la mano. La tenderemo noi a loro per averne una stretta che ci faccia bene al cuore. Non picchieranno alla porta. Le apriremo noi, a due battenti, le porte, per farli assidere al nostro focolare e alla nostra mensa, e udirne i semplici e magnifici racconti, e consacrare la nostra casa e i nostri figli a quella, che ci ispira ogni bene, ci tien lontani da ogni viltà, ci accompagna sempre, e non muta mai: alla Patria a cui quando si rende, e così volontieri, così giocondamente, così sorridenti, la vita che ci diede, ella, ella piange.
Benedetti voi, morti per la Patria! Riunitevi, eroi gentili, nomi eccelsi, umili nomi, ai vostri precursori meno avventurati di voi, perchè morirono per ciò che non esisteva ancora!
Voi l'Italia già grande ha raccolti nelle braccia possenti.
Qual festa vi faranno i morti vincitori di S. Martino di Calatafimi! Il gigantesco Schiaffino, morto impugnando la bandiera dei Mille, come accoglierà i piccoli fucilieri dell' 84° conquistatori della bandiera del Profeta! Ma non vi fermate troppo con loro; o bersaglieri di Homs coi bersaglieri di Palestro, o cavalleggeri di Tripoli coi cavalleggeri di Montebello. La vittoria rende felice anche i morti.
Andate a consolare i vinti! O Bianco, santa primizia della guerra, o Grazioli, o De Lutti, o marinai di Tripoli e Ben-Ghazi, consolate i morti di Lissa! O Bruchi, o Solaroli, o Granafei, o Faitini, o Flombert, o Orsi, o Bellini, o Silvatici, o trecento caduti in un'ora, consolate i morti di Custoza!
Oh! Non dimenticate i più dolorosi, e, se si può dire, anche più valorosi, morti di Amba Alage e Abba Garima. Sono, essi, gli ultimi martiri d'Italia: sono ancora sulla soglia. Abbracciate il maggior Toselli così degno di guidare un'avanzata audace su Ain-Zara! Baciate il maggior Galliano, così degno di difendere le trincee di Bu-Meliana e Sciara-Sciat!
O capitano Pietro Verri che nel momento più periglioso guidasti al contrattacco, fuori delle Trincee, i mozzi di sedici e diciassette anni, i ragazzi del nostro mare, o sublime capitan Verri, tu va direttamente a Caprera, va a narrar la cosa a Giuseppe Garibaldi. Ripeterà esso a te il tuo appello: Garibaldini del mare! E ti ricorderà che egli aveva il suo battaglione di speranzini, ragazzi raccolti per le strade, i quali a Velletri, divini fanciulli, lo salvarono.
Benedetti, o morti per la Patria! Voi non sapete che cosa siete per noi e per la Storia! Non sapete che cosa vi debba l'Italia! L'Italia, cinquant'anni or sono, era fatta. Nel sacro cinquantennario voi avete provato, ciò che era voto de' nostri grandi che non speravano si avesse da avverare in così breve tempo, voi avete provato che sono fatti anche gl'italiani.


Giovanni Pascoli

56° Esposizione Internazionale d'Arte - All'Armenia il Leone d'Oro

La Biennale di Venezia
56° Esposizione Internazionale d'Arte
Leone d'Oro per la migliore Partecipazione Nazionale
Repubblica di Armenia
9 maggio - 22 novembre 2015






Ebbene si! E' successo anche questo! 
L'Armenia ha vinto il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia per la migliore partecipazione nazionale. BRAVISSIMIIIIIIII!!!!!!!!

Awards of the 56th International Art Exhibition

Golden Lion for Best National Participation to the Republic of Armenia
05 | 09 | 2015
Golden Lion for Best Artist to Adrian Piper (USA)

The Jury of the 56th International Art Exhibition of la Biennale di Venezia comprised of Naomi Beckwith (USA), Sabine Breitwieser (Austria), Mario Codognato (Italy), Ranjit Hoskote (India), andYongwoo Lee (South Korea), wishes to acknowledge an outstanding Biennale Arte 2015 with an increased number of National participations and a particular sensitivity to current geopolitical urgencies. It also marks the first International Art Exhibition with a dedicated space which emphasizes the performative and discursive as an integral element in today’s art practice.

The Golden Lion for Best National Participation goes to the Republic of Armenia
Armenity / Haiyutioun. Contemporary artists from the Armenian Diaspora


Artists: 
Haig Aivazian (Libano); Nigol Bezjian (Siria/USA); Anna Boghiguian (Egitto/Canada); Hera Büyüktaşçıyan (Turchia); Silvina Der-Meguerditchian (Argentina/ Germania); Rene Gabri & Ayreen Anastas (Iran/Palestina/USA); Mekhitar Garabedian (Belgio); Aikaterini Gegisian (Grecia); Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi (Italia); Aram Jibilian (USA); Nina Katchadourian (USA/Finlandia); Melik Ohanian (Francia); Mikayel Ohanjanyan (Armenia/Italia); Rosana Palazya (Brasile); Sarkis, (Turchia/Francia); Hrair Sarkissian (Siria/UK).

Commissioner: Ministry of Culture of the Republic of Armenia. Deputy Commissioner: Art for the World Europa, Mekhitarist Congregation of San Lazzaro Island, Embassy of the Republic of Armenia in Italy, Vartan Karapetian


Curator: Adelina Cüberyan von Fürstenberg. Venue: Monastery and Island of San Lazzaro degli Armeni.

The Golden Lion for the Best Artist in the International Exhibition All the World’s Futures goes to Adrian Piper
The Probable Trust Registry: The Rules of the Game #1–3
(United States, 1948; Arsenale, Corderie)

04 maggio 2015

Daniel Varoujan sul fiore non ti scordar di me




Daniel Varoujan (1884-1915) about the forget-me-not flower.


ԱՆՄՈՌՈՒԿ
ԴԱՆԻԵԼ ՎԱՐՈՒԺԱՆ


Արշալույսին արտասվաց մեջ
Պանծա՛, ծաղիկդ ով անմոռուկ,
Հրեշտակներու դեմքերեն պերճ
Ինկած ժըպիտ մ'ես մեղուկ:

Աչքերդ բացած այգուն այգուն՝
Ու՞ր կը շրջիս ասդին անդին:
Սոխակն արդյոք քո անուշ քուն
Խանգարե՞ց իր երգով թըրթռուն։

Բուրմանցըդ մեջ գինովցընող
Գողտրիկ թըռչնակն է, ո՜հ, արբշի՜ռ,
Ուստի կանուխ իշաղ ի շող
Գարունն ու զքեզ կ'րգե ի ժիր։

Ինչպես որ դու անթառամ ես
Եվ թերթերթ չեն ծերանար,
Սիրտն ալ Անոր՝ միշտ սիրակեզ,
Եվ միշտ վառ է, բարյա՜ց ծըրար։

Եռ ու եփով աշխատության
Հար տոգորված լավն ու բարին
Խորհե, գործե, և տըքնի Ան,
Ուժովն համայն մըտքին, կամքին։

(Դանիել Վարուժանի Բանաստեղծություննէրի Առաջին Անտիպ Ժողովածուն:

03 maggio 2015

A Foligno con l'Associazione del Clero e dei Consacrati Medio Orientali a Roma – ACCOR رابطة الإكليروس والمكرَّسين الشرق أوسطيِّين في روم -


Lo scorso 1° maggio 2015 si è svolta una Gita dell'Associazione del Clero e dei Consacrati Medio Orientali a Roma – ACCOR رابطة الإكليروس والمكرَّسين الشرق أوسطيِّين في روم  - a Spello e Foligno tra città più importanti dell’Umbria. 

Ingresso dei Celebranti alla Santa Messa nel Duomo di Foligno
Nel percorso a Spello non è potuta mancare la visita Chiesa di Santa Maria Maggiore con la famosa Cappella Baglioni e con gli affreschi del Pinturicchio. 
Si è proceduto con la visita alla Chiesa di S. Andrea, edificata nel 1258, sede di una comunità di Frati minori. Tra le bellezze visitate anche la Casa Romana, risalente al I secolo, le Mura Romane ben conservate, nelle quali si aprono tre porte: la Porta Urbica, Porta Consolare (del I secolo) e la Porta Venere, che presenta due belle torri (Torri di Properzio).

momento della Concelebrazione della Santa Messa
nel Duomo di Foligno 
La seconda parte dell'escursione è stata dedicata ala visita della città di Foligno, dove è stato visitato il Museo Capitolare  Diocesano e la Cripta di San Feliciano, il Monastero di  Sant'Anna (XIV Sec.) e il Santuario della Beata Angela (Santa Angela da Foligno) dove ci sono decorazioni quattrocentesche raffiguranti storie e visioni della beata.
Nella Cattedrale di San Feliciano, che risale al XII secolo (il baldacchino dell'altare maggiore, fedele riproduzione di quello berniniano presente nella Basilica di San Pietro al Vaticano) alle ore 17.00 è stata celebrata la Santa Messa presieduta dal Vescovo di Foligno, Sua Eccellenza Mons. Gualtiero Sigismondi, che ha speso emozionanti parole di ringraziamento per tutti i partecipanti e le loro martoriate terre di provenienza, in cui i Cristiani sono ancora oggi sottoposti al martirio come accaduto per i Santi Martiri le cui reliquie sono onorate e custodite nella Cripta del Duomo. 

fotografia di gruppo con S.E. Sigismondi al termine della Santa Messa
Al termine della Santa Messa i partecipanti si sono radunati intorno alle spoglie del Vescovo e Martire San Feliciano nel Duomo di Foligno e hanno intonato il "Kristos Anesti" dopo aver animato la Celebrazione Liturgica con bellissimi canti nelle lingue Araba, Greca e Armena, esaltando in piena comunione fraterna il significato più alto della Chiesa Cattolica, esaltandone il significato proprio di Chiesa Universale.




02 maggio 2015

P. Francesco Di Vittorio da Rutigliano e Compagni martiri in Armenia nel 1920

di Carlo Coppola





Nel 1974 veniva pubblicato da P. Francesco Vito Gagliardi ofm per i tipi della casa editrice il Doge di Castellana Grotte (BA) il volume Sangue in Cilicia: Il Servo di Dio Padre Francesco di Vittorio e compagni Francescani Martirizzati in Armenia. Quella di P. Francesco di Vittorio ofm, spesso citato come padre Francesco da Rutigliano, è una vicenda ancora poco nota e che nell'anno in cui si ricorda il Centenario del Genocidio Armeno va certamente ripresa con vigore, al fine di rilanciare il processo canonico.
A fornirne notizie oltre a Padre Gagliardi - che poté certamente accedere a fonti dirette essendo nipote del Padre di Vittorio - vi sono i confratelli Cristoforo Alvi, Archivista della Custodia di Gerusalemme, padre Gino Concetti e padre Pio d'Andola, e vari articoli di Antonio d'Alba, Nicola Giampaolo, Gianni Capotorto. Nel 2005 il Ministro Generale dell'Ordine dei Frati Minori, José Rodríguez Carballo, O.F.M. oggi Arcivescovo di Belcastro, aprì la causa di Beatificazione di Padre Francesco Divittorio e dei suoi compagni.

P. Stephan Yalinkatian OFM
Insieme a Padre Francesco la causa comprende anche il martirio di alcuni suoi compagni di missione martirizzati fra il 21 e il 23 gennaio 1920 presso Maraş in Turchia. Il luogo è ancora oggi tristemente noto per stragi e disordini contro la popolazione civile, avvenute anche alla fine degli anni '70 del Novecento. Sulla strage di Maraş del 1978 si veda anche: http://www.uikionlus.com/un-marchio-nero-sulla-turchia-la-strage-di-maras/).

Nel 1920 il primo in ordine di tempo fu P. Stephan Yalinkatian OFM (Stefano da Maraş) martirizzato il 21 gennaio 1920 nella sua chiesa e  tra i suoi parrocchiani. Era nato nella stessa antica città della Cilicia nel 1861.

Il 23 gennaio furono, invece, martirizzati presso Mucuk Deresi, a poca distanza da Maraş padre Francesco Di Vittorio OFM (Francesco da Rutigliano) che era nato nel 1882 a Rutigliano in provincia di Bari, il fratello laico Alfred Dollencz (Alfredo da Nagyszentmiklòs) nato a nel 1853 in Ungheria a Sânnicolau Mare (nei pressi di Nagyszentmiklós).
Insieme a P. Di Vittorio e al fra Aldred Dollecz, subì martirio un altro fratello laico Salvatore Sabatini (fra Salvatore da Pizzoli). 


Frat. Salvatore Sabatini
 da Pizzoli OFM
"Nacque a Pizzoli il 12 dicembre 1875 da Giuseppe e Santa Narducci e lo stesso giorno fu battezzato dall’allora Parroco Giovanni Battista Gioia nella Chiesa di S. Stefano al Monte insieme a sua sorella gemella Nazarena. Appena ventenne entrò nell’Ordine francescano e nel 1897 ottenne di potersi recare nelle terra di Gesù, la Terra Santa dove rimase fino al 12 gennaio 1898 e dove fece la sua professione solenne l’8 dicembre 1899. Avendo appreso bene la lingua turca, fu inviato in missione in Turchia precisamente a Mugiukderesi. Con lui c’erano altri due frati P. Francesco Di Vittorio da Rutigliano e fra Alfredo Dollenz da Magy-Sz.Miklos. In quella missione aprirono un ospizio per gli orfani della guerra che aveva distrutto completamente e la missione e la cristianità. Allo scoppiare dei massacri del gennaio 1920 furono ospitati da un tale, Leuimen Oglu Alì, apparentemente amico, che mise a disposizione dei frati e dei bambini tutta la sua casa. 
In realtà Leuimen Oglu Alì non fece altro che ingannare i frati e i bambini che erano con loro, ed insieme ad altri carnefici, a colpi di fucili e revolver, trucidarono tutti i bambini e i tre frati. Non contenti di ciò, saccheggiarono la chiesa, l’ospizio e le case dei cristiani incendiando finalmente quanto restava. Molto probabilmente tutto questo accadde il 23 gennaio 1920. Il nostro glorioso concittadino Salvatore Sabatini, immolò la vita per Gesù Cristo e per difendere la vita di quei trenta orfanelli."

"Ai francescani di Terra Santa appartiene la gloria di aver fondato nel 1883 il villaggio di Magiuk-Deresì (valle dei moscerini) sui fianchi del Tauro. Fino ad allora il luogo era un gruppo di “case” composto di alcune famiglie armene sperse in lungo e in largo sulle montagne. Il P. Marcellino Nobili da Montefranco, vista la difficoltà pastorale che provocava questa posizione così dispersa di fedeli, comprò un vasto terreno per 3000 piastre turche al fine di insediarvi il nuovo villaggio. L’anno seguente già aveva intorno la Missione un paesello di 22 case che poi crebbero progressivamente. La persecuzione del 1895 fu particolarmente dolorosa per questo villaggio. I quattro cavalieri dell’Apocalisse: fame, peste, guerra e morte si abbatterono su di loro. Il Superiore della Missione P. Salvatore Lilli da Cappadocia, ricevette, il 22 Novembre la palma del martirio con 11 dei suoi parrocchiani. Sette li veneriamo ora come Beati. 
L’anno seguente i francescani erano di nuovo in Mugiuk-Deresì ricostruendovi chiesa, convento e l’indispensabile orfanotrofio. Ma la parentesi di pace durò poco. La prima guerra mondiale era da poco terminata. Il 23 Gennaio 1920 il villaggio e i tre religiosi che formavano la comunità: P. Francesco Di VittorioFr. Alfredo Dollentz e Fra Salvatore Sabbatini furono proditoriamente assassinati nella casa del turco Loimen Oghlu Alì, dove avevano ricevuto falsa ospitalità il giorno prima. Con loro furono massacrati i 40 bambini dell’orfanotrofio. Questa sanguinosa tragedia avvenne nel comune Kaichli a due chilometri a nord di Magiuk-Deresì. Oltre alle citate missioni dove i francescani risiedevano personalmente, i missionari servivano altri paeselli sparsi in diverse parti della cordigliera del Tauro. Così in Bonduk il P. Materno Murè aveva edificato una residenza con cappella e scuola gratuita. Le stazioni missionarie di Tembuk, Aguiolar, Fernes, Gorksum, Ghibilguil, Gueven e Arable, a un tiro di balestra da Jenige-Kalè erano visitati regolarmente dai francescani per celebrarvi i Santi Misteri e fare la catechesi ai cristiani."

Sulla vicenda registriamo un'altra testimonianza, quella di seconda mano quella di P. Pasquale Castellana nato a Favara (AG) e Missionario in Medio Oriente per oltre 70 anni: "(...) Me lo raccontò il P. Eutimio Castellani quando, durante la Seconda guerra mondiale (1940-1943) eravamo internati (perché italiani nemici dell’Inghilterra - n.d.r.) nel campo di concentramento a Emmaus, a dodici chilometri a ovest di Gerusalemme. Nel 1918, subito dopo la Prima guerra mondiale, i Superiori destinarono il P. Francesco Di Vittorio da Rutigliano (Bari) come missionario in Armenia. C’era da aprire scuole, orfanotrofi, chiese ecc... Ma c‘erano anche tante incertezze e tanta insicurezza. Bisognava ubbidire, e il P. Francesco saluta suoi confratelli uno a uno. Al P. Eutimio Castellani, uscendo dalla sua camera gli dice: - Andiamo a Morire! Con l’inizio dell’anno 1921 (si tratta chiaramente del 1920 - n.d.r.) ricominciarono i massacri nei villaggi attorno a Mar’ach, dove P. Stefano Yalinkatyan francescano armeno, di 51 anni, fu bruciato vivo nella sua chiesetta, assieme ai suoi parrocchiani. Ci perse la vita anche il P. Alberto Amarisse da Cave, di 46 anni, ucciso anche lui nella chiesa assieme ai suoi fedeli. Il 23 gennaio del 1921 (si tratta chiaramente del 1920 - n.d.r.) fu il turno del P. Francesco; aveva 38 anni; era il più giovane. 
Assieme a lui furono massacrati fra Salvatore Sabatini, abruzzese, di 45 anni, fra Alfredo Dollentz, Ungherese, di 67 anni, e trenta orfanelli armeni."


Yenicekale, sempre presso Maraş, subì il martirio il già citato P. Alberto da Cave al secolo Francesco Nazzareno Amarisse nato a Cave (Roma) il 10 maggio 1874.
"Fra Alberto Amarisse entrò nell’ordine francescano e compì il noviziato a Nazareth, dove emise la prima professione religiosa il 24 settembre 1891.
La sua consacrazione al Signore mediante i voti solenni avvenne il 3 ottobre 1895, nella Grotta della Natività a Betlemme. 
Grazie alla sua conoscenza della lingua turca i francescani della Custodia di Terra Santa lo mandarono in missione in Armenia Minore, attuale Turchia, dove vi rimase anche quando durante la prima Guerra Mondiale tutti i missionari furono espulsi dalle autorità locali. Nel 1919 i superiori lo destinarono in missione a Jenige-Kalé, uno dei villaggi armeni che aveva subito distruzioni e devastazioni. Agli inizi dell’anno seguente la comunità di fedeli che egli curava fu presa di mira dal fondamentalismo islamico turco e il francescano, insieme ad una trentina di orfani, trovò la morte nell’incendio appiccato nell’edificio che li ospitava. Era il 23 gennaio 1920."

01 maggio 2015

F. Francesco Divittorio from Rugliano (& His Companions) martyred in Armenia

Francesco Di Vittorio
Padre Francesco Divittorio
 (Francesco from Rutigliano)
In 1974, father Francesco Vito Gagliardi O.F.M. published the book entitled "Il Servo di Dio Padre Francesco di Vittorio e compagni Francescani Martirizzati in Armenia." for publishing house of Il Doge di Castellana Grotte (BARI, Italy) 
The story of Father Francesco Paolo Vittorio (often named as father Francesco Rutigliano) is still unknown, but in the year that commemorates the centenary of the Armenian Genocide, it should be remembered so that we can resume the canonical process.
Many authors have given news as well as Father Gagliardi, who knew information directly because he was the nephew of Father Vittorio. Some brothers have told the story, including Cristoforo Alvi, Archivist of the Custody of Jerusalem and also father Gino Concepts and Padre Pio of Andola.

Other journalists and lay people have written in several articles, such as Antonio d'Alba, Nicola Giampaolo, Gianni Capotorto.

Stephan Yalinkatian
p. Stephan Yalinkatian 
from Maraş
In 2005, the Minister General of the Order of Friars Minor, José Rodríguez Carballo, OFM (now Archbishop of Belcastro) opened the cause of beatification of Father Francis Divittorio and his companions.

Father Francis with the cause also includes the martyrdom of some of his fellow missionaries martyred between 21 and 23 January 1920 at Maraş in Turkey. The place is still sadly known for massacres and riots against the population also occurred in the late 70s of the twentieth century (about the massacre of 1978 Maraş see also) http://www.uikionlus.com/un-marchio-nero-sulla-turchia-la-strage-di-maras/)


In 1920, the first in order of time, P. Stephan Yalinkatian was martyred (Stefano from Maraş) on January 21. He was killed in his church among his parishioners. He was born in the same old town of Cilicia in 1861.

January 23 were martyred at Mucuk Deresi, near Maraş, father Francesco Divittorio (Francesco from Rutigliano). He was born in 1882 in Rutigliano, near Bari (Italy), the lay brother Alfred Dollencz (Alfredo from Nagyszentmiklós). He was born in 1853 in Sânnicolau Mare (in near Nagyszentmiklós).
Salvatore Sabatini
frat. Salvatore Sabatini 
da Pizzoli
With Father Di Vittorio and fr. Dollecz, he suffered martyrdom another lay brother Salvatore Sabatini (Salvatore from Pizzoli). He was born Dec. 12, 1875 in Pizzoli, near l'Aquila (Italy).
"Ai francescani di Terra Santa appartiene la gloria di aver fondato nel 1883 il villaggio di Magiuk-Deresì (valle dei moscerini) sui fianchi del Tauro. Fino ad allora il luogo era un gruppo di “case” composto di alcune famiglie armene sperse in lungo e in largo sulle montagne. Il P. Marcellino Nobili da Montefranco, vista la difficoltà pastorale che provocava questa posizione così dispersa di fedeli, comprò un vasto terreno per 3000 piastre turche al fine di insediarvi il nuovo villaggio. L’anno seguente già aveva intorno la Missione un paesello di 22 case che poi crebbero progressivamente. La persecuzione del 1895 fu particolarmente dolorosa per questo villaggio. I quattro cavalieri dell’Apocalisse: fame, peste, guerra e morte si abbatterono su di loro. Il Superiore della Missione P. Salvatore Lilli da Cappadocia, ricevette, il 22 Novembre la palma del martirio con 11 dei suoi parrocchiani. Sette li veneriamo ora come Beati. L’anno seguente i francescani erano di nuovo in Mugiuk-Deresì ricostruendovi chiesa, convento e l’indispensabile orfanotrofio. Ma la parentesi di pace durò poco. La prima guerra mondiale era da poco terminata. Il 23 Gennaio 1920 il villaggio e i tre religiosi che formavano la comunità: P. Francesco Di Vittorio, Fr. Alfredo Dollentz e Fra Salvatore Sabbatini furono proditoriamente assassinati nella casa del turco Loimen Oghlu Alì, dove avevano ricevuto falsa ospitalità il giorno prima. Con loro furono massacrati i 40 bambini dell’orfanotrofio. Questa sanguinosa tragedia avvenne nel comune Kaichli a due chilometri a nord di Magiuk-Deresì. Oltre alle citate missioni dove i francescani risiedevano personalmente, i missionari servivano altri paeselli sparsi in diverse parti della cordigliera del Tauro. Così in Bonduk il P. Materno Murè aveva edificato una residenza con cappella e scuola gratuita. 
Le stazioni missionarie di Tembuk, Aguiolar, Fernes, Gorksum, Ghibilguil, Gueven e Arable, a un tiro di balestra da Jenige-Kalè erano visitati regolarmente dai francescani per celebrarvi i Santi Misteri e fare la catechesi ai cristiani."
Sulla vicenda registriamo un'altra testimonianza, quella di seconda mano quella di P. Pasquale Castellana nato a Favara (AG) Missionario in Medio Oriente per oltre 70 anni: "(...) Me lo raccontò il P. Eutimio Castellani quando, durante la Seconda guerra mondiale (1940-1943) eravamo internati (perché italiani nemici dell’Inghilterra - n.d.r.) nel campo di concentramento a Emmaus, a dodici chilometri a ovest di Gerusalemme. Nel 1918, subito dopo la Prima guerra mondiale, i Superiori destinarono il P. Francesco Di Vittorio da Rutigliano (Bari) come missionario in Armenia. C’era da aprire scuole, orfanotrofi, chiese ecc... Ma c‘erano anche tante incertezze e tanta insicurezza. Bisognava ubbidire, e il P. Francesco saluta suoi confratelli uno a uno. Al P. Eutimio Castellani, uscendo dalla sua camera gli dice: - Andiamo a Morire!
Con l’inizio dell’anno 1921 (si tratta chiaramente del 1920 - n.d.r.) ricominciarono i massacri nei villaggi attorno a Mar’ach, dove P. Stefano Yalinkatyan francescano armeno, di 51 anni, fu bruciato vivo nella sua chiesetta, assieme ai suoi parrocchiani. Ci perse la vita anche il P. Alberto Amarisse da Cave, di 46 anni, ucciso anche lui nella chiesa assieme ai suoi fedeli. Il 23 gennaio del 1921 (si tratta chiaramente del 1920 - n.d.r.) fu il turno del P. Francesco; aveva 38 anni; era il più giovane. Assieme a lui furono massacrati Fra Salvatore Sabatini, abruzzese, di 45 anni, Fra Alfredo Dollentz, Ungherese, di 67 anni, e trenta orfanelli armeni."
Francesco Nazzareno Amarisse
p. Alberto Amarisse
 da Cave

A Yenicekale, sempre presso Maraş, subì il martirio il già citato padre Francesco Nazzareno Amarisse noto come (Alberto da Cave) nato a Cave (Roma) il 10 maggio 1874.

"Fra Alberto Amarisse entrò nell’ordine francescano e compì il noviziato a Nazareth, dove emise la prima professione religiosa il 24 settembre 1891. 
La sua consacrazione al Signore mediante i voti solenni avvenne il 3 ottobre 1895, nella Grotta della Natività a Betlemme. 
Grazie alla sua conoscenza della lingua turca i francescani della Custodia di Terra Santa lo mandarono in missione in Armenia Minore, attuale Turchia, dove vi rimase anche quando durante la prima Guerra Mondiale tutti i missionari furono espulsi dalle autorità locali. 
Nel 1919 i superiori lo destinarono in missione a Jenige-Kalé, uno dei villaggi armeni che aveva subito distruzioni e devastazioni. Agli inizi dell’anno seguente la comunità di fedeli che egli curava fu presa di mira dal fondamentalismo islamico turco e il francescano, insieme ad una trentina di orfani, trovò la morte nell’incendio appiccato nell’edificio che li ospitava. Era il 23 gennaio 1920."


Così scriveva padre Alberto alcuni anni prima della sua morte:  

Marasc, 28 aprile 1909


R.ndo Padre Segretario

Oggi alle 10,30 antimeridiane si sente dalla fortezza il fragoroso rimbombo dei cannoni i quali non già distruggono la città, ma bensì rallegrano questa povera gente scolorita e smunta dall’incubo dei massacri. I dellal, pubblici banditori, annunziano con festoso grido il nuovo Sultano, le vie si ripopolano di cristiani e la città intera prende l’antico aspetto giocondo.
Questa pubblica allegrezza, Reverendo Padre mio, mi ha in parte sollevato il cuore; le dico in parte, perché mi lacera il cuore il sapere che migliaia di bimbi si trovano sulle montagne raminghi e senza pane e che molti villaggi cristiani per timore si son fatti musulmani. E tra questi villaggi si numerano per ora Tavullè, Calalè, Dutalè e Anegeck.
Qui in Marasc solamente sabato (17 aprile) si ebbe un massacro, in cui furono uccisi una quindicina di cristiani ed una quarantina di feriti e sarebbe stato assai più tremendo se il Governo locale non avesse preso subito energiche misure. In quel giorno un migliaio di persone si rifugiò al nostro Ospizio, e, dopo tre giorni, i meno paurosi cominciarono a ritornarsene alle loro case; gli altri poi questa mattina lieti e contenti con le loro famigliole, con mille ringraziamenti, se n’andarono nei loro quartieri. A dir vero, fra tanta gente, accampata nel nostro Ospizio, vi era abbastanza ordine, sicura di trovarsi sotto buona tutela, difesa dai soldati gentilmente inviatici dal Governatore. Nei nostri villaggi circonvicini, cioè Mugiukderesi, Jenige-Kalè e Bunduch, fuori di un panico tremendo, non accadde nessun doloroso avvenimento; solo in Donkalè due messeri di nome Alì e Mustafà Rahmage cominciarono a suscitare mali umori tra cristiani e turchi, ma presto questi due esseri pericolosi furono chiamati in Marasc dal Governatore al redde rationem.
Il massacro fu terribile nel vicino villaggio di Asciflì, in cui furono incendiate 74 case e uccise 16 persone. Bagkce, Hassenbei, Karne con altri undici villaggi furono incendiati, le vittime, per ora, non si possono enumerare con certezza. Vennero al nostro Ospizio da quelle parti alcune persone per domandare l’elemosina; queste colle lagrime agli occhi mi assicurarono che centinaia di cristiani in quelle parti furono uccisi, centinaia di spose dopo di essere state… furono uccise, centinaia di orfani per paura di essere anch’essi uccisi si rifugiarono nei boschi ove si alimentano di erbe. Ricevetti anche una lettera di Fendegiack, in cui si attestano le medesime sventure ed implorano la carità cristiana. La carità cristiana solamente potrà lenire le pene di questi poveri sventurati e derelitti, e porre un argine alle calamità che provengono dalla fame. Io mandai a quei poverini 108 chilogrammi di farina; il resto, son sicuro, lo farà la Divina Provvidenza.
Accolga, R. P. Segretario, i miei sinceri ossequi e mi creda sempre
D. S. P. Rev.da
Umile Confratello
Fra A. Amarisse
O. F. M.



La causa di canonizzazione è affidata alle cure del postulatore generale dell'Ordine dei Frati Minori Francescani, P. Giovangiuseppe Califano, ofm.


Per un approfondimento su P. Francesco Divittorio suggeriamo:


http://www.propheties.it/La_Via_1966-2013/2010.pdf

http://www.houshamadyan.org/en/mapottomanempire/vilayetaleppo/sandjakofmarash/religion/churches-and-places-of-pilgrimage.html

http://www.rutiglianoweb.it/cultura/3720-scuola-settanni-parlando-di-armenia-a-centanni-dal-genocidio.html

http://www.christusrex.org/www1/ofm/news/2005/0426/Francescani_Armenia_It.html

Diventa operativo il Centro Armeno-Italiano per il restauro, lo sviluppo, la gestione e la conservazione del patrimonio culturale

La Galleria Nazionale d'Arte in Piazza Repubblica  Una solenne cerimonia di apertura operativa del centro regionale armeno-italia...

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