è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

30 dicembre 2010

Per una donna e Le notti dell'uomo in più

Poche ore fa è stato identificata la fonte di ispirazione di uno dei brani più interessanti nel panorama filmico degli ultimi venti anni. Il brano in questione è tratto dall' Uomo in più di Paolo Sorrentino eccezionale di talento e spocchia, regista, scrittore napoletano. Il brano in questione opera dello straordinario maestro Pasquale Catalano è un vero e proprio calco del meglio della musica po italiana dei crooner degli anni a cavallo del decennio 1960/1970.


Quando lo lasciasti lì
come un ridicolo Pierrot
bella mi guardasti e già 
gli somigliavo un pò
Avevo un'anima
da vagabondo e adesso no.

Quando questo amore è 
una battaglia fra di noi
e dopo come un cucciolo
addormentata stai
Gioca la mente mia
con un pezzetto di poesia.

Per una donna 
ho respirato sere azzurre 
ad aspettare due pupille chiare.
e la tua mano che ogni momento
cambiava idea.

Per una donna 
ho chiuso gli occhi ed
ho baciato il muro
dove prima c'eri tu.

Te lo ricordi quando dissi
mi perdi
se fai così
Amore mio
nel buio sai
tremavo anch'io 
e tutto il resto lo inventai.
Per una donna

A mia madre dissi addio
dovevo scegliere
il suo seno oppure il tuo
per dormire e per piangere
Rubavo a casa mia
la ninna nanna e la poesia.

Per una donna
ho consumato sere azzurre
ad aspettare due pupille chiare.
Quando tornavi e con un velo vestivi
le tue bugie.

Per una donna 
ho chiuso gli occhi
ho riso e ho pianto a far l'amore
eppure adesso canto
Tanto la vita
sabbia fra le mie dita
fermarla non puoi 
Amore mio
il tuo passato sono io
e quanti sbagli rifarei.

Per una donna
Per una donna



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(P. Servillo, N. Bruno, P. Sorrentino, P. Catalano)


11 dicembre 2010

da una riflessione [di Efraim Medina Reyes]

È più pericoloso Bush o Coelho? Nella realtà concreta Bush sembra non avere rivali. Ma un guru light come Coelho può essere molto dannoso. Anziché aiutarci a prendere coscienza del mondo, stimolare la nostra capacità di discernimento e fornirci elementi di giudizio, i dépliant di turismo spirituale scritti da Coelho in modo automatico (non è sospetto che abbia una rivelazione da fare al mondo ogni otto mesi?) impoveriscono la percezione di chi li legge. La loro stucchevole retorica è una consolazione per gli stupidi. Questa industria chiamata Paulo Coelho produce e vende schifezze per ingrassare i mammiferi e farli sprofondare ancora di più nell'incoscienza. Se hai delle idee personali non puoi comprare questa spazzatura.
Scrivere, nel mio mondo, significa assumersi una responsabilità. Leggendo scrittori e filosofi, da adolescente ho scoperto che la vita poteva essere qualcosa di più che mangiare, cagare e masturbarmi. Che studiavo non per ottenere un titolo e trovare un lavoro. Che non ero condannato a marcire guardando il calcio. Certo, avrei potuto fare tutte queste cose; avrei potuto fare sesso con la mia ragazza sette volte al giorno. Ma c'era di più, e questo "di più" l'ho chiamato coscienza del mondo e del mio mondo. Non è qualcosa di preciso: si tratta di capire e di percepire quello che facciamo, una sorta di morale estetica. Si tratta di superare la condizione di mammifero e di godere della bellezza priva di codici e stereotipi. Della bellezza come benessere dei nervi, un'ondata rinfrescante di lucidità nell'anima. Bush è un figlio di puttana, e Coelho anche. Entrambi, a loro modo, hanno il compito di distruggere la bellezza concreta e non concreta del mondo. Il primo è uno stupido assassino investito di poteri e assetato di sangue, il secondo un ipocrita pretenzioso che mescola, minimizza e copia sentenze taoiste e induiste, ci aggiunge un po' di psicoanalisi da parrucchiere e manda la brodaglia ottenuta ai suoi editori. Osho, Chopra, Rudolf Steiner e molti altri colleghi di Coelho vivono o hanno vissuto della stessa brodaglia.
Il fatto che qualcuno pubblichi libri non significa che sia buono o inoffensivo. Bisogna difendere ciò che si considera giusto, e proteggere la dignità di un compito come la scrittura è importante quanto la lotta alla tirannia. La stupidità è un male che si diffonde anche leggendo spazzatura.

Che Democristiano sono [di Carlo Coppola]

Risultato: Sei un DEGASPERIANO, POLITICA POPOLARE e ora sei del NUOVO POLO DI CENTRO, UDC o API.
Fai parte del gruppo di politici, prevalentemente provenienti dall’ex Partito Popolare di Sturzo, più vicino ad Alcide De Gasperi. vicino alle politiche di Attilio Piccioni. Stai insieme a Mario Scelba, Umberto Tupini, Maria Cingolani Guidi, Raffaele e Mar...ia Jervolino, Pietro Campilli, Giuseppe Spataro, Salvatore Aldisio, Bernardo Mattarella ed il giovane Giulio Andreotti. Ora la politica attuale non ti piace e non accetti il Duopolio fra PD e PDL...Apprezzi l'incontro fra UDC,API e FLI; sogni l'utopia di un unico grande centro alternativo e aggregativo di tutte le forze moderate che sognano una alternativa Centrista alla sinistra socialcomunista e al Berlusconismo. Aspetti fortemente la ascesa di Montezemolo o di qualcuno che non si faccia messia, ma servitore, come Prodi ma con più carisma.

09 dicembre 2010

Da Nan Goldin ad Anna Terio [di Carlo Coppola]



Gli artisti spesso si decidono a sbarcare sul web in prima persona.
Nan Goldin apprezzata fotografa americana non si è ancora decisa a farlo. Le sue immagine vanno cercate sui motori di ricerca, riscoperte preziosamente su qualche raro sito internet che le contenga. 
Ne sono esempi www.artnet.com o www.artcyclopedia.com su cui è possibile trovare qualche informazione su di lei e guardare qualcuna delle sue splendide immagini. Per il resto bisogna affidarsi a wikipedia in italiano o in inglese. E questo è un vero peccato data la grande qualità delle immagini di questa grande artista.
Un'altra esponente dell'arte questa volta una attrice è la pugliese Anna Terio. Anna Terio un'ottima interprete, ancora poco conosciuta al grande pubblico di massa. 
Formasi presso Scuola Nazionale di Cinema del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma è attrice di punta del gruppo di ricerca teatrale Ricci/Forte. Anna Terio da pochi giorni ha un sito tutto suo sbarcato sul web alcuni giorni fa www.annaterio.com.

Lettera a Carmelo Bene sul Barocco [di Vittorio Bodini]

Tu mi chiedi perché la definizione di barocco abbia sempre da noi in Italia, almeno in certi settori della cultura, un valore dispregiativo. E infine se e in che modo e misura il tuo Don Giovanni possa considerarsi barocco.

Il valore dispregiativo, o quanto meno negativo, che suol darsi da noi al termine barocco, e a tutto ciò che è o appare manifestazione barocca, è una forma di imperdonabile arretratezza culturale. 

Essa è congiunta, alle radici, a quel pregiudizio classico che grava soprattutto su una cultura come la nostra che, avendo toccato il suo apice nell’età umanistico-rinascimentale, per una sorta di nazionalismo culturale, è riluttante a ammettere che possano esistere forme d’arte scaturite da idee distinte o addirittura opposte e le degrada al livello di “contrastile” o di “extrastile” (Croce), come se il loro manifestarsi non potesse essere altro che un tralignamento, un errore rispetto all’unico stile degno di tal nome, e cioè il classico.

Ma il barocco è la grande alternativa al mondo classico; esso «afferma il valore autonomo della vita intensiva dell’anima di fronte alla considerazione razionale» (Strich); rinunziando perciò alla ormai preordinata ordinata armonia del Rinascimento si rifugia in un angolo, a dare ascolto alla propria mancanza di certezze e alla conseguente angoscia, cosicché quello che dall’esterno può apparire semplicemente caotico disordine sordine è al contrario una ricerca che mira a dar corpo al demone interiore.

Parlo non per caso del barocco come di una condizione presente del nostro spirito. Spiriti piú avvertiti e sensibili hanno sentito in ogni parte di Europa la profonda esigenza di rivalutare il concetto di barocco, e ciò è potuto accadere perché il Novecento non ha mancato di riconoscere in sé una curiosa simpatia, un intimo oscuro legame con il Seicento, che costituerebbe dunque una sorta di dimensione storica, di retroterra del Novecento. 

È ciò che Oreste Macrí chiama il sentimento e l’idea della contemporaneitàfra arte barocca e arte novecentesca, mettendo in guardia contro i pericoli con essa connessi: «Sta all’intelligenza e alla finezza del critico reperire un limite differenziale, e ciascuno ha sperimentato i trabocchetti e i rischi delle false analogie tra barocco e novecento, non ultimi quelli inerenti alla qualità dell’infernale e del mostruoso, di soluzione e destino talora antitetici: il barocco ostinatamente, fino in fondo, formale; il novecento esteticamente sincretístico e non di rado informale, iconoclasta, subreale… Comunque, non sembra esserci umanamente altra via, se non quella della contemporaneità se si vuole fondare una categoria storico-letteraria».

Vi sono storici che vedono addirittura tutta la storia dell’arte e delle lettere come un alternarsi incessante nel tempo di forme barocche e di forme classiche (D’Ors); per limitarsi ad epoche meglio controllabili, si osserverebbero le coppie gotico e rinascimento, barocco e neoclassico, romanticismo e positivismo, cui seguirebbe quello che, in mancanza di un termine convenuto, si potrebbe chiamare il neo-barocco (o il decadentismo) del Novecento). Vedremo col classico il trionfo dell’Ordine, col barocco quello della Rivolta, della quale il Novecento toccherebbe a mio avviso le punte estreme, dal decadentismo vero e proprio al surrealismo e all’esistenzialismo, da Proust a Joyce, da Pirandello a Kafka. Cito disordinatamente per dare un rapido panorama della Rivolta novecentesca.

Ma per tornare al barocco storico, rivalutato da noi (ma con quanto ritardo!) nell’opera barocca del Caravaggio, in quella del Berniní, del Borromini, avrebbe dovuto esser chiaro che la rivoluzione da essi portata nelle arti dello spazio – le strutture asimmetriche, le linee spezzate, il policentrismo, la novità degli scorci, la preminenza dell’ombra sulla luce, il dinamismo (Ovidio: Quisquis amans sequitur f ugitivæ gaudia formæ, verso ispiratore, con il seguente, dell’Apollo e Dafne berniniani) erano tutti caratteri armonicamente e organicamente convergenti di una poetica corrispondente a una nuova maniera di intendere il mondo e la vita. E che non era possibile negarlo senza negare la loro validità. A meno che non si fosse voluto ricorrere all’assurda scappatoia di Croce, il quale diceva che Gòngora quand’era poeta non era barocco e quand’era barocco non era poeta. Eppure questi artisti portano nella loro opera un cosí lucido messaggio della nuova estetica, frutto delle nuove istanze, dei nuovi fermenti del tempo, che addiritura – per il principio della circolarità dei linguaggi artistici – vengono assunti in Francia (Raymond, Rousset) e in Spagna (Dàmaso Alonso, Valbuena Prat) come parametri per intendere delle opere d’arte non figurative: quelle delle rispettive letterature del secolo XVII. E io stesso su questa linea di ricerche ho proposto un parallelo fra il bicentrismo dei personaggi del Don Chisciotte con l’ellissi berniniana di Piazza San Pietro.

Tale superamento della ristretta frontiera nazionale (il barocco è una corrente sorprendentemente europea), tali scambi illuminanti fra opera d’arte e opere letterarie, per una errata diffidenza verso la comparativistíca, non sono mai stati compiuti dai nostri storici e critici letterari, e quando questi son costretti a giustificare la loro sordità rispetto al secolo XVII tirano fuori la scusa pietosa del Marino. Ma il Marino non è un poeta e soprattutto non è barocco, e neanche un manierista. È un affrescatore post-rinascimentale, e qualche decina di suoi versi sarebbero piú che sufficienti a rappresentarlo e a rappresentare in una antologia seria della lirica barocca l’incredibile fenomeno del suo successo. 

Di barocco in lui c’è solo la formulazione della poetica barocca come meraviglia, per la quale viene cosí stoltamente deriso nei nostri manuali di storia letteraria. Come se la sorpresa, l’illusionismo dovessero esser banditi dalla poesia: e suo carattere precipuo e caratterizzante dovesse esser la noia. Purtroppo il torto del Marino è quello di maravigliarci assai poco o nulla. Vi sono in Italia poeti secenteschi che gli giudico superiori; vi è in tutti però una assai scarsa vocazione agli inferi e al destino; mentre infatti le arti figurative erano universali, la parola è legata alle strutture futili e superficiali delle piccole corti italiane. La fama preponderante, e quasi esclusiva, del Marino poeta si direbbe sia stata inventata dalla critica per poter denigrare il barocco. Ma non è qui il grande barocco letterario. 

Il nostro barocco letterario si chiama (col Galilei, che vi sta dì pieno diritto!) Cervantes del Don Chisciotte,Gòngora delle Soledades e del Polifemo, si chiama Quevedo lirico e Quevedo dei Suenos e del Buscòn, e tutto il folto teatro da Lope de Vega a Calderòn (soprattutto della Vida es sueño). Si chiama inoltre Baltasar Graciàn, teorico delle nuove poetiche (Agudeza y arte de ingenio), cosí come Lope lo era stato del nuovo teatro. Questa è l’organica risposta del barocco letterario europeo e mediterraneo al nostro barocco architettonico, scultorico e pittorico (e scientifico), a un medesimo estremo livello di tensione, di dignità e di cosciente originalità.

Se ora tu mi chiedi che il tuo Don Giovanni è un’opera barocca, rispondo di sí, nel senso piú positivo che si deve dare al giudizio, a dispetto di quanti (e non sono purtroppo solo i non addetti) adoperano questo termine con riserve o con sottintesi che fanno dubitare della loro cultura. 

Il Don Giovanni è un’opera autenticamente barocca, e forse ciò che scuote soprattutto gli spettatori, che loro malgrado hanno già ingerito e accettato altri testi piú scaltramente o piú timidamente barocchi senza protestare, è proprio l’esemplare rigore che la regge. Io credo che Gòngora (o Calderòn, o Graciàn), se fossero piovuti non so come nella sala di proiezione, avrebbero riconosciuto e applaudito (nonostante gli inevitabili adattamenti dovuti ai mutamenti dei tempi e alla novità dello strumento tecnico) il sapiente uso di due simboli convergenti e dialettici che affascinarono la fantasia dei loro piú avvertiti contemporanei: i simboli che Jean Rousset battezzò coi nomi di Circe e del Pavone: la metamorfosi e l’ostentazione, il movimento e la decorazione, dove il secondo termine della coppia, che pare in sé negativo, acquista rilievo e positività nel modo in cui si presenta in intimo connubio coi tempi del mutamento, della incostanza, del trompe l’œil, delle pompe funebri, della fugacità della vita e dell’instabilità del reale. 

Naturalmente chi non è addentro al problema ne vedrà solo l’aspetto esteriore, pavonesco, senza la labilità, il disperato senso del vuoto che è ad esso sotteso e che si cerca con esso di colmare. E questo mi pare il caso dei tuoi critici, che non vanno al di là delle apparenze; cosí come noi ci accorgiamo che il Marino non è un vero barocco perché in lui vi è solo il Pavone senza la Circe.

Un curioso campione delle contraddizioni in cui cade chi oggi continua a parlare superficialmente di barocco l’ho osservato nell’articolo di un critico cinematografico, che ha scritto sul tuo Don Giovanni prima rifiutandolo aprioristicamente in quanto barocco, quindi spiegandolo e mettendone in rilievo positivamente proprio i motivi piú barocchi.

Un altro aspetto in comune fra il tuo lavoro e il barocco storico (io mi limito a questa angolazione, non ignorando, ma volontariamente accantonando gli aspetti moderni di esso, come l’ironia, il cinismo assoluto in contrasto col decorato barocco felliniano che ipotizza sia pure in modo ironico qualche notizia del trascendente) è il tipico rapporto esistente nella poesia barocca fra tema e linguaggio poetico: rapporto basato sulla piú assoluta libertà della seconda rispetto alla prima, con una possibilità di invenzíone che non ha limiti, e si esprime in metafore e ellissi provocatorie e brillanti, i suotuosi mosaici sensoriali delle Soledades e del Polifemo, poniamo, a cui fanno pensare le colorate metafore in movimento dei tuoi film: segnatamente Nostra Signora dei Turchi e il Don Giovanni, che però si comportano in modo distinto poiché nel primo il mondo della metafora cinematografica agisce con una cosí criptica allusività che pare voglia affermare la sua totale indipendenza dal tema, il quale però si evince dalla coerenza nella irridente (e tragica) denunzia del nulla; nell’altro, nel Don Giovanni, il vincolo si fa più evidente, senza tuttavia limitare l’autonomia del discorso poetico, cosicché il rapporto tra Ordo e Invenzione mi pare che sia sostanzialmente dello stesso tipo che possiamo osservare nel Calderòn della Vida es sueño.

Se Gòngora, se Borromini e gli altri avessero potuto vedere il tuo film non avrebbero mancato di accorgersi che il cinema è l’arte piú barocca che ci sia perché in esso coi colori, con la materia, con la parola, spontaneamente si dà quel dinamismo che essi perseguirono in forma mediata nella metafora, nei contrasti di elementi, nei chiaroscuri e con mille altri accorgimenti propri dei loro strumenti, con quella totale labilità e momentaneità delle immagini che corrono rapidamente incontro alla loro distruzione, come nella terzina di un famoso sonetto di Quevedo:

Ieri sparì, Domani non è giunto,
l’Oggi se ne va via senza fermarsi;
Sono un Fu, un Sarà, un È già spento.

Naturalmente tu sai bene che la maggiore dinamicità del mezzo tecnico non comporta automaticamente una superiorità nostra nei confronti di quei grandi misconosciuti maestri.

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E'  Rustam Badasyan il nuovo Ministro della Giustizia.  Su proposta del Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente della Re...

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