30 settembre 2012

Presentazione di "Quinto" di Davide Corvaglia - Libreria La Penna Blu - Barletta

  






Presentazione di "Quinto" di Davide Corvaglia
sera del 22/09/2012 
nella libreria "La penna blu
di Corso Vittorio Emanuele a Barletta.

Intervengo Davide Corvaglia e Danilo Marano.



Sinossi: 452 d. C. La profezia degli avvoltoi visti da Romolo sta per compiersi. Dodici avvoltoi, dodici secoli fiorenti per l'impero romano: quel tempo è quasi scaduto. Attila, sconfitto un anno prima dal generale Ezio, brama vendetta. La sua smania di porre fine all'impero lo porta a varcare le Alpi per distruggere Aquileia e le principali città del nord Italia, ma il suo vero obiettivo è rinvenire una delle armi più potenti della storia e usarla contro Roma. Tre orribili omicidi, la comparsa di insolite colonne di fumo e l'arrivo di un misterioso monaco sconvolgeranno la tranquilla e monotona vita della segreta Cesarea Gallica, una città nascosta tra le Alpi, ideata da Caio Giulio Cesare cinque secoli prima per custodire la leggendaria Spada di Marte, tanto agognata dal sovrano unno. Quinto, il custode della spada, dovrà affrontare con gli amici Manlio e Livio un viaggio in cui rischierà la sua stessa vita pur di obbedire a un ordine giunto dal passato. Sin dove si spingerà la crudeltà degli uomini che ambiscono a dominare il mondo? Un affresco storico attorno alla distruzione della città di Aquileia da parte degli unni di Attila, condito da enigmi, superstizioni, cruda prigionia e sanguinose battaglie. Un viaggio appassionante e pericoloso accanto a personaggi che credevano ancor nella potenza di Roma, nonostante il destino già segnato, e che hanno evitato alla città eterna di scomparire per sempre.



TitoloQuinto
AutoreCorvaglia Davide
Dati2011, 288 p., brossura
EditoreLa Penna Blu  (collana Le pergamene)


24 settembre 2012

"Genocidio Armeno un silenzio che parla!"

"Genocidio Armeno un Silenzio che Parla
incontro dibattito presso la Fiera del Libro di Cerignola "Oltrebabele", 23 settembre 2012.

intervengono: Cosma Cafueri, Carlo Coppola, Kegham Boloyan

modera e organizza: Dorella Cianci

Il video è a cura di Angela Dinuzzi



15 settembre 2012

Per le persone ammalate e Sofferenti: Una preghiera Armena



ԱՂՈԹՔ ՀԻՎԱՆԴՈՒԹՅԱՆ ԺԱՄԱՆԱԿ

Տեր Աստված մեր, փարատիր
ցավերն ու բժշկիր
հիվանդությունները Քո ժողովրդից,
և ամենահաղթ խաչիդ նշանով
բոլորին կատարյալ առողջություն
շնորհիր, որով մարդկության
տկարությունը կրեցիր և դատապարտեցիր մեր կյանքի
ու փրկության թշնամուն: Դու ես մեր կյանքն ու
փրկությունը, բարերար և բազումողորմ Աստված, և
միայն Դու կարող ես ներել մեր մեղքերը, հեռացնել
ախտերն ու հիվանդությունները մեր միջից: Բարիքներ
պարգևող, Քեզ են հայտնի մեր կարիքները, առատ
ողորմությունդ պարգևիր Քո արարածներից
յուրաքանչյուրին ըստ իր կարիքի, որոնց միջոցով միշտ
թող գովվի Ամենասուրբ Երրորդությունդ, այժմ, միշտ և
հավիտյաններից հավիտյանս։ Ամեն:
Տեր Հիսուս Քրիստոս, Քո առջև խոնարհելով մեր
սրտերը` խնդրում ենք առողջություն պարգևիր մեր
համայնքի բոլոր Քո հիվանդ ծառաներին, քանի որ Քեզ
վայել է փառք, պատիվ և երկրպագություն
Հոր և Որդվո և Հոգվույն Սրբո.Այժմ և միշտ և
հավիտհանս հավիիտենից. Ամեն:



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LA PREGHIERA PER LA MALATTIA

Signore nostro Dio,
libera il tuo popolo dal dolore e dalle malattie,
concedi buona salute con la tua croce vittoriosa,
con cui hai sofferto con la perdita dell’ umanità,
hai condannato la nostra vita, e la salvezza del nemico.
Tu sei la nostra vita e salvezza, filantropo e misericordia
di Dio, e solo tu puoi perdonare i nostri peccati e
rimuovere le malattie da Dio onnipotente, forte della vita
e rimedio di ogni male, per sempre la sicurezza della tua
presenza perché possa avere confidenza solo in te. Per
questo, avvolto dal tuo amore e della tua potenza perché
possa avere confidenza solo in te. Per questo, avvolto
dal tuo amore e della tua potenza, possa ricevere
guarigione e salvezza, secondo la tua libera volontà. Tu
solo sei la mia forza tra i miei dolori. Grazie, Signore,
perché sei con me.

14 settembre 2012

La Puglia: una tappa determinante nella storia degli Armeni

un articolo di Vito Ricci con alcune correzioni a cura di Carlo Coppola del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari



prima firma in armeno "Io Giuseppe chierico sono testimone"
in calce ad un documento del 990



Gli Armeni sono un popolo indoeuropeo che si stabilì nell’immensa regione dell’Asia sud-occidentale che si estende dall’Anatolia all’altopiano iranico. Il legame storico tra la Puglia, regione da sempre cerniera tra Oriente ed Occidente, inizia nel Medioevo (X secolo) e, precisamente, negli anni in cui Bari era la capitale dei possedimenti bizantini nel Mezzogiorno
La Bari bizantina era una società multietnica e multiculturale ante litteram, convivevano pacificamente greci e longobardi, cristiani, musulmani ed ebrei, genti d’Occidente e genti d’Oriente e tra costoro gli Armeni giunti in Puglia assieme ai bizantini.
Abbiamo numerose testimonianze nei documenti del Codice Diplomatico Barese della comunità armena presente a Bari. Alcune famiglie erano insediate e possedevano delle proprietà in agro di Ceglie, a non molta distanza da Bari. 
Nel 1005 Mosese, chierico armeno, fondava la chiesa di San Giorgio, probabilmente ubicata nei pressi della Corte del Catapano, ossia nel luogo ove sorgerà la basilica di San Nicola, segnalata spesso come San Giorgio del porto e nel 1210 come San Giorgio degli Armeni. 







Corte del Catapano 


Il quartiere armeno di Bari si trovava proprio di fronte alla Corte del Catapano ovvero il Pretorio bizantino; è ancora oggi esistente, sebbene nelle forme romaniche, la chiesa dedicata a San Gregorio l’Illuminatore apostolo del cristianesimo in Armenia (IV secolo).

Chiesa di San Gregorio Armeno a Bari

Nel 1089 era divenuta, da chiesa pubblica, cappella privata della famiglia aristocratica armena degli Adralisto
Gli Armeni svolgevano un ruolo preminente nell’esercito bizantino ricoprendo posizioni di prestigio e di comando. Infatti tra il 1008 e il 1010 fu Catapano l’armeno Giovanni della casata Curcuas (Gurghen), mentre nel 1011 l’armeno Leone Tornikos (Tornik), stratego del thema di Cafalonia, riconquistò Bari sotto le armi bizantine.

La presa di Melitene 934 che vide impegnato Giovanni Curcuas

D’origine armena era anche il catapano Basilio Mesardonide che nel 1011, come ricordato da un’epigrafe, ristrutturò l’area del Pretorio.
Qualche influsso dell’iconografia armena si ha in talune scene miniate nei rotoli dell’Exultet barese. Una testimonianza suggestiva ed importante, tuttavia senza riscontri oggettivi e certi, sostiene che Curcorio (Kurcorius), ricordato come giudice perspicacissimo, uno dei committenti nel 1087 della traslazione delle ossa di San Nicola da Mira a Bari che dal santo Taumaturgo era stato miracolato, fosse di origine armena.

Il Catapanato intorno all'anno 1000


La presenza armena a Bari e nei dintorni (in particolare a Ceglie nel casale di Cillaro o Cilaro e nel casale di Sao) è testimoniata dalla dedicazione di chiese a santi collegabili con la tradizione armena: Prisco, Procopio, Pancrazio, Mauro
Nei pressi della Cattedrale esisteva un nutrito numero di chiese armene forse appartenenti ad una colonia di quartiere: 
1) San Procopio, costruita dal turmarca Tubaki nel 1020, San Gregorio “de Falconibus” (forse da identificare con i resti della chiesa rinvenuta nel sottosuolo di palazzo Simi), 
2) San Bartolomeo, ancora esistente. 
3) Nell’area del Pretorio bizantino si trovava la chiesa di San Eustrazio martire, abbattuta verso la fine del XI secolo per lasciare spazio alla basilica nicolaiana. 

Secondo lo storico Nino Lavermicocca sarebbero di origine armena anche le chiese di Santa Pelagia (attuale Sant’Anna) e Sant’Onofrio. 
Un’ulteriore traccia armena lo si può ancora trovare in alcuni diffusi cognomi baresi: Armenise, Amoruso, ed anche - secondo Vito Maurogiovanni - Caccuri, Susca, Zaccaria, Marzapane, Tateo, Trevisani, Pascali e Oliviero.
Come si può dedurre da quanto scritto sopra, la presenza della comunità armena a Bari fu decisamente importante ed ha lasciato segni e tracce sovente dimenticati. Probabilmente anche a Taranto vi erano degli Armeni; ancora oggi esiste nel centro storico del capoluogo ionico la chiesa di Sant’Andrea degli Armeni edificata nel 1353.
Bari, parecchi secoli dopo, ha avuto un ulteriore legame storico con il popolo armeno ospitando, negli Anni venti del XX secolo, un nutrito gruppo di profughi di quella Nazione sfuggiti alle pesanti e atroci persecuzioni turche.
Gli Armeni furono ospitati nel "Villaggio Nor Arax” ove si dedicarono alla produzione di tappeti, arte nella quale eccellevano. A Bari si trovava esule, sin dalla primavera del 1913 il poeta Hrand Nazariantz (1880-1962) che si prodigò molto per i suoi connazionali. Ancora oggi nel capoluogo pugliese vi sono famiglie armene, discendenti di coloro che decisero di fermarsi nella città, che esuli li aveva accolti.

Riferimenti bibliografici:



  • Marco Brando, Gli armeni e la Puglia. Una storia millenaria, Corriere della sera - Corriere del Mezzogiorno del 22/10/2003


  • http://www.mondimedievali.net/microstorie/armeni.htm.




  • Nino Lavermicocca, Bari bizantina. Capitale mediterranea, Bari 2003.




  • Nino Lavermicocca, Le chiese di Bari vecchia, Bari 2005.



  • Vito Maurogiovanni, Piccola storia degli Armeni a Bari, http://www.vitomaurogiovanni.it/public/read.asp?newsID=111
  • 13 settembre 2012

    Don Giovanni: La recita di venerdì 14 settembre non sarà cancellata.

    Don Giovanni: La recita di venerdì 14 settembre non sarà cancellata.
    Il Commissario straordinario, Prof. Carlo Fuortes, nel rispetto del pubblico, della città di Bari, degli enti che finanziano le attività del Teatro, del direttore Roberto Abbado e dei cantanti, del regista Mario Martone, di tutti gli artisti e le maestranze impegnati nella produzione e che hanno lavorato a fondo per portare in scena il capolavoro di Mozart, ha deciso di non cancellare la recita del Don Giovanni in programma domani (venerdì 14 settembre alle 20.30) al Petruzzelli.
    Se dovesse essere confermato lo sciopero dell’orchestra e del coro annunciato alla stampa, lo spettacolo andrà in scena con la direzione del maestro Roberto Abbado, il maestro Andrea Severi al pianoforte ed il maestro Giuseppe La Malfa al fortepiano.
    Qualora chi avesse acquistato il biglietto non desiderasse assistere all’opera rappresentata in questa forma, pur godibilissima, potrà chiedere il rimborso dei biglietti entro e non oltre il 18 settembre p.v., presentandosi nei punti vendita dove sono stati acquistati.
    Si rammenta che a causa dello sciopero anche il servizio di biglietteria potrebbe non osservare il normale orario.
    In caso di acquisto on-line, sarà necessario inviare una e-mail all'indirizzoinfo@bookingshow.com

    12 settembre 2012

    Lutto Per la cultura Ebraica meridionale: muore Cesare Colafemmina


    Si spegne dopo una lunga malattia Cesare Colafemmina grandissimo studioso di cultura ebraica. 

    Era nato Teglio Veneto nel 1933 ed è morto oggi 12 settembre 2012. 
    Storico, scrittore, filologo, archeologo e biblista italiano, ha insegnato Epigrafia ed Antichità Ebraiche all'Università degli Studi di Bari e Lingua e Letteratura Ebraica presso l'Università della Calabria. 
    Pioniere degli studi storici sull’ebraismo in Italia meridionale, e del cristianesimo dei primi secoli, si era formato presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma, dove conseguì la licenza in scienze bibliche. Imprescindibili le sue ricerche siti Ebraici di Venosa e sugli impianti ebraici della Bari medievale.
    Si era laureato in Filosofia presso l'Università degli studi di Bari. 
    Dal 1975 era stato ricercatore presso l'Istituto di Studi Classici e Cristiani. 
    Nel 1985 ha fondato la rivista "Sefer Yuhasin" e ha diretto importanti collane di storia e letteratura giudaica.
    Tra le sue numerose pubblicazioni la traduzione e l'edizione critica della cronaca ebraica di Ahimaaz ben Paltiel. 
    Il 27 ottobre 2011 gli è stata conferita la civica benemerenza da parte del comune di Acquaviva delle Fonti e nel 2012 ha ricevuto il premio "Arca di Noè" per cultura e sapere inscindibilmente uniti all'amore per la verità e per l'uomo, ambiti ai quali ha dedicato tutta la vita. 
    Oggi la cultura pugliese ed ebraica meridionale perde uno dei suoi massimi riscopritori. 
    I funerali si svolgeranno alle 16:00 nel duomo di Acquaviva il 13 settembre.
    Shalom prof. Colafemmina!

    11 settembre 2012

    W.C. – Western Closet: dal 10 al 15 settembre si gira a Poggio Orsini




    Dal 10 al 15 settembre presso il comune Poggiorsini, nel territorio Parco dell'Alta Murgia sono state effettuate le riprese di W.C. – Western Closet.
    L'intero progetto, che gode anche del patrocinio di Apulia Film Commission, è finalizzato alla produzione, realizzazione e distribuzione di un cortometraggio della durata massima di 20 minuti.
    Tutte le riprese video sono state effettuate in Puglia, in particolare nel Parco Nazionale dell’Alta Murgia, mentre la post produzione sarà realizzata principalmente in Liguria (Genova).
    Gli ideatori del progetto, oltre che produttori e finanziatori del cortometraggio, sono le associazioni culturali Areté Ensemble di Giovinazzo (Ba) e TieFilm di Genova a cui si è aggiunta nella produzione Zerottanta Produzioni di Bari. Il cortometraggio è stato realizzato con il sostegno di una cordata di associazioni ed enti sostenitori tra cui Res Extensa (Ba), Explorer (Ba), Comune di Poggiorsini (Ba), Parco Nazionale dell’Alta Murgia (Ba), Liguria Film Commission (Ge), Piemonte Movie (To), Associazione Culturale Dioniso (Ge).
    Luca Franco e Saba Salvemini saranno i registi del cortometraggio. Il soggetto è stato sviluppato di Luca Franco, mentre sceneggiatura e realizzazione del lavoro sono frutto del fecondo sodalizio tra Luca Franco, Saba Salvemini ed Areté Ensemble.
    Non è la prima volta che Areté Ensemble collabora con i due registi.
    La precedente produzione di Areté Ensemble nasceva dal lavoro sinergico della medesima associazione culturale con Annika Strøhm, Saba Salvemini e Luca Franco co-registi ed autori della sceneggiatura. Da questo prezioso lavoro di squadra era nato il corto pluripremiato ‘Il compleanno di Sofia’ (Premio Miglior Cortometraggio al Genova Film Festival – Obiettivo Liguria, Premio Miglior Cortometraggio al Fuori dal Comune Festival di Bari, Premio Miglior Attrice al Piemonte Movie Festival di Torino, Premio Miglior Sonoro al Wordless Film Festival di Acquaviva delle Fonti).
    “W.C. – Western Closet” è un progetto interamente autofinanziato e che non gode di nessun finanziamento pubblico. E’ stata avviata una campagna di sostegno privato ed internet crowdfunding grazie al portale www.indiegogo.com. Tutti possono sostenere il progetto con un qualsiasi contributo economico cliccando su: 
    http://www.indiegogo.com/wc?a=911284. Tutti i sostenitori riceveranno gadget e souvenir a ringraziamento del loro aiuto.

    Addetto Stampa – Carlo Coppola (3286818911 carlocoppola.press@gmail.com)




    Cast Tecnico e artistico di W.C. Western Closet

    Regia: Luca Franco e Saba Salvemini


    Produttori: Areté Ensemble, TIEFILM e Zerottanta Produzioni

    Partners: ResExtensa (Ba),Explorer (Ba), Associazione culturale Dionisio (Ge),
    Comune di Poggiorsini (Ba), AFC – Apulia Film Commission (Ba), Parco Nazionale
    dell’Alta Murgia (Ba), Liguria Film Commission (Ge).

    Attori: Annika Strøhm, Saba Salvemini, Davide Paganini, Michele Cipriani

    Massimiliano Caretta, Francesca Montanaro, Alfredo Utech ed Enzo Paci
    Fotografia: Marzio Mirabella
    Aiuto regista: Ermes Di Salvia
    Operatore: Lucio Basadonne
    Scenografa: Marta Marrone, Assistente Scenografo: Vito Sabini
    Direttore Produzione: Anna Giulia D’Onghia
    Costumista: Alessandro Osemont
    Sarto: Franco Colamorea
    Fonico: Vincenzo Urselli
    Truccatrice: Arianna Lumare
    Trucco Promo: Anna Ulivieri
    Montaggio sonoro: Filippo Quaglia
    Grafica 3D: Carlo Macchiavello
    Musiche: Adriano Fontana, Tromba promo: Fulvio Di Clemente
    Ufficio Stampa: Carlo Coppola
    Assistente Produzione: Ignazio Di Mauro
    Horse Trainer: Nicola Ragusa 

    Ufficio Stampa Carlo Coppola (3286818911)

    10 settembre 2012

    "Don Giovanni" al Petruzzelli: rimborsi per gli abbonati turno A



    “Don Giovanni”: Procedure dedicate agli Abbonati del turno A ed ai possessori di biglietti per la prima di lunedì 10.09.12

    Gli abbonati del turno A della Stagione d’Opera 2012 e gli spettatori in possesso di titoli d’ingresso per la recita di lunedì 10 settembre scorso, cancellata in seguito ad uno sciopero indetto dai lavoratori iscritti al sindacato SLC CGIL, potranno recarsi al Botteghino del Teatro Petruzzelli, muniti di tessera abbonamento o titolo di ingresso, per ricevere titolo di ingresso per una delle prossime recite in cartellone.
    Il “Don Giovanni” di W. A. Mozart per la regia di Mario Martone è in programma mercoledì 12 e venerdì 14 settembre alle 20.30, domenica 16 settembre alle 18.00 e martedì 18 settembre alle 20.30. Orari di apertura al pubblico del botteghino: dal lunedì al venerdì dalle 10.00 – 13.00 / 17.00 – 19.30.
    ____________________

    Nell'esprime solidarietà a tutti coloro che sentono lesi i loro diritti di lavoratori sindacalizzati Carlo Coppola gestore di questo blog si sente affranto per la perdita della Prima del "Don Giovanni" diretto dal maestro Mario Martone. 

    Di quest'opera straordinaria, e contro il provincialismo culturale della città di Bari, non andava perso neppure un millesimo di secondo. Il Sindacato, non ha tenuto conto dei diritti del pubblico e di quelli di altri lavoratori, i figuranti o mimi i cui compensi sono conteggiati per replica, una replica persa significa, salvo diverso accordo, perdita di circa un ventesimo del loro compenso spalmato su un mese di lavoro. Non ci aspettiamo che i tecnocrati capiscano cos'è l'Arte, né che distinguano il lavoro di Mario Martone e dalla sua equipe da un qualsiasi altro regista o presunto tale giunto al Petruzzelli in questi anni. 

    Siamo comunque affranti per il danno fatto all'Arte e alla Storia dell'Amatissimo Teatro Petruzzelli e auspichiamo che i sindacati aggiornino i loro metodi di lotta in ambito artistico e culturale come in ogni altro campo della vita di ogni giorno! 

    09 settembre 2012

    L’emozionante estetica del “Don Giovanni” al Petruzzelli nelle magie di Mario Martone


    Salta a quanto è dato sapere fino al momento della presente pubblicazione la prima al Petruzzelli.
     Un vero peccato per il "Don Giovanni" di Mario Martone l'opera più bella fin ora vista al Teatro Petruzzelli dalla sua riapertura. Solidali con i lavoratori in lotta sindacale proviamo a dare qualche anticipazione dell'articolo che uscirà il prossimo giovedì mattina dopo l'attesa replica di mercoledì 12 settembre sera.

    da  http://www.lsdmagazine.com/lemozionante-estetica-del-don-giovanni-al-petruzzelli-nella-magia-di-mario-martone/11906/

     don giovanni

    “Si ritrova nella Chiesa di Santa Maria del Carmine di Napoli, un’antichissima Imagine del Santissimo Crocifisso, di tanta rara scultura quanto può a ogni devoto desiderarsi di vederlo al naturale. Nell’anno 1439, mentre che Alfonso Rè d’Aragona teneva il campo nelle palude di Napoli (…), dispose per battere la Città le sue bombarde. (…) Avvenne, che un Giovedì 17 d’Ottobre ad ora di Terza, comandò il fratello del medesimo Rè, chiamato l’Infante, che una bombarda drizzata fusse al dritto contro detta Chiesa, tal che la medesima bombarda tormentò le mura della Città, e le ruinò, ed anche detta Chiesa, facendo cascar per terra la corona di spine della sacra Imagine del Crocifisso, e molti de’suoi capelli.” (Filocalo Caputo, Il Monte Carmelo, Napoli 1631).

    A Napoli, dove per naturale inclinazione si trasfigura il santo senza testa (S. Gennaro) in un piede senza scarpa (La Gatta Cenerentola), il salto fu breve. Il Crocifisso aveva schivato miracolosamente la palla di cannone, muovendo il capo. Con questo prodigio, quasi certamente, nasce la tradizione storica del “Don Giovanni” divenuto famoso in tutto il mondo. Il Crocifisso, che ancora si vede con la sua palla di cannone al fianco, mosse la testa per schivare il colpo, ma a chi guardò l’immagine sembrò che avesse dato un assenso, come ad accettare un invito.
    Quello che propone Mario Martone - unico vero genio della regia che ancora il nostro paese possa vantare - è un percorso visivo, intenso e multidirezionale. E’ una ricerca di estetiche in cui le figure di Brueghel si animano in contraddanze e minuetti, senza mai spaurarsi. Non essendo ontologicamente degne di affacciarsi ai tavoli anatomici di Rembrandt, si contentano di contemplare il rinoceronte di Pietro Longhi veneziano, di scatenar jacquerie, contro il locale signorotto feudale, armati di forconi e mazze che mai utilizzerebbero se non contro se stessi, gli uni contro gli altri. Il padrone, l’ateista, il crapulone continua a gozzovigliare come un sovrano d’Oriente, con tinte che ricordano la Salomè di Gustave Moreau. Solo allora anche i numi, sino lì assenti, si destano di sdegno. Il Commendatore ucciso appare, come il fantasma del re Amleto sulla torre maestra, e all’ultimo rifiuto porta con sé Don Giovanni tra l’orrore dei protagonisti e l’indifferenza del popolo.
    Una classe è morta. Sugli spalti figure forti appartengo alla Umarła klasa (La classe morta) dell’indimenticabile Tadeusz Kantor che Martone, con gli amici Toni Servillo e Andrea Renzi, venne a vedere al Petruzzelli nel maggio 1986. Sempre cari alla tradizione kantoriana alcuni passaggi significativi come il momento in cui Donna Elvira al centro della scena legge e sfoglia il catalogo delle amanti di Don Giovanni, passatole da Leporello, o  quando lo stesso servo gaglioffo fa la barba al padrone, non simulando nulla, neppure l’acqua e il sapone come nell’Happening-Cricotage.
    L’opera quindi non è più segreta, come lo straordinario maestro napoletano ci aveva abituato. La sola luce, muove e commuove, come in Caravaggio di cui non restano che gli sguardi pasoliniani d’un ultimo tempo e le facce dure da sacrestia di San Domenico Maggiore. Infine anche Guido Reni viene evocato e con lui il Guercin da Cento. Il «Divin Mario» guarda lo spettacolo kantorianamente, ma, dalla platea platea. Accanto a lui, statuaria nella nobile ed erudita bellezza, Ippolita di Majo, la moglie, la storica dell’arte, drammaturga, la musa.
    Il sipario si chiude l’anima è quassa. Vorremmo rivederlo cento e cento volte.
    Le tante emozioni sceniche sarebbero nulle senza le care presenze di Raffaele Di Florio, eclettico regista e scenografo assistente, Sergio Tramonti autore delle scene e dei costumi, Anna Redi icona del teatro di ricerca, autrice delle coreografie e Pasquale Mari, qui in veste di regista delle luci, e grande direttore della fotografia di indimenticabili pellicole quali Rasoi e Teatro di Guerra di Martone, Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca e L’uomo in più di Paolo Sorrentino.
    Tutti bravi gli interpreti a partire dai mimi che contiamo in circa cinquanta e tra essi alcuni protagonisti delle ultime generazioni del teatro di ricerca pugliese tra cui Roberto CorradinoAnnalisa LegatoMichele Cuonzo, Maria Elena GerminarioMichele StellaRoberta TavarilliNicola MoschettiRiccardo Spagnulo,Lisangela Sgobba che molto devono alla ricerca martoniana degli anni 80.
    I Cantanti in meravigliosa serata di grazia esibiscono la nettezza della loro vocalità e la potenza degli accenti senza risparmiarsi. Le figure femminili convincono a pieno da Burcu Uyar, incisiva donna Anna, a Jana Kurucova, esuberante Zerlina, alla passionale Donna Elvira, Carmela Remigio, dalla vocalità sensuale e a tratti struggente. Il giovane Alessio Arduini, Don Giovanni, è un atleta tanto nella voce possente quanto nella prorompete fisicità e mostra il glabro petto come certi eroi Romantici seppero fare. Accanto a lui Nicola Ulivieri, Leporello, ne completa la figura e, ne rende visibili, con estrema maestria, la crudeltà e la durezza indefessa.
    Gli Orchestrali devono al pubblico e ai mimi il torto d’una Prima perduta, e i loro sindacati minacciano una cancellazione anche della replica del 14 settembre, a nostro avviso assai deprecabile e irresponsabile. Tali atteggiamenti voluti da tecnocrati che nulla sanno d’arte confermano uno scarso “attaccamento alla maglia” da parte di molti musicisti che pretenderebbero di essere confermati nell’orchestra coram populo. Per loro è stata preparata una fantasmagorica scenografia che li abbraccia completamente. In parte utilizzati sul palco assieme al coro, e ai mimi, in uno sforzo fisico reale, scevro da protagonismi, sono posti in posizione prominente e completamente visibili dal pubblico. Si esaudiscono così anche i desideri del direttore d’Orchestra, Roberto Abbado, bacchetta energica e lucida in ogni passaggio, anche egli collaboratore da anni del maestro Martone da qualche tempo.

    07 settembre 2012

    "Lech Lechà" 2012 Momento di preghiera dellla Comunità ebraica di Trani








    All'interno della Settimana di Cultura Ebraica "Lech Lechà" svoltasi in Puglia dal 2 all' 8 settembre 2012, con Trani città Capofila, nella Sinagoga Scolanova a Trani si è svolto un importante momento di Preghiera presieduto dal Rabino capo di Napoli Rav Shalom Bahbout.

    Le immagini sono state realizzate da Carlo Coppola, cattolico apostolico romano amico del Popolo Ebraico ed estimatore della sua cultura. Le riprese sono state messe a disposizione della rete liberamente e senza montaggio per rendere maggiormente vivida l'impressione dell'accaduto a quanti non hanno assisto alla Preghiera svoltasi prima delle ore 9:00 del giorno 6 settembre 2012.

     Si ringraziano per il permesso alla divulgazione il direttore artistico di "Lech Lechà" m° Francesco Lotoro e l'ufficio stampa affidato alla sapiente cura di Luciana Doronzo.

    Al ministro Profumo per il concorso a cattedra MIUR



    di: (Joan Manuel Serrat - Paolo Limiti)

    Tu dormi e io sono qui 
    da quanto non lo so. 
    So che affondo così 
    dentro l'odio che ho. 
    A tratti sentirei 
    di svegliarti ma poi 
    ci penso e dico no, 
    ora meglio di no. 

    Ti guardo mentre sei 
    abbandonato lì, 
    odio tutto di te 
    oramai è così
    e te lo griderò 
    e tu saprai il perchè, 
    non c'è niente fin quì 
    che salverei di te. 

    Certo visto così 
    da vicino 
    c'è il sonno che ti da 
    un aria da bambino. 
    Certo visto così 
    da vicino vicino, 
    che bambino che sei... 

    Guardo gli occhi che hai 
    e le ciglia che hai 
    le ciglia lunghe in cui 
    imprigionavi me 
    bugiardo più che mai 
    più incosciente più che mai. 
    Che tristezza per 
    un amore con te, 
    e ti odio di più 
    perchè alle altre tu 
    tu non hai dato mai 
    i giorni tristi e bui, 
    quelle certo che no, 
    non correvano qui 
    a consolare te 
    ma io stupida sì. 

    E a vederti così 
    da vicino vicino 
    c'è il sonno che ti da 
    un aria da bambino. 
    E a vederti così 
    da vicino vicino 
    c'è il sonno che ti da 
    un aria da bambino. 

    Io ti odio e fra un po' 
    quando ti sveglierai 
    basta, non tacerò 
    tanto inutile ormai 
    e sceglierò per te 
    quelle parole che 
    fanno male di più 
    vanno in fondo di più. 
    me ne vado, dirò, 
    ma un rimpianto ce l'ho 
    avere amato te 
    senza un vero perchè. 
    Non so cosa darei 
    per non dovere mai 
    pensare che son 
    stata insieme a te. 

    E a vederti così 
    da vicino 
    c'è il sonno che ti da 
    un aria da bambino. 
    E a vederti così 
    da vicino vicino, 
    che bambino che sei... 

    Ti muovi e so già che 
    un sospiro farai, 
    la testa girerai 
    i pugni allargherai 
    e tra un secondo tu 
    la bocca schiuderai 
    e quasi sveglio poi 
    il mio nome dirai. 

    Ecco guarda son qui, 
    mi chino su di te 
    ma questa volta no 
    non cederò perchè 
    è quasi dolce sai 
    poter gridare che
    nessuno al mondo mai
    ti odierà più di me.

    Sto per farlo però
    ti svegli al tuo richiamo
    rispondo sono quì
    amore mio ti amo.
    Sto per farlo però
    ti svegli al tuo richiamo
    rispondo sono quì
    amore mio ti amo

    06 settembre 2012

    La Verità Urgente: l'intervista a Raffaele Di Florio [di Carlo Coppola]

    da http://www.apuliamagazine.it/il-don-giovanni-di-raffaele-di-florio-al-petruzzelli.html

     | 6 settembre 2012
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    Abbiamo incontrato Raffaele Di Florio, che in questi giorni sta ri-allestendo al Teatro Petruzzelli di Bari, il Don Giovanni di W. A. Mozart, progetto decennale, firmato dal maestro Mario Martone che andrà in scena dal 10 al 18 settembre 2012. L’incontro con Di Florio è stata occasione per fare il punto sul teatro italiano contemporaneo e sulla sua attività artistica. Il nostro ospite ha voluto darci anche qualche anticipazione sull’allestimento del Don Giovanni che sarà presentato al pubblico barese.
    Ho letto che la tua citazione preferita è “La verità è sempre rivoluzionaria”. Che valore ha questa frase e perché l’hai eletta a tuo motto artistico?
    E’ una frase attribuita a Gramsci, mi ha accompagnato in molte scelte della mia carriera e tutt’ora mi accompagna. Si tratta di un paradosso che provo sempre a mettere in pratica anche in teatro. Il paradosso viene dal fatto che, inconfutabile, il teatro sia il luogo della finzione per eccellenza. Per questo sostengo l’idea di “verità scenica” da non confondere però né col mero realismo, né con la messa in scena della realtà oggettiva. Ti faccio alcuni esempi: Totò nella sua follia e comicità in scena era reale, allo stesso modo una caduta di Buster Keaton era comunque concreta, lo stesso avviene per i grandi jazzisti pensiamo agli assoli di Charlie Parker in stato di grazia o a Miles Davis sono delle verità assolute che rendono umana e oggettiva l’arte. Questo assioma lo coltivo e lo professo fortemente. La “verità scenica” si ha quando l’attore, un artista in generale, porta in scena il “valore intrinseco” presente in un testo teatrale o in un monologo o in una singola frase o in un pezzo di danza e davanti a questo valore è nudo, con se stesso e con il pubblico, in una relazione vitale.
    Alla “verità scenica” hai dedicato anche un breve scritto teorico di imminente uscita cosa si tratta?
    Si tratta in realtà di un piccolo pamphlet che nasce dalla collaborazione con un gruppo di ragazzi di Scampia, uno dei quartieri più bistrattato di Napoli. Il gruppo si chiama “Voci di Scampia” ed è composto da ragazzi che hanno in media 25 anni. Essi hanno avuto la grande fortuna e l’intelligenza di creare una biblioteca nel loro quartiere, luogo deserto culturalmente, grazie al supporto di una casa editrice, la Marotta-Cafiero, che ha regalato loro l’attuazione di  varie proposte culturali tra cui questo mio testo.
    Hai lavorato con tanti maestri del teatro italiano ed europeo tra cui Carmelo Bene, Leo De Berardinis, Eugenio Barba, lo stesso Mario Martone, come hanno cambiato il tuo modo di vedere il teatro essendo tu figlio di una delle più nobili ed antiche tradizioni sceniche come quella napoletana?
    Penso subito a Leo che era davvero un grande attore. Io ho collaborato ad una delle sue versioni di Re Lear. Il suo lavoro sul suo personaggio consisteva ad esempio nell’abbassare di un quarto di tono la propria voce. Questo esercizio costante era esattamente come quelli che fanno ogni giorno le brave ballerine alla sbarra prima di andare in scena. Questo era il suo rigore con se stesso anche se era un più giovanissimo e per il suo talento avrebbe potuto non sottoporsi a queste costante ripetizioni. Questo dà la misura del rigore di chi ha vissuto la sperimentazione teatrale per rompere gli schemi precedenti. A dire il vero quello è stato uno dei momenti più felici che abbiamo avuto in Italia. In realtà già gli anni Settanta e Ottanta, come si sa, avevano generato un grande movimento di ricerca di nuovi linguaggi, la commistione del teatro e la danza. Sono arrivati in Italia Kantor, la Baush, e infine Necrosius tutto ciò ha creato un grande movimento ed una grande attenzione. Oggi stiamo attraversando un momento di stallo perché gli anni Sessanta, gli anni Settanta e Ottanta hanno ucciso i padri. Sono rimasti i fratelli maggiori, non ci sono più padri, e tutto ciò non era mai avvenuto dalle nostre parti con una portata simile. Non voglio esprimere un giudizio in merito. Io ho avuto la fortuna di vedere come lavoravano i maestri e i maestri oggi invece mancano tanto. Non manca la formazione, perché di scuole di teatro ce ne sono tante, ma manca “La Scuola” di riferimento che possa dare un’impronta riconoscibile. Se pensiamo per un istante alla tanto decantata “Scuola napoletana”, che ha percorso, seppur modificandosi, il teatro italiano degli ultimi secoli, purtroppo non esiste più. Non c’è più quel teatro, non ci sono più attori formati per esso, anche quella tradizione è stata spazzata via e manca anche il pubblico adatto. Ad esempio ad una delle forme più note di quel teatro “la sceneggiata”, sebbene rimessa in scena con tutti i criteri filologici e rigore scientifico da uno dei registi contemporanei più apprezzati come Antonio Latella, a cui sono molto affezionato, rappresenta oggi una mera operazione museale, un esercizio non più teatrale ma intellettuale. La sceneggiata era per il popolo, per una fascia in particolare, adesso la sua messa in scena rappresenta un teatro borghese, un rifacimento “alla maniera di” e ciò non porta, a mio avviso, da nessuna parte. I maestri che ho avuto la fortuna di incontrare in definitiva mi hanno sempre spronato a pensare. Oggi bisognerebbe riflettere su che cosa fare a teatro e la nuova drammaturgia dovrebbe sforzarsi di capire come affrontare il teatro in caso contrario si rischia di fare il verso a se stessi riproponendo dei modelli stereotipati. Il guaio è che oggi non si cerca più la continuità a differenza degli anni Settanta e Ottanta ma si punta a creare singoli eventi. Se pensiamo alla situazione napoletana in particolare in questo momento la scena culturale è avvelenata da una serie di interessi politico amministrativi e anche quel faro che sembrava essere il Napoli Teatro Festival ha perso il suo valore di motore propulsivo anche causa di una cattiva gestione economica.
    Dalla fine degli anni Settanta, Mario Martone e i gruppi con cui lavorava, Falso Movimento e fino a Teatri Uniti, su tutti, hanno lavorato a svecchiare le drammaturgie, i gusti del pubblico, napoletano e italiano in generale contribuendo a creare un nuovo modello di sviluppo culturale anche dal punto di vista economico. Tu ne sei stato diretto testimone hai compreso perché oggi le cose sono cambiate?
    La mia testimonianza è in merito è diretta. A Martone è andato il merito di aprire nuovi spazi, anche a prescindere dalla sua direzione. Pensiamo al Teatro India a Roma oggi è diventata quasi una pesante appendice di cui sbarazzarsi. Alla base, oggi, non c’è più un’idea progettuale ma diventa un problema economico e questo la dice lunga. Inoltre, non per ripetere sempre le stesse cose, i tagli alla cultura sono pazzeschi. Ma il problema purtroppo è sistemico e non riguarda solo la cultura, ma anche la salute, l’istruzione e tutti i settori che attengono più strettamente al nostro vivere civile. È stato tagliato tutto ciò che riguarda la qualità della vita nostra vita e “la curiosità alla vita” sta venendo meno. Ahimè, come diceva profeticamente Pasolini, il genocidio culturale è avvenuto. L’unico metro di misura è la televisione, solo se si passa per la televisione si ha un valore, e questo ha portato una logica di mercato abbastanza inedita nelle forme. Tutto diventa mercanzia e sottoposto a rigidi parametri economici. Ma la cultura, ben si comprende, non può essere sottoposta a tutto ciò e questo è un grande guaio. Certo ci sono gli sperperi come dappertutto, ma bisogna ripartire, rifondare un sistema, rifondare una pratica teatrale che si sottragga alle logiche del mercato. Così era stato fatto anche negli anni Settanta, con la fondazione delle “cantine” nate come centri di cultura oltre che di teatro in particolare. I protagonisti di quella stagione si sono dichiarati fuori dalla logica economica del teatro ufficiale già allora perché avevano un’ “urgenza”, una necessità. Questo manca al teatro di oggi. Se tu hai l’ “urgenza di fare teatro”,  ti trovi un posto, se tu hai l’ “urgenza” hai bisogno di confrontarti con il pubblico. Dopo i circuiti vengono da sé. Ciò che sta venendo a mancare è proprio questa urgenza che non è solo un fatto generazionale, ma costituisce una prerogativa quasi egemone nelle nostra cultura.
    Per concludere il colloquio, ci daresti qualche anticipazione sul progetto del Don Giovanni che vedremo in scena al Teatro Petruzzelli dal 10 settembre? Quali ne sono le linee guida?
    Quest’anno il Don Giovanni (di Mario Martone) compie dieci anni. Appartiene come sappiamo alla Trilogia Italiana di Mozart di cui Martone ha completato l’ultimo allestimento nel 2006. L’impianto scenico è fisso. Due bracci, su cui si svolge l’azione scenica, avvolgono l’orchestra e la circondano sempre restando a ridosso del pubblico. Così come ogni opera che compone la trilogia anche il Don Giovanni è caratterizzato da un oggetto. Nel Così fan tutte l’oggetto erano due letti che rappresentavano un interno, nelle Nozze di Figaro, un grande tavolo, in questo caso non si tratta propriamente di un oggetto ma di un luogo, una grande platea, che ricorda l’arena di una corrida, o un (teatro) anatomico, come quello che è visibile (all’università) di Padova o in alcune antiche facoltà di medicina. Questo spazio ospita tutti gli interpreti compresi i figuranti e il coro. Questo Don Giovanni, ha avuto sempre la fortuna di essere presentato con cast importanti e preparati che gli hanno consentito di vincere anche premi molto importanti nel campo della critica come il Premio (Abbiati), considerato l’Oscar dell’opera lirica. Quest’anno si presenta al Petruzzelli con un cast di grande levatura, ci sono tra gli altri Carmela Remigio, Nicola Olivieri, Burcu Uyar, mentre Don Giovanni è interpretato dal giovane talentuoso Alessio Arduini. Questi cantanti sono inoltre degli ottimi attori. Il lavoro di Martone si concentra molto sullo scavo psicologico all’interno dei personaggi e non solo sulle posizioni dei cantanti come spesso si fa negli allestimenti lirici. Gli interpreti sono stati condotti ad affrontare un intenso lavoro sulla parola e sul pensiero del personaggio a cui danno vita in scena.
    Infine quanto c’è effettivamente di Mario Martone e quanto di Raffaele Di Florio in questo allestimento barese?
    Martone mi ha lasciato il testimone dell’allestimento del lavoro. Io ho rispettato in toto l’idea di Martone anche perché ho seguito il lavoro sin dalla sua genesi, ad esempio nei laboratori. Nel 2002 abbiamo portato avanti un percorso laboratoriale sul tema del Don Giovanni ad Ischia, attraverso i testi di Molière e Kierkegaard facendone uno studio molto ampio. Il gruppo di lavoro si è confrontato con lo studio dei personaggi, scambiato pensieri e continui suggerimenti.  Imprescindibile è stato il lavoro di Anna Redi che ha curato la coreografia per tutta l’evoluzione e i diversi riallestimenti. Alcune coreografie e movimenti sono standard perché rispettano danze tradizionali dell’epoca mozartiana come la contraddanza e il minuetto. Altri passaggi sono ridisegnati rispetto a dieci anni fa per due motivi: l’esperienza e le suggestioni maturate nel tempo e la grande disponibilità del parco attori e danzatori incontrato al teatro Petruzzelli. Se infatti l’ossatura della regia è la stessa, la “carne” di cui è composto il lavoro ha diverse muscolature perché diversi sono gli interpreti. Ad esempio la scena finale tra Donna Elvira e Don Giovanni è ben diversa da quella di dieci anni fa perché le proposte e i discorsi fatti in questi giorni con la Remigio e Arduini ci hanno indirizzati altrove. Ciò non snatura la regia ma la arricchisce e la evolve in un allestimento che continua a vivere.

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