è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

31 ottobre 2009

Paura di Volare [di Anna Terio]

Paura di volare. Personalmente, ho davvero paura di volare.Ogni volta che prendo un aereo devo fare i conti col fatto che il tragitto – breve o lungo che sia – mi procurerà uno scompenso fisico ed emotivo notevole. So bene che esistono milioni e milioni di altri individui a farmi compagnia in questo terrore: basta googlare “paura di volare”, e constatare quanti gruppi di supporto esistano.
Eppure neanche il sentirmi meno sola aiuta minimamente. Boarding pass e documento in mano. Non sono scaramantica, non ho posti preferiti in cui sedermi, nè fobia della prima o della seconda metà dei sedili, o dei posti centrali (la famosa storia ‘e se l’aereo si spezza’ etc..), o dei posti accanto al finestrino.
Il decollo. E’ il momento peggiore. Se potessi ogni volta fermare l’aereomobile in corsa lo farei, gli impedirei di staccarsi dalla pista. Vengo invasa e posseduta da un senso di non-controllo paralizzante. Tengo gli occhi chiusi, cerco di rilassarmi respirando, con la testa appoggiata, il corpo dritto e per quanto riesco non rigido, ma il mio stomaco si contorce come mai accade durante la vita quotidiana. Mi viene una sorta di risolino isterico. Comincio a domandarmi se non era meglio restare a casa, perché viaggiare, perché dar retta alla curiosità, perché mai rischiare così la vita, io che come tutti sono fatta per cam-mi-na-re, magari correre, ma piedi al suolo, passo dopo passo.
In volo. Ogni lucetta, rumore, suono, bip, ronzio, ogni passo un po’ più svelto lungo il corridoio, tutto mi appare allarmante. Tutto mi procura tachicardia. In qualsiasi espressione delle hostess o degli stewards mi sembra di cogliere agitazione o preoccupazione. E se sorridono plastici e formali sono certa lo facciano in realtà per mascherare professionalmente chissà quale codice rosso. Guardare film, leggere, mangiare o bere, sono tutte cose che riesco a fare ma solo senza una vera partecipazione: sono attività che impegnano solo lo strato superficiale del mio cervello o del mio corpo. Tutto il tempo non dimentico mai che sto volando. Non smetto mai di immaginare catastrofi. In caso di turbolenze, sono in vera crisi di panico. Arrivo a pregare, giuro, a dire tutte le preghiere che ricordo, o a dare del tu a Dio facendogli promesse su promesse.
L’atterraggio. Non importa quanto brusco sia il “tocco”: il sollievo che sento e la liberazione che provo nel ritrovare la terra non sono descrivibili, né paragonabili a nulla. Non ho paura di quella velocità finale pur rumorosissima, e neppure della frenata, perché ormai mi sento salva.
La verità è che secondo me, tutti hanno paura di volare. Semplicemente, perché l’uomo non è fatto per volare! Non è costruito per quello, non so se mi spiego, né fisicamente né tantomeno emotivamente. Io odio i disinvolti del vuoto perché secondo me fingono. Preferisco chi ripassa a memoria tutte le istruzioni d’emergenza prima di partire, a chi continua a leggere il suo quotidiano sbirciando ad ogni cambio pagina la hostess che fa la dimostrazione. C’è che dissimula meglio, o chi magari vola talmente spesso da aver familiarizzato con quel tipo di timore, ma davvero non credo che del timore stesso ci si possa sbarazzare del tutto. Non c’è Mille Miglia che tenga, insomma. Finti temerari dell’alta quota, siete stati smascherati.

30 ottobre 2009

Come vendicarsi di Villa Gadda [di Marco Belpoliti]

vorrei condividere con i miei lettori questo bellissimo articolo di Marco Belpoliti apparso di recente su www.nazioneindiana.com ; consiglio inoltre la lettura di un articolo a firma Enrico Flores sulla Villa della Cognizione anche se datato.

Piffete e puffete e “tu ne giungi felicemente a Breanza”. Sul treno, “ferrocarril” delle Ferrovie Nord, ci s’imbarca a Piazzale Cadorna, in Milano, direzione Asso, fermata Erba. Qui si scende per risalire su un autobus – allora non c’era – destinazione Longone al Segrino. Pochi minuti ancora, e si sbarca davanti alla più famosa casa della letteratura italiana del Novecento: Villa Gadda.

Un casone squadrato, appoggiato appena alla collina, con archi sul davanti, due grandi e due piccoli. Niente di particolare, anzi piuttosto ordinario, molto meno elegante dei villini, ville rustiche, chalets svizzeri e delle residenze liberty che nel medesimo periodo avevano invaso la zona, in cui veniva su la Villa in Brianza edificata da Francesco Gadda, con l’intento esplicito che i ragazzi “crescessero sani, vigorosi, allegri, sotto il portico; le logge fatte per aerare la casa, la terrazza per il fresco di sera, dopo il lavoro”.La Villa è oggi un condominio come altri, nonostante il parco intorno. E pensare che qui venivano in villeggiatura durante i periodi estivi i fratelli Gadda: Carlo, Clara e Enrico. In una memoria autobiografica dettata nel 1963, anno della Cognizione del dolore, Carlo Emilio, all’epoca settantenne, scriveva: “Suo padre costruì la fottuta casa di campagna di Longone nel 1899-1900 e questa strampalata casa gli rimase appiccicata fino al 1937. Panorama stupendo sui laghi brianzoli, Monte Resegone”. Strampalata perché costruita male, con criteri sballati, come si capisce dal romanzo che la vede protagonista. Il terrazzo è la cosa peggiore; ci si entra direttamente dalla strada, scrive nella Cognizione, attraverso “il piccolo giardino dietro casa, con il quale comunicava direttamente, dopo il solo ostacolo d’un gradino di serizzo”.Niente chiavistelli, cocci di bottiglia aguzzi, spranghe contro le tentazioni altrui. Fottuta perché a un certo punto il padre di Carlo Emilio muore – nel 1909 – e sulla casa gli eredi accendono un’ipoteca per restituire alla sorella di primo letto, Adele, la dote, così da costringere Carlo, capo della famiglia, a economie eccessive. Nel 1936 scrive a Gianfranco Contini: “la mia casa di campagna (…) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzole e villereccie di un mondo che è tramontato per sempre lasciandomi solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò”.La sua vendetta sarà appunto La cognizione, scritta e pubblicata in prima versione subito dopo, nel ‘38, e poi apparsa rivista e ampliata nel 1963 presso Einaudi. L’hidalgo Gonzalo Pirobutirro, sua controfigura, sarà la causa della morte della madre, personaggio centrale del romanzo, uccisa durante l’assedio della proprietà da parte degli uomini dell’Istituto di Vigilanza notturna, antesignani delle ronde padane attuali: unico tra i proprietari Gonzalo non ha voluto ricorrere alla loro protezione. L’assassinio della madre, oscuro episodio, è la vendetta di Carlo Emilio per interposta persona, dato che, come dicono i critici, tra la casa e la madre, nel romanzo non c’è alcuna differenza.
Se La cognizione non è stata scritta nella villa, dato che nel 1937, dopo la morte della madre vera, Gadda la cede all’avvocato Calabi della Banca Commerciale, che provvede subito a dividerla in appartamentini, con tipica azione immobiliare brianzola, è però sicuro che lì, nella casa di vacanze, sono stati redatti: un novella, poi diventata La madonna dei filosofi; La meccanica; Meditazione milanese, in buona parte; Racconto italiano di ignoto del novecento; e poi il lavoro intorno al Fulmine sul 220. Della sua planimetria, della disposizione delle stanze, dei tempi e modi di costruzione, rogito del terreno compreso, sappiamo tutto, o quasi, dato che gli studiosi di Gadda hanno messo mano alle mappe e ai reperti catastali per spiegare come il romanzo sia modellato sulla disposizione di stanze e piani della Villa in calce e mattoni.
Il tratto dominante della Cognizione è sicuramente il rancore che trapassa in un risentimento assoluto nei confronti della stessa Brianza, per quanto, in effetti, qui Carlo Emilio, ingegnere in congedo nell’anno sabbatico 1928-29, vi abbia scritto in modo furibondo e felice.
La casa di Longone è il suo buen ritiro, dove conserva i quaderni con gli abbozzi dei futuri racconti, e vi riceve gli amici scrittori: Bacchelli, Linati, Bonsanti. L’ossessione dei peones, ladri e ubriaconi, che raggirano la madre, nascondono frutti dei campi, viziosi e sporchi, è già presente nelle lettere degli anni Venti, dove sproloquia sul “contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al quarto piano in una camera fredda”, come scrive alla sorella Clara. Don Gonzalo è già presente nelle continue contumelie di Carlo, nelle definizioni delle donne bruttissime di Longone, che dicono “Car Signor” e “cara madonna” mentre vendono pere tisicuzze, e l’odio per i vizi umani trapassa ben presto al paesaggio e alla natura, sino ad un certo punto libere di difetti.La “mia privata privatissima personale proprietà” diventa fonte continua di dispiaceri che si concentrano nelle pagine dedicate alla figura della Madre di Pirobutirro, che il figlio umilia e picchia. Villa Gadda, in terra di Lukones, nome dato ai villani e ai nobili del paese comasco, diventa il “verme solitario di Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze”. Eppure, estinta l’ipoteca, venduta la casa, dopo aver salvato le vecchie carte lì riposte, Carlo Emilio scriverà al cugino Piero Gadda Conti di una “tristezza grande”, per cui “piango la mia vita perduta e tutte le cose profanate”. Di tutte le profanazioni autodistruttive e masochistiche, propellente eccellente della sua narrativa, insieme alle malinconie di cui si alimenta, alla pari dei suoi personaggi, il casone di Longone è il punto saliente, il culmine, il Resegone della sua esistenza. “Dolore e dolore, dolore sopra dolore”, scrive. Lì, non lontano dalla casa, sono sepolti il padre, il fratello, Enrico, il prediletto della famiglia, credeva Carlo, morto nel 1919 in volo nella guerra, e dal 1936, lei, la madre.Di tutto questo accumulo di sofferenze, malinconie e livori, oggi resta una casa bruttarella, tirata a lucido con tetto rifatto e gronde in rame, giochi di bambini sparsi all’intorno, campanelli piccoli borghesi, perfetta antesignana della successiva devastazione della Brianza: “Il cemento e la plastica e lo scatolame hanno coperto anche la terra di Lombardia, la verde Lombardia non è più. Viviamo in un tetro inferno, dovunque è arrivato il cosiddetto miracolo”. Era il 1964. Da allora niente si è più fermato.

25 ottobre 2009

Via Gradoli - Roma [di Carlo Coppola]

Ancora una volta questo nome risuona come un incubo per il mondo politico italiano, per la nostra storia e provoca un pianto a singhiozzi per amici, patrioti ed eroi il cui volto viene oltraggiato, diffamato, vilipeso, ingiuriato.
Nessun paragone tra la tristezza che ogni giorno a distanza di anni ci provoca il nome di Aldo Moro e quella di oggi dovuta all'abiezione morale di un singolo, protagonista di una vicenda del tutto contemporanea.
Al nome di Aldo Moro, infatti e al suo ricordo, non possiamo che inginocchiarci e ringraziar Dio di averci onorati d'essere suoi connazionali, nati e fatti uomini della sua stessa carne e del suo stesso sangue.
Al nome di Aldo Moro oggi ancora alcuni tramano, altri girano la faccia colpevoli di una colpa diretta o solo rei in coscienza di menefreghismo, e di ignavia o di lesa maestà. In via Gradoli 96 ci dice la storia i perfidi brigatisti, infervorati di idee vili lo tennero, lunga pezza, e sempre in quella via e a quel civico dovevano esserci proprietà segrete dei servizi segreti.
Altra cosa è la tristezza morale, lo svuotamento, il senso di rabbia sotteso al cuore che pone in grande difficoltà il mondo politico romano e laziale.
Questa seconda vicenda porta al nome di Piero Marrazzo, presidente della Regione Lazio, un politico preso dalla società civile, un giornalista in prima linea contro i soprusi e gli abusi fatti nei confronti del cittadino.
La tristezza è forte perché in via Gradoli il presidente auto-dimissionario incontrava alcuni transessuali per incontri la cui natura era certamente sessuale, gettando con questi incontri ignominia su di sé, sulla propria famiglia, sulla memoria di quel grande giornalista antimafia che fu suo padre.

Via Gradoli a Roma sta nei pressi della Casilina in una zona tranquilla dove la gente è cordiale ma abbastanza per farsi i fatti propri. C'è da chiedersi di chi fosse quell'appartamento nel quale stavano i transessuali per cui Marrazzo e finito nei guai. E se scoprissimo ancora che quell'appartamento appartiene ancora hai servizi segreti? E se scoprissimo che i servizi deviati tenevano lì i trans a posta? Non ci poniamo questi interrogativi, sarebbe riaprire le vecchie feriti che riportano agli assassini di Aldo Moro e ai mandanti di tante ordinarie storie all'Italiana.

LE IENE – RESERVOIR DOGS [di Carlo Coppola]


SINOSSI

Dopo aver discusso fino alle mani su questioni quali il significato di Like a Virgin di Madonna o la necessità di lasciare la mancia ad una cameriera, sei rapinatori professionisti che si chiamano tra loro con nomi di colori, assaltano una gioielleria. Due muoiono, gli altri si ritrovano in un deposito in attesa che sopraggiunga il boss organizzatore del colpo. Tra loro un poliziotto infiltrato, uno pscicopatico, e vari cliché di gangster si contendono una preda.


RECENSIONE

L’ineffabile rigore morale, tipico della malavita tutta “onore e rispetto”, spinge Quentin Tarantino all’esordio violento e pessimista dietro la macchina da presa. Ne viene fuori l’immagine netta di un mondo di cui tutti i partecipanti sono destinati a cadere come pedine di un destino già scritto sin dal prima inquadratura. Ogni gesto si compie come da programma: le pistole sparano tutte, tutti i coltelli tagliano, tutto il sangue che deve scorrere scorre, e coloro che non sono del tutto morti non sono davvero morti.
La coerenza è massima, tanto visivamente quanto nelle psicologie apparentemente assurde e ridicole di tutti i personaggi, così che Tarantino giunge al punto da trasformare il gangster in un lavoratore come gli altri: stesse frustrazioni, stesse aspettative. Aggiunge, innovandolo, solo un espediente noto al “cinema d’azione” fin dai primordi: una situazione nella quale più di due persone si tengono sotto tiro a vicenda con le armi, in modo che nessuno possa attaccare il suo opponente senza essere a sua volta attaccato. Questa scelta compositiva prende molti nomi: Mexican standoff o Mexican standout o Triello, la ritroviano in alcune tragedie greche, e nell’epica di tutto il mondo in ogni tempo. La rottura di questo apparente equilibrio determina l’azione finale, l’assalto, che non può lasciare vivo nessuno, determinando l’annientamento di tutti indistintamente.

L'esordio alla regia di QUENTIN TARANTINO

Quentin “Jerome” Tarantino nasce a Knoxville, nel Tennessee, il 27 marzo 1963. Dopo la separazione di genitori si trasferisce con la madre in California, a sud di Los Angeles, dove trascorre l'infanzia coltivando l’intersse per il cinema e per i fumetti. A diciassette anni lascia gli studi e si iscriversi a un corso di recitazione, mantenendosi con piccoli lavori prima di essere assunto presso. Il suo interesse per la sceneggiatura e la regia supera, ben presto, quello per la recitazione. Nel 1986 tenta di produrre il suo primo lungometraggio da regista, My Best Friend’s Birthday, autofinanziandosi. A causa di innumerevoli contrattempi, la lavorazione si protrae per tre anni e il progetto naufraga definitivamente a causa di un errore di sviluppo della pellicola in laboratorio. Successivamente scrive e vende le sceneggiature di Una vita al massimo e Assassini nati che gli permetteranno di acquisire visibilità tra gli addetti ai lavori. I riscontri positivi lo incoraggiano, quindi, a lavorare ad una nuova sceneggiatura, Le iene, con cui debutterà alla regia ottenendo grande successo di pubblico e di critica.

23 ottobre 2009

Misure di sicurezza [di Gu Cheng]


Hanno attentato alla vita del re.
Il colpevole è un moscerino.
Dal Ministero della Sicurezza
immediata parte la caccia.
Il moscerino è un aereo in miniatura
ha bisogno dell'aria per volare.
é' l'aria la sua complice!
CATTURATE L'ARIA!

L'aria ha un amante:
si chiama respiro
ARRESTATE IL RESPIRO
Subito!

E il re chiude gli occhi tranquillo.

18 ottobre 2009

Per scrivere [by Carlo Levi]





Per scrivere, bisogna avere la morte
dietro la porta, in attesa.
Entra, spia dalla spalla la mano
che fa segni sulla carta, sospesa
a quel filo nero, così forte
che si dimentica, e si allontana.

Per scrivere bisogna avere la vita
dentro le porte, sorpresa
imprevedibile del presente
impiumata d’amore, gloria e collana
di braccia tenerissime, e sì ardita
da fare di quel filo una sorgente.

15 ottobre 2009

Archeologia [di Roberto Vecchioni]



Chissa perchè ricordo te 'sta sera non vale più la scusa dell'amore
eppure mi succede che la mano sta volta non la trova la parola
il mio mestiere è fatto di testate sul muro della gente che lavora
per un'idea do il regno, do il cavallo ma quando non mi viene alla malora
chissà perchè ricordo te 'sta sera
chissà perchè ricordo te 'sta sera
Vuoi ridere? oggi penso all'avvenire io che se la sera avevo mille lire
me le bruciavo come punizione perchè un giorno vale una canzone
e mentre mi si spengono le stelle e il mondo fa le macchie sulla pelle
tu non mi hai chiesto niente in quel cortile oggi l'amore ha un lascito mensile
chissà perchè ricordo te 'sta sera
chissà perchè ricordo te 'sta sera

Rallegrerò l'inverno di mio padre con un bambino eletto re di spade
farò felice quella che mi ha amato l'asino resta in piedi finchè ha fiato
ma quando rivedrò la primavera saltarmi addosso come un'avventura
scusatemi se scenderò le scale c'è un piano che non so dimenticare
chissà perchè ricordo te 'sta sera
chissà perchè ricordo te 'sta sera

Sarà perchè ricordo te 'sta sera sarà perchè sei stata la più sola
come un pagliaccio che non dice niente non sa come far ridere la gente
sarà ma c'è l'inverno di mio padre o forse è stata solo una parola
che come te mi resta nella gola chissà perchè ricordo te 'sta sera
chissà perchè ricordo te 'sta sera
Sarà perchè ricordo te 'sta sera
sarà perchè sei stata la più sola come un pagliaccio che non dice niente
non sa come far ridere la gente sarà, ma c'è l'inverno di mio padre
l'amore di una donna che ci crede o forse è stata solo una parola
che come te mi resta nella gola chissà perchè ricordo te 'sta sera
chissà perchè ricordo te 'sta sera.

Rifiuti sparsi al vento [di Carlo Coppola]

Nessun senso panico... solo rabbia per chi mi ha costretto ad abbandonare la Puglia. Questa rabbia si è fatta odio viscerale in poche settimane.
Tale odio sedimentato da tempo contro i poteri forti, contro Nichi Vendola, contro chi "l'ha sposato", e contro tutti coloro che rendono possibili ogni giorno tali sodalizi e matrimoni a discapito di altri certo più degni, più capaci, più qualitativamente vicini alle eccellenze artistiche, culturali ed emotive.
Ora che sono al nord, nel varesotto, mia terra natia dopo quasi un trentennio di assenza forzata mi rendo conto della differenza fra la Puglia corrotta e la Lombardia, quasi Svizzera, del rispetto delle regole. Oggi insegno con soddisfazione a più di cento alunni mi dico felice nonostante le difficoltà e le gravi azioni che se pur rare accadono da queste parti.
Il sud ridotto tristemente a far-west è ormai una terra senza legge, dimentico della propria storia e della propria cultura, è terra adatta solo per le vacanze, usa le proprie tradizioni solo per vendere pacchetti turistici, ed è ormai privo di menti illuminate quali furono i grandi Giustino Fortunato, Benedetto Croce, Tommaso Fiore e i suoi figli, e langue tra i vari sfruttamenti umani, morali, culturali e politici.

12 ottobre 2009

Quando arriva il freddo [by Momo]



Quando arriva il freddo è un gelo dell'estate
è il sole che scompare
Quando arriva il freddo è un cane che non vede
è un temporale al mare
Quando arriva il freddo è una donna bianca
è una domenica di sale
Quando arriva il freddo è una nuvola deserta
è una notte che ti aspetta
Quando arriva il freddo via ti porterei e farei di meglio
costruirei il cielo lo incendierei
fino a quando il fuoco brucerà l'amore amore che tu sei...
Quando arriva il freddo è strano io non so
è quello che non ho
Quando arriva il freddo è il tempo che non passa
è tutta la mia vita
Quando arriva il freddo è una lacrima del vento
è un signore col paltò
Quando arriva il freddo è come trasalire è come dire no
Quando arriva il freddo io t'incontrerei tra il toro e il capricorno
nella costellazione di tutti i sogni tuoi
fino a quando il giorno risorgerà tra noi l'amore che mi vuoi.

11 ottobre 2009

Storico accordo tra Turchi e Armeni

Turchia e Armenia hanno firmato questa sera a Zurigo lo storico accordo di normalizzazione che dovrà porre fine a quasi un secolo di ostilità tra i due Paesi. La cerimonia della firma si è svolta con oltre quattro ore di ritardo sull'ora fissata a causa di difficoltà dell'ultimo minuto tra la delegazione Usa e quella armena.
Alla cerimonia prendono parte, oltre ai due ministri degli Esteri firmatari - il turco Ahmet Davutoglu e l'armeno Edward Nalbandian - anche il ministro degli Esteri della Confederazione elvetica, il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov e quello francese Bernard Kouchner.
L'Europa è rappresentata dal presidente del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, lo sloveno Samuel Zbogar, e dal capo della diplomazia Ue, Javier Solana.
La Commissione europea accoglie con favore la firma da parte dei ministri degli Esteri dell'Armenia e della Turchia dei protocolli che stabiliscono relazioni diplomatiche e di sviluppo bilaterale, inclusa l'apertura del confine comune.
L'esecutivo Ue, si sottolinea in un comunicato, considera la firma un "passo coraggioso" verso la pace e la stabilità nella regione del Caucaso meridionale e "una decisione davvero storica che mostra la disponibilità al compromesso su entrambi i fronti".

10 ottobre 2009

"My Body Is A Cage" [by Arcade Fire]


dedicated to Mr. Barack Obama
- Nobel Prize for The Peace 2009 -


My body is a cage that keeps me
From dancing with the one I love
But my mind holds the key

My body is a cage that keeps me
From dancing with the one I love
But my mind holds the key

I'm standing on a stage
Of fear and self-doubt
It's a hollow play
But they'll clap anyway

My body is a cage that keeps me
From dancing with the one I love
But my mind holds the key

You're standing next to me
My mind holds the key

I'm living in an age
That calls darkness light
Though my language is dead
Still the shapes fill my head

I'm living in an age
Whose name I don't know
Though the fear keeps me moving
Still my heart beats so slow

My body is a cage that keeps me
From dancing with the one I love
But my mind holds the key

You're standing next to me
My mind holds the key
My body is a

My body is a cage
We take what we're given
Just because you've forgotten
That don't mean you're forgiven

I'm living in an age
That screams my name at night
But when I get to the doorway
There's no one in sight

My body is a cage that keeps me
From dancing with the one I love
But my mind holds the key

You're standing next to me
My mind holds the key

Set my spirit free
Set my spirit free
Set my body free

08 ottobre 2009

da " Che tu sia per me il coltello " [di David Grosmann]

Myriam,
tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi. A dire il vero ho cercato di non scrivere, sono già due giorni che ci provo, ma adesso mi sono arreso.
Ti ho vista l'altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi. Qualcuno ha pronunciato il tuo nome e alcuni ragazzi ti hanno chiamato "professoressa". Eri con un uomo alto, probabilmente tuo marito. E' tutto quello che so di te, ed è forse già troppo. Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita.
Vorrei piuttosto che tu accettassi di ricevere delle lettere da me. Insomma, vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendo. Non che la mia vita sia così interessante (non lo è, e non mi lamento), ma mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. Inutile dire che questo non comporta obblighi da parte tua, non devi far nulla (sono quasi certo che non mi risponderai). Ma se, malgrado tutto, un giorno vorrai farmi sapere che leggi le mie lettere, troverai sulla busta il numero della casella postale che ho affittato questa mattina e che è destinata solo a te.
Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile: non sentirti in dovere di rispondere, probabilmente mi sono sbagliato sul tuo conto. Ma se sei tu quella che ho visto stringersi nelle braccia con un cauto sorriso, credo che capirai.
Yair W'



Il cielo capovolto [di Roberto Vecchioni]



(ultimo canto di Saffo)


Che ne sarà di me e di te
che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai...
che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano,
passandola sul seno,
cifra degli anni miei...
A chi darai la bocca, il fiato,
le piccole ferite,
gli occhi che fanno festa,
la musica che resta
e che non canterai?
E dove guarderò la notte,
seppellita nel mare?
Mi sentirò morire
dovendo immaginare
con chi sei...
Gli uomini son come il mare
l’azzurro capovolto
che riflette il cielo;
sognano di navigare
ma non è vero.
scrivimi da un altro amore,
e per le lacrime che avrai negli occhi chiusi,
guardami: ti lascio un fiore
d’immaginari sorrisi. Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
Vorrei essere l’ombra,
l’ombra di chi ti guarda
e si addormenta in te;
da piccola ho sognato un uomo
che mi portava via,
e in quest’isola stretta
lo sognai così in fretta
che era passato già!
Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti così forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi... gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro!
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.

03 ottobre 2009

NONSOLOCORNFLAKES [di Anna Terio]

Non me ne vorranno i suoi adepti, scrivo di lei da profana.

O forse dovrei dire da neofita.

Di questa donna sapevo poco o niente più che Cornflakes Girl.

Invece sono andata a vederla dal vivo poche sere fa, in un auditorium gremito traboccante di fans. Chissà cosa mi ha spinto, credo semplice curiosità.

Tori vuol dire uccello. Ed è – nella fattispecie – un soprannome. Non è difficile immaginare perché attribuire ali al nome di una figura simile. Spigolosa e rossa come una fiamma, alta o bassa non saprei dire, verrebbe da dire gigantesca, su quel palco pur enorme.

Tori Amos è una vera rockstar.

Eppure forse quello che inchioda è la sua natura tanto ibrida: il suo essere contemporaneamente genio musicale (suona 2, 3, 4 pianoforti - elettronici o tradizionali - contemporaneamente), voce da trip-hop, performer teatrale, fata incazzata quasi metal, atleta (suona a gambe larghe, testa rovesciata all’indietro quasi mai appoggiata al sedile, molleggiando su polpacci mostruosi..), mamma (le sue uniche parole, in apertura, sono state per la figlia natashya di cui roma è la città preferita al mondo).

Farfalla vestita di bianco, un abito cangiante che a seconda delle luci dei riflettori cambia colore – viola, verde, blu – se non addirittura fa da schermo per le videoproiezioni.

Una bambola terremotata, un’amazzone agguerrita, una signora dallo strazio sensuale, una combattente dolce.

Un’essenza di donna, come una voce di enciclopedia alla quale puoi leggere tutto quello che riguarda la femminilità nonché il femminismo.

Leggere dentro la sua musica lo stupro subito a 20 anni, l’aborto spontaneo che tanto l’ha dilaniata, piuttosto che la causa delle bambine “tradite” dalle madri con l’infibulazione. Ma anche le difficoltà di rapporto col padre prete e quindi con la religione. O il dare voce a icone come Jacqueline Kennedy (nel brano Jackie’s Strenght), o Rossella O’Hara (Scarlet’s Walk, dedica al nome dell’eroina un album intero) o Courtney Love (un pezzo rock, Professional Widow).
Tori Amos che tra un tour mondiale e l’altro firma anche colonne sonore importantissime, da Mission Impossible a Mona Lisa Smile.
Tori Amos dea del fuoco, dea dell’essere donne… under the pink.

Primo sabato di relax [di Carlo Coppola]

Cosa fare in questo posto "buco di culo del mondo" come diceva una vecchia canzone, quando è sabato è c'è fuori il sole?
Ieri sera ho chiamato un amico che abita a Brescia e che mi ha ricordato come questa regione sia piena di baresi, forse e più di quanto non sia la vecchia Bari da barzelletta tutta corruzione, mignotte e raccomandazioni. Non c'è il mare è vero... ma dopo un po lo sguardo del mare ci stacca l'anima e se la porta via. Io sono fatto di terra e torno alle origini. Forse non me ne vado a passeggiare sul lungomare o al parco due giugno. Ma qui è tutto un parco e lo sguardo della natura fatta di monti e boschi non ci spaura e ci fa resistenti
.
Bari è morta, il sud è morto, schiacciato dalle ceneri dei partiti papponi che lasciano strascichi lunghi assai. Quelli eran nati sulle ceneri del passato regime, e quello sulle invasioni barbariche degli annessori piemontesi, e così via con i Borboni, gli Austriaci, gli Spagnoli, i Francesi e gli Svevi e Bizantini e Romani e Greci. Mai nessuna capacità di decider da soli, di autogovernarsi.
E muore ignominiosamente quel sud bambino
da cui ogni trent'anni generazioni nuove devono emigrare per l'incapacità politica, organizzativa, amministrativa.
Siano maledetti oggi e sempre tutti coloro che fanno di quel sud una colonia di questo o di quel paese, e mangiatoia per l'interesse di parte.

Rustam Badasyan, classe 1991, è nuovo Ministro della Giustizia

E'  Rustam Badasyan il nuovo Ministro della Giustizia.  Su proposta del Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente della Re...

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