"Il Canto dell'Illusione" di Hrand Nazariantz traduzione di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola



Commento di Carlo Coppola

La lirica di Hrand Nazariantz, aperta dall'immagine del «bianco destriero dell'illusione» (Ցնորքիս ճերմակ նժոյգը), si offre come un piccolo manifesto simbolista che dialoga profondamente con l'opera di François Léonard. Il cavalcare notturno attraverso le radure non è moto fisico, ma allegoria della mente che si affranca dal sensibile: un'evasione verso l'Assoluto che ricorda la tensione spirituale di Babylone, dove l'anima cerca di sottrarsi alle macerie della realtà terrena.

In questo volo, la natura perde ogni valenza naturalistica per farsi paesaggio interiore: le nubi diventano ali, la Via Lattea un giaciglio di polvere dorata. È la stessa "eterizzazione" del mondo fisico che caratterizza il lessico di Léonard, dove aria, stelle e nebbie non sono più fenomeni atmosferici, ma soglie dell'anima. L'invocazione alle nebbie ospitali («O nebbie, siate a me ospitali») consacra questa poetica del velo: l'indefinito protegge il poeta, gli offre un rifugio dal contatto brutale con il quotidiano.

Proprio in questa nebbia si annida il nucleo più intimo del componimento: «in voi riposa l'origine dell'anima mia». Come in Edénie, la ricerca artistica si configura come nostalgia di una patria primordiale, un ricongiungimento con la matrice originaria dell'essere, raggiungibile solo attraverso lo Snorq — l'Illusione intesa non come inganno, ma come unica realtà estetica e spirituale superiore.

Il testo culmina in una chiusa di rara densità: «dove io legga la mia Fine ultraterrena e sovrana». Il termine armeno անդենահըրզօր, "ultraterrena-potente", trasfigura la morte da evento tragico a supremo atto di conoscenza. Non annientamento, ma consacrazione: il poeta legge il proprio destino nel cuore stesso della tempesta cosmica.

Cavalcata, nebbia, origine, fine sovrana: quattro tappe di un unico itinerario spirituale che avvicina Nazariantz al cenacolo simbolista franco-belga, tra Léonard, Maeterlinck e Verhaeren, in una comune estetica della soglia e della trascendenza.