è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

30 agosto 2013

Opere di Bene: dialogo non immaginario ad 11 anni dalla morte di Renzo Francabadera

dal sito  http://paneacquaculture.net/2013/08/30/opere-di-bene-dialogo-non-immaginario-ad-11-anni-dalla-morte/

Carmelo Bene visto da Renzo Francabandera
carmelo bene_francabandera_copyrightRENZO FRANCABANDERA | “Ebbene sì, in tutta onestà credo di poter dire che…” Beh, allora parliamone. Dopo undici anni, mentre si dibatte su quale sia davvero l’eredità, se c’è un’eredità da dividere, e soprattutto su chi (e se ci) sono gli eredi, per la neonata casa editrice FaLvision di Bari, è apparso a marzo un piccolo volume, “Figli di B.: ad una voce per il teatro”, antologia fra teatro, cinema e musica dedicata a Carmelo Bene. Ne è curatore Carlo Coppola, ricercatore dalla variegata formazione in ambito teatrale e cinematografico, che ha cercato di coniugare le intuizioni di chi si è formato nella pratica attoriale e drammaturgica guardando a Bene come fonte di ispirazione, con riflessioni maggiormente sistematiche. Autori della pubblicazione insieme a Coppola sono alcuni protagonisti del teatro italiano e non solo, per lo più giovani: Carlotta Vitale di Gommalaccateatro, Vincenza Di Vita, Mariano Dammacco, Roberto Latini, Giuseppe De Trizio e Pierluigi Ferrandini.

Coppola, cosa possiamo iniziare a togliere al mito di Carmelo Bene per vedere meglio vizi e virtù dell’artista?

Dipende da chi siamo e come intendiamo leggere l’opera di Carmelo Bene. Per molti aspetti, credo sia giusto continuare a mantenere vivo il mito e l’ “incomprensibilità di cui esso si nutre”, così che i perditempo si tengano alla larga. In generale credo che demitizzare sia un peccato gnoseologico quanto quello di mitizzare. Allo stesso tempo occorre puntare proprio i temi essenziali dell’esperienza beniana: la matrice salentina, il rapporto con l’Assoluto, con la Comunicazione e quello con la Morte debbano essere i punti di partenza. Il resto è pettegolezzo, lasciamolo alle servette.

In che cosa la redazione del suo libro l’ha aiutata in questo obiettivo e ci dica se ritiene di averlo raggiunto.

Figli di B.: è un tentativo di riunire una serie di “seguaci” di Bene. Artisti che in qualche modo si siano imbattuti in lui per ventura o per scelta. Amare Carmelo Bene, in vita e in morte non è cosa facile, bisogna essere disposti all’Assoluto, come rispondere ad una chiamata vocazionale. Si ci imbatte per caso in questo Monumento, magari si cerca di staccarsi da esso, ma a fatica. Questo libro in qualche modo è una sorta di antidotum, nasce dall’esperienza pratica di Artisti nel voler Proclamare e in qualche modo Stigmatizzare quanto di C.B. che c’è in loro. Anche per questo tale lavoro non può dirsi definitivo.

C’è del Bene più nel teatro contemporaneo o nell’arte e nei nuovi linguaggi? E che c’è di Male nel teatro e nell’arte contemporanea?

copertina coppola_beneCome molti autori della nostra letteratura, Carmelo Bene non poteva pensare ad una eredità. In modo molto più ardito pensava alla clonazione, ma questa è un’altra storia. Ciò che persiste di lui sono schegge, temi, vocalizzi come di cantante lirico, o voli. Ognuno dei miei compagni di questa pubblicazione ha una diversa idea o un motivo proprio per appartenere all’ “Ordine dei Carmeliani”. Ma per rispondere più compiutamente rispondo con le sue parole dette d’Amleto: “Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola. Come sono solo! E quest’epoca non c’entra nemmeno un po’.”

Si può parlare di Bene senza rischiare di annoiare o sembrare un po’ retrò? I personaggi totalizzanti ritiene possano essere misura del tempo presente o studiarli serve anche ad andare oltre? E se si cosa c’è oltre Bene?

Personalmente rifuggo dall’idea totalizzante di esemplarità dell’arte, dalle balene rosse o bianche e dai pachidermi inattaccabili. Per questo studiare C.B. è un rischio anche per me. So che per alcuni è ostico, oltre che antipatico: ben pensanti, snob, per i radical chic, o semplicemente per chi si rifiuta. C.B. è la quintessenza dell’intellettualità meridionale, nella sua accezione più europea. È molto più vicino a Giordano Bruno, e G.B. Vico di quanto non lo sia Dario Fo o a B. Bertolucci, che pure stimava. Oltre Carmelo Bene c’è altra ricerca che parte o meno da lui. Egli ha né mostrata, negandone il pedagogismo, il resto tocca ai nostri contemporanei.

Quello che lei ha trovato nel suo libro è un Bene umano, troppo umano o disumano? E’ giusto che chi fa arte ambisca ad una vita del genere o la ritiene una ricetta estrema e pericolosa, e che solo rarissime eccezioni possono permettersi di indossare un abito come quello? In tal caso gli altri dovrebbero astenersi, in quanto fondamentalmente mediocri (come Bene spesso sottolineava) o esiste un giusto anelito dell’uomo a vivere una sua dimensione creativa sollevata dal giudizio?

Parlare di ritrovamento mi piace meno, e preferisco parlare di esiti di una ricerca e diciamo pure parziali. C.B. pare scherzasse sul suo cognome e sul non portare fiori alla mamma o alla zia per le feste comandate ribadendo lo slogan “Non Fiori ma opere di Bene”. Ho concepito questo volume come una testimonianza di affetto, per Lui morto e per coloro che gli sopravvivono, parenti, amanti, amici. Quanto alla mediocrità, di cui mi si chiede, di fronte al sua cultura enciclopedica e alla originalità della sua sua sintesi perfetta di arte e vita, chiunque è pressoché cieco, sordo e muto, storpio, oltre che stitico. Qualcuno lo è meno di altri, ed io, da curatore di un’antologia, ho puntato e scelto proprio questo qualcuno. Ho cercato di creare una sorta di Canone beniano, come anticamente si faceva nelle Accademie, e per vocazione tutti gli invitati anno risposto alla chiamata.

Bene era un genio? O una persona con una lancinante solitudine che ha chiamato poesia?

Ebbene sì, in tutta onestà credo di poter dire che Carmelo Bene fosse un genio, che avesse capito, come e più di altri che il teatro e l’arte, quindi la poesia, hanno a che fare con l’Assoluto, con il Sacro, non in senso religioso, ma in termini di Metafisica certamente. [Con Lorena Liberatore, l'anno scorso Coppola ha tracciato un profilo del Salento Metafisico di Carmelo Bene, sempre per l'editore FaLvision ndr] Il suo genio, a mio avviso, sta nell’aver colto in un modo lucido questa relazione trascendentale, un po’ come accade nel kathakali, forma espressiva di teatro-danza indiano. Per noi occidentali vedere il connubio tra Arte e Assoluto è difficile, ma Bene era pugliese e salentino, teso ad oriente per costituzione, forse anche per questo a lui era più chiaro. Per lo stesso motivo era famelico e bisognoso di affetto, come poche persone di cui io abbia sentito parlare.

28 agosto 2013

Chiesa di San Giorgio degli Armeni a Bari




Quella di San Giorgio dei Martiri è una chiesa che sorge nella via omonima della zona industriale di Bari. Anticamente sorgeva al centro di uno snodo viario che conduceva a Bitetto e al casale di Lucignano dove oggi sorge la Masseria Madia Diana (anticamente detta Due Torri). La via costeggiava anche Lama Lamasinata.

Cenni storici


Sembra sia stata eretta dall'armeno Mosese, secondo quanto si legge nel Codice Diplomatico Barese del 1005 e del 1210 (citata come S. Giorgio di Martiri, o degli Armeni).
Secondo la datazione proposta da Melchiorre la chiesa risalirebbe al XI secolo.
Da non confondersi con la chiesa di San Giorgio degli Armeni che era ubicata nella Corte del Catapano, nella zona ove sorge la Basilica di San Nicola. Alcuni studiosi, tra cui Lavermicocca, ritengono che la chiesa eretta da Mosese armeno sia quest'ultima e non quella fuori Bari in contrada San Giorgio.
Forse è da identificare con una chiesa riportata nel Codice diplomatico barese denominata S. Giorgio di Pappacilizio (1290, 1314).
Anche Raffaele Licinio e Franco Porsia in Storia di Bari. Dalle Origini al Mille tengono distinte le due chiese: quella extra moenia era denominata San Giorgio martire, mentre quella intra moenia è ricordata nel Codice diplomatico barese come San Giorgio degli armeni o San Giorgio al porto. Tale denominazione dovrebbe togliere ogni dubbio circa l'ubicazione della chiesa nella corte del Catapano.
Una lapide posta all'interno ci informa di alcuni rimaneggiamenti risalenti al 1920, opera di Nicola Scattarelli, che ne hanno compromesso l'aspetto originario come descritto da Mongiello, con l'aggiunta di stucchi decorativi.


Planimetria

L'edificio della chiesa è pianta centrale a croce greca contratta coperta da cupola e segue l'orientamento classico. Paragonabile per la planimetria alla chiesa di Torre San Croce in territorio di Bitonto e ad altre chiese costruite secondo una tipologia diffusa in terra di Bari, come ad esempio la Chiesa di San Vito a Corato. Due nicchie ai lati dell'abside, l'accomunano alla chiesa dedicata a San Basilio, un altro esemplare a croce greca contratta che si trova in agro di Giovinazzo, dove però le nicchie sono molto più grandi e allungate, al punto da dare l'impressione di essere due absidiole affiancate al principale.

Bibliografia Principale


  • Marcello Petrignani, Franco Porsia, Bari, pp. 18–19;
  • Codice Diplomatico Barese, IV, n. 9, a. 1005, a. 1210;
  • Vito Antonio Melchiorre, Bari, 1987 p. 286;
  • Luigi Mongiello, Chiese di Puglia. Il fenomeno delle chiese a cupola, Mario Adda editore, p. 103, 1988;
  • Nico Lavermicocca, Bari bizantina, Edizioni di Pagina, 2004;
  • AA. VV., Storia di Bari, I. Dalle origini al Mille, a cura di G. Musca, Laterza, 1989.

25 agosto 2013

Primo Omaggio a Mariangela Gualtieri




Dopo un po' di saudade domenicale, insoddisfatto per effimeri e disumani rapporti, sono nuovamente in corsa: 


Frangar non Flectar! 

Allora rileggo poesie e pensieri sparsi e penso ai miti e agli eroi che mi fecero grande e forte. 
Tra questi vorrei omaggiare Mariangela Gualtieri e il suo dire ebbro e gagliardo, giocondo e testardo, vivo e attivo, la sua parola è vita!





Sii dolce con me. Sii gentile.


Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci -
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore. nei libri.

17 agosto 2013

Erano i capei d'oro a l'aura sparsi di Francesco Petrarca


Erano i capei d'oro a l'aura sparsi 
che 'n mille dolci nodi gli avolgea, 
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi ch'or ne son sì scarsi; 

e 'l viso di pietosi color farsi, 
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'esca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di subito arsi? 

Non era l'andar suo cosa mortale 
ma d'angelica forma, e le parole
sonavan altro che pur voce umana; 

uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi, e se non fosse or tale, 
piaga per allentar d'arco non sana.

Firmato il Memorandum di intesa tra Golden Apricot Festival di Yerevan e il Sudestival

D'ora in poi, il Golden Apricot Yerevan International Film Festival avrà una finestra  all'interno del Sudestival  di Monopo...

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