"Nor Surhandak" è il blog del Centro Studi "Hrand Nazariantz". Questa Associazione Culturale ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico e nei suoi rapporti internazionali e con l'Italia in particolare.

22 febbraio 2011

Due frammenti di Tagore


Non Nascondere
il segreto del tuo cuore,
amico mio!
Dillo a me, solo a me,
in confidenza.
Tu che sorridi così gentilmente,
dimmelo piano,
il mio cuore lo ascolterà,
non le mie orecchie.
La notte è profonda,
la casa silenziosa,
i nidi degli uccelli
tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti,
tra sorrisi tremanti,
tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.

  ****

Vorrei sedermi vicino a te in silenzio,
ma non ne ho il coraggio: temo che
il mio cuore mi salga alle labbra.
Ecco perche' parlo stupidamente e nascondo
il mio cuore dietro le parole.
Tratto crudelmente il mio dolore per paura
che tu faccia lo stesso.

16 febbraio 2011

“Diario di un pazzo” e le ossessioni di un burocrate qualunque a Napoli

da http://www.lsdmagazine.com/diario-di-un-pazzo-e-le-ossessioni-di-un-burocrate-qualunque-al-ridotto-del-mercadante-di-napoli/6715/

Diario di un pazzo

Ognuno di noi ha la propria intrinseca visione della realtà che ci circonda che non può essere messa in crisi da un singolo accadimento specifico, ma nelle pieghe e negli interstizi della vita quotidiana, i sogni e le nevrosi possono esplodere. A ricacciarle indietro si impiegano dolore e, inaudita, fatica, eppure non ci si riesce del tutto.Fermiamoci, però, nel punto in cui incontriamo l’esplosione di tutta la rancura - dolore che non è ancora rancore ma che vi ha preso la strada - il momento in cui un bel giorno fischia, pirandellianamente, un treno.
Lì incontreremo l’impiegato Papaleo, un funzionario, di un ministero qualunque, senza luogo né tempo. Il suo limbo è quello della iper-coscienza collettiva, che getta le basi dei lampi per un elettroshock, o per la forzosa e sterile repressione di sé. A far scattare la molla, a svelare l’apparato barocco della patologia in cui si è ricaduti, può essere un dato qualsiasi, anche lontano, meglio se distante dai propri luoghi, dai propri interessi e dalle mansioni di tutti i giorni, come la caduta di una aereo, lo scoppio di una guerra, un primo ministro che dà scandalo di sé e della nazione, o come nel caso di “Diario di un Pazzo” un trono straniero rimasto vacante e sul quale si vorrebbe far salire una bambina. E’ quella solo l’ultima goccia d’acqua che trabocca da un recipiente colmo e bagna fili scoperti che a loro volta cortocircuitano. Tutto travalica il reale, l’armadio, grotta e quinta naturale da cui viene fuori l’attore, è forse il cervello stesso: un parallelepipedo di doppie porte che, per quanto si possa scomporre non cambia forma e volume, tanto è quadrata, razionale e consequenziale la mente del “pazzo”, la cui logica risponde solo ad una geometria non euclidea, una delle infinite possibili, in uno dei possibili mondi.
E che il nostro sia, infatti, il migliore dei possibili mondi è, secondo alcuni storici della filosofia, la più grande e colpevole illusione che spinge l’uomo - partendo in età moderna da Baruch Spinoza ha coinvolto e implicato in tutti i modi la società, fino al collasso di questa, raccontato nel saggio sul Suicidio di Émile Durkheim ai primi del Novecento -  a condannare come abominevoli tutti quei comportamenti, collettivi o individuali che sfuggono all’idea di società ritenuta ideale moralmente e psicologicamente conchiusa.Nessuna è quindi la qualità da attribuire agli eroi, che riflettono solo il bisogno amletico di evasione in una realtà fattuale altra. Per questoRoberto De Francesco nell’essere sulla scena l’impiegato Papaleo è un eroe senza bisogno di essere Amleto, senza interpretarne gli effetti o senza vagheggiare le Ofelie - gaddianamente “fiori polpetta” - ma senza soprattutto tromboneggiare, ma restando sempre sottovoce con leggerezza. A dire il vero, forse, un’Ofelia c’è ed è proprio nel vezzeggiare lei e la sua vergine cuccia, cane parlante e scrivente, l’impiegato scopre il tradimento della società nei suoi confronti. Il suo duro servire non gli procura alcun merito ma, anzi, lo fa mettere alla berlina, deridere ancor di più, dalla classe dominate, da chi sostituisce gli antichi padroni con un nuovo feudalesimo.
Anche questo uno dei tanti, fatto in questo caso di uscieri, matite da temperare, e differenza tra cappotti più o meno laceri, mentre lui, puro della dignità indefessa del suo lavoro, ama e compone pessimi versi alla maniera di Aleardo Aleardi.Roberto De Francesco in questo lavoro tratto dalle memorie di un pazzo di Nikolaj Vasil’evic Gogol’ fa dell’autentico jazz! Interpreta cioè sulla corda della pienezza del suo io d’attore, sposando il narcisismo e la nevrosi del personaggio che porta in scena, divertendo e divertendosi. Pur essendo il suo impiegato Papaleo un essere difficile, cupo e aspro, ne varia gli aspetti fino al delirio, senza affanni, tanto che la devastazione è solo uno dei tanti aspetti che depone con bellezza sulla scena. Per questo De Francesco rimane il potente attore che ricordiamo bene in “Teatro di Guerra” e in uno splendido cammeo recente in “Noi credevamo” di Mario Martone in cui dà vita ad un sarto di San Leucio, solo e disoccupato all’indomani dell’annessione al Piemonte.
L’atteggiamento che esalta l’attore, di concerto con il regista Andrea Renzi, è quello di una graduale modifica di sè fino ad un’ultima spallata definitiva, come lento ed inesorabile è il modo di svestire i panni di impiegato modello per indossare i paludamenti del “pazzo” autoproclamatosi Ferdinando VIII. In questo lo smantellamento delle categorie pirandelliane, dell’uno, del nessuno, del centomila, si fonde e consustanzia con una tecnica interpretativa di livello altissimo. La esalta, infine, quale estremo risultato della rivoluzione copernicana dell’arte italiana che vede in Teatri Uniti il suo emblema e in Mario Martone, il volto più noto, il Galileo Galilei. Di questa la qualità definitiva sta nella speculazione prodotta, e che è alla base dell’azione scenica.
Roberto De Francesco edAndrea Renzi continuano da anni imperterriti, ciascuno per sé, a promuovere questa idea di arte totale che trova la forza più intima nella commistione tra agire sulla scena e consapevolezza ontologica e quindi, teorica, del teatro. Tale ricerca, iniziata in Italia con personaggi irripetibili quali Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Antonio Neiwiller, vede purtroppo oggi pochissimi veri seguaci, che sempre e, spesso a fatica, ne mettono in pratica le prerogative. L’attore e il regista non sono qui macchina attoriale, o meglio non sono solo questo.
 Il controllo del corpo, la consapevolezza di sé nello spazio, lo spazio della scena e di quello dello spettatore, l’attenzione alla globalità della composizione ritmica, le simmetrie e le scelte musicali, le luci utilizzate, le dinamiche fisiche, fuori e dentro la quarta parete, e non ultimi i costumi della sempre eccellente Ortensia De Francesco, chiariscono continuamente le motivazioni dell’essere hic et nunc, cosa che troppo spesso manca al teatro italiano.La riflessione si amplierebbe a dismisura come in un gioco di scatole cinesi. Il teatro italiano manca purtroppo della riflessione su di sé e si domanda solo raramente - come predicava un titolo di Oscar Iarussi di qualche anno fa - “Che ci facciamo qui”. Vorremmo vedere molto più teatro come questo proposto in “Diario di un Pazzo” che in definitiva è un trionfo di scelte. Perché è forse proprio questo che manca al nostro teatro.
Manca qualcuno che scelga, con occhio tecnico e cuore, che scelga consapevolmente e al di là delle appartenenze partitiche, cosa produrre, cosa incentivare - l’ultimo a farlo fu a nostra memoria Ninni Cutaia alla fine degli anni Novanta. La bellezza di “Diario di Un pazzo” è anche questa: le scelte sono chiare, le ragioni delle scelte anche. L’armonia tra le parti è garantita dall’opera di coordinamento, oltre che direzione impartita, da Andrea Renzi, che a proposito del lavoro conclude le sue note di regia parlando non a caso dell’armadio multifunzionale al centro della scena. L’armadio, infatti, in cui l’impiegato vive rappresenta la commistione di spazi scenici al confine tra dimensione mentale e reale. “In questo spazio, per gradi, si rivelano allora tutte le contraddizioni di una routine ossessiva e frustrante che in una grottesca sequenza culminano nella sua ascesa alla pazzia”.
Ed è la pazzia ordinaria il filo sotteso che conduce a termine il delirio dell’impiegato Papaleo, non dimentichiamo che a pochi chilometri da Napoli, ad Aversa, vi era fino a non molti anni fa uno dei più importanti manicomi criminali italiani. Un regno di sofferenze, di disillusioni, in cui la legge dell’elettroschock, che conclude anche questo spettacolo teatrale, era la prassi. Unica differenza, dopo le atrocità dei 450 volt sparati nel cervello, non arrivavano, purtroppo, gli Apocalyptica a chiudere la scena con la loro splendida cover di Nothing Else Matters, scelta questa sublime di Daghi Rondanini, il cui genio nella selezione e proposta sonora nelle opere teatrali e cinematografiche, costituisce un tocco inconfondibile di qualità.

10 febbraio 2011

the beatles - there's a place (1962)



There is a place,
Where I can go,
When I feel low,
When I feel blue.
And it's my mind,
And there's no time when I'm alone.

I think of you,
And things you do,
Go 'round my head,
The things you said,
Like "I love only you."

In my mind there's no sorrow,
Don't you know that it's so.
There'll be no sad tomorrow,
Don't you know that it's so.

There is a place,
Where I can go,
When I feel low,
When I feel blue.
And it's my mind,
And there's no time when I'm alone.

08 febbraio 2011

Anche l’attore Amr Waked sulle barricate del Cairo per la libertà


da http://www.lsdmagazine.com/anche-lattore-amr-waked-sulle-barricate-del-cairo-per-la-liberta/6701/

Anche l’attore Amr Waked sulle barricate del Cairo per la libertà

8 FEBBRAIO 2011NESSUN COMMENTO Stampa questo articolo STAMPA QUESTO ARTICOLO
Arm WakedSiamo in Egitto dove dopo 20 lunghi anni la popolazione non più sobillata dalla CIA, scende in piazza per auto determinarsi. Sono anni che la culla della società non viene turbata da un atto così clamoroso. Ci avevano provato gli integralisti a smuovere le coscienze degli egiziani sottomessi dal regime dello zio di Ruby, come lo chiamano nel Bel Paese. Era infatti dal lontano e infausto 23 luglio 2005 a Sharm el-Sheikh che sulla scena internazionale non si parlava così accuratamente di Egitto eccezion fatta per una parentesi del 26 aprile 2006. Nella prima data una serie di attacchi terroristici suicidi colpì la notissima cittadina turistica, localizzata nella parte meridionale della penisola del Sinai, che chiunque conosce la scena politica internazionale da 60 anni a questa parte guarda di sottocchio.Il numero delle vittime allora fu circa una novantina secondo alcune fonti, se si pensa ai soli villeggianti e ai proprietari di alberghi e ristoranti internazionali, a causa di una serie di esplosioni causate con grande probabilità da tre bombe a innesco simultaneo. L’assalto, che uccise anche due sorelle pugliesi, Paola e Daniela Bastianutti di Casarano, coincise anche se non esattamente, con l’anniversario del colpo di stato che nel 1952 aveva portato all’esilio di re Faruq. Infatti dall’avvento al potere del colonnello Gamal Abd el-Nasser avvenuto, nel 1954, il paese ha subito periodici scossoni, quasi sempre dovuti alla presenza sul territorio di forze esogene, ossia esterne, in grado di manovrare le leve del potere e delle rivolte interne. Basti pensare all’attentato che uccise il successore di Nasser, Anwar al-Sadat, il Il 6 ottobre 1981 che venne assassinato durante una parata al Cairo il chui successore fu il suo Vice Presidente Hosnī Mubārak.Oggi l’Occidente, che con Hosnī Mubārak aveva stretto accordi economici di ogni tipo e i cui capi di Stato si era legati a doppio filo con rapporti personali di amicizia e solidarietà, scopre che il presidente egiziano aveva l’aspetto di un dittatore, forse meno feroce di altri, o forse i suoi crimini ancora non si conosco. Il dato di fatto è che qualcosa nel paese dei Faraoni si muove, anche se non è chiaro in che direzione. Sta di fatto che il primo luogo a subire tentativo di penetrazione e di saccheggio è stato il museo nazionale del Cairo, nei confronti del quale secondo a quanto riporta il sito web di Al Jazeera, i manifestanti anti-Mubarak stanno mettendo in moto una inattesa macchina di protezione e sorveglianza contro i furti e i danneggiamenti.Tra coloro che sono scesi in piazza contro il governo/regime, tra i primi a mobilitarsi vi sono stati gli intellettuali, i giovani universitari, soprattutto quelli noti in occidente. I docenti lì come altrove chiedono l’indipendenza del sistema del sistema scolastico, dell’università, della magistratura, dell’archeologia, del sistema cinematografico locale e nazione e degli enti lirico-sinfonici dai capricci umorali del potere che se non è uterino come in Italia, risponde a logiche non estraee da quelle in gioca nel nostro paese. Tra i protagonisti delle ultime giornate del Cairo vi è un 38 enne egiziano, ma di formazione europea, l’attore Arm Waked. Waked, si è laureato all’Università americana del Cairo e protagonista di molto film americani ed è in piazza dal primo giorno. Accanto a lui anche il musicista Ammar El Sheriey e l’editore Ibrahim El Moallen, presidente del gruppo editoriale Shorouk, uno dei più grandi del Medioriente. Waked salì agli onori della cronaca culturale quando nel 2008 contravvenendo ai vari divieti culturali e scomuniche, accettò di girare una miniserie televisiva accanto all’attore israeliano Igal Naor. Oggi, il nuovo Omar Sharif, noto in italia come co-protagonista di Il Padre e lo Straniero per la regia di Ricky Tognazzi e nel resto del mondo per un importante ruolo in Syriana accanto aGeorge Clooney, spera in una nuova generazione di attori e registi che possano farsi carico delle istanze libertarie e di una rinascita culturale per i paese arabi. Da qualche giorno la pagina Facebook di Amr WakedIn questi ultimi minuti sulla sua pagina si legge la frase trionfale “Going to Tahrir square is like getting baptized for freedom” (Andare in piazza Tahrir è come essere battezzato alla libertà!). A questo impeto di azione anche noi uniamo dedichiamo un personale augurio e speranze per la migliore autodeterminazione del popolo egiziano, e dedichiamo questo breve articolo!

07 febbraio 2011

Le Dernier Combat, l’interessante corto di Mario Tani


da http://www.lsdmagazine.com/le-dernier-combat-di-mario-tani/6686/

Le Dernier Combat, l’interessante corto di Mario Tani

7 FEBBRAIO 2011NESSUN COMMENTO Stampa questo articolo STAMPA QUESTO ARTICOLO
Le Dernier Combat
Le Dernier Combat
 è l’ultimo lavoro in ordine di tempo di Mario Tani, soggettista e sceneggiatore dalla penna interessante e, registicamente, fine interprete degli incubi e dell'iper-realtà di cui egli stesso è autore. Le Dernir Combat è la terza parte di una trilogia dove ciascun elemento ha il titolo in francese, non già nella lingua comunemente traducibile ma nei recessi di significato che le espressioni idiomatiche nascondono o negli usi che di tali espressioni il cinema o letteratura hanno fatto nel corso del tempo. Di livelli di significato e significanti è ricolmo anche il cinema di Mario Tani, barese classe 1976 che nel 1995 esordì con un altro titolo in francese Monsieur Montgomery. Da quel primo lavoro lo stile compositivo di Tani si è senz’altro evoluto fino a meritare al più presto l’esordio al lungometraggio. Se infatti Un Certain Reguard, pluripremiato corto del 2006, sperimentava “una nuova forma di linguaggio, con un dialogo serrato e dei caratteri molto presenti e precisi - partendo - da una situazione classica del cinema di suspense”, Le Dernier Combat, pur partendo da simili premesse, va ben oltre e costruisce i personaggi in modo grottesco, fino alla consunzione estrema del loro starsene al mondo.
Le Dernier CombatL’esistere stesso è inficiato dal loro combattere ogni giorno fino alla resa dei conti, che appare finale nella quale marco il protagonista, Marco, uccide Caspar uccidendo come in uno specchio, o in strano rito vudù, anche se stesso. La quasi totale assenza di consequenzialità logistico-spaziale tra le parti del lavoro contribuisce allo spiazzamento continuo di Marco, intorno al quale premono tutte le strutture endonege ed esogene del racconto filmico, come in una scatola, facendosi via via sempre più strette e labirintiche fino a che non si incontra il nemico. Le pareti interne dell’appartamento in cui la parte finale della vicenda si svolge al passaggio del protagonista, non a caso, assumono la “liquidità” rocciosa di quelle di una grotta fino a che, terminato il dedalo intricato della casa-labirinto, tutto si libera nell’apparenza di un giardino dove Marco ha il tempo di guardare in faccia il suo nemico e riconoscervi se stesso. Ma questa consapevolezza che fa di Caspar (novello Asterione borghesiano) un avversario troppo banale e troppo grande per la varia umanità, non evita a Marco di premere il grilletto dell’arma contro il suo alter-ego eliminando così anche se stesso. Che Tani abbia un grande talento lo si evince da numerosi aspetti, oltre alla competenza tecnica e alla cognizione del dolore e delle passioni che sono nel suo universo interiore,  il regista mostra una profonda competenza del post-moderno. Infatti tra i più grandi meriti di un artista contemporaneo vi è senza dubbio il riuso in chiave personale ed esperienziale della storia del cinema. Il nome di Caspar ricorda profondamente la quintessenza dell’umanità rappresentata da Kaspar Hauser, protagonista indimenticabile dell’immaginario onirico e concretissimo del maestro del cinema tedesco Werner Herzog, ma non esula neppure dai riferimenti, tanti, a Fight Club di Chuck Palahniuk prima e di David Fincher poi. Soprattutto nel romanzo di Palahniuk piuttosto che nella versione cinematografica sceneggiata da Jim Uhls, il Fight Club è una lotta contro l’io ipertrofico e malato dell’uomo contemporaneo che lotta con tutte le sue forze contro il grande nemico che porta dentro, e che solo nella Dernier Combat, può essere piegato a scapito di se stessi, per salvare gli altri. Altro elemento di grande interesse nella scrittura di Mario Tani è l’idea di un continuo capovolgimento di fronte, una combine che si esprime oniricamente fra essere e dover essere e che non resiste neppure alla distruzione del soggetto poetante, all’io del protagonista, che per quanto ipertrofico sia sfugge a qualsiasi seria classificazione junghianamente tipizzatabile.

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