"Il Golgota dell'Arte" di Hrand Nazariantz trad. Tamar Badalyan commento Carlo Coppola


ՌՈՒԲԷՆ ԶԱՐԴԱՐԵԱՆԻՆ

ԱՐՈՒԵՍՏԻՆ ԳՈՂԳՈԹԱՆ


Արքայական Տրտմութի՛ւն, Մահը քոյրդ չէ՞ միթէ... 

Արուեստին խիստ ու դաժան ուրախութեամբն ակապճուել, 

Ու հանճարին խենթութեամբ ճակտէ՛դ զարնուած ու խոհո՛ւն, 

Իտէալիդ Գողգոթան կը բարձրանաս խաչուելու:


Աստղերու ո՛վ լուսեղբայր, Մտածմանդ բոցն արդէն 

Անմահութեան մատեանին մագաղաթը կը խանձէ, 

Ու երազիդ պղինձը իրիկուան մէջ կը հնչէ 

Գեղեցկութեան սարսուռներ ծաղկետիպ ու ոսկեղէն...


Անկարելի, չար ձեռք մը կը գալարուի օձի պէս՝ 

Անյուսութեամբ նիզակուած սիրտիդ վրայ անխնայ. 

Վաղնջական տանջանքիդ սիւնին կրթնած դո՛ւն հիմայ՝ 

Կտրած ճամբուդ նայելով ամբողջ մարմնովդ կ’արտասուես:


Ու խուժանը որ քեզի երբեմն պաշտեց իբրեւ մոգ 

Ու քու խօսքիդ ադամանդ ճառագայթով գինովցաւ, 

Մետասաներորդ այս ժամուն գլուխդ կ’ուզէ, 

իր անիրաւ Ատելութեան սեւ գինին գանգիդ մէջէն խմելու...


TRADUZIONE IN ITALIANO


A ROUBEN ZARTARIAN

IL GOLGOTA DELL'ARTE


Regale Tristezza, la Morte non è forse tua sorella?... 

Acciecato dalla gioia severa e crudele dell'Arte, 

E colpito in fronte dalla follia del genio, ma pensieroso, 

Sali il Golgota del tuo Ideale per esservi crocifisso.


O fratello di luce delle stelle, la fiamma del tuo pensiero 

Già brucia la pergamena del libro dell'Immortatilità, 

E il bronzo del tuo sogno risuona nella sera 

Brividi di Bellezza, floreali e dorati...


Una mano impossibile e malvagia si contorce come un serpente 

Senza pietà sul tuo cuore trafitto dalla disperazione. 

Ora tu, appoggiato alla colonna della tua antica sofferenza, 

Guardando il cammino interrotto, piangi con tutto il tuo corpo.


E la folla che un tempo ti adorò come un mago 

E si inebriò del raggio diamantino della tua parola, 

In questa undicesima ora vuole la tua testa, 

per bere Il vino nero del suo ingiusto odio all'interno del tuo teschio...



"Il Golgota dell'Arte: una dedica che diventa profezia" 

Commento di Carlo Coppola 


Quando Hrand Nazariantz pubblica a Costantinopoli, nel 1912, la sua silloge «Խաչուած երազներ» (Sogni crocifissi) — per i tipi di V. e H. Der-Nersessian — nessuno, nemmeno l'autore, poteva immaginare quanto quella raccolta si sarebbe caricata, di lì a pochi anni, di un significato che il tempo non concede quasi mai a un libro di poesie: quello di diventare, suo malgrado, cronaca. Fra i componimenti della raccolta, «Արուեստին Գողգոթան» (Il Golgota dell'Arte) occupa un posto particolare, perché è dedicato proprio a Rouben Zartarian: non un omaggio di circostanza, ma il riconoscimento pubblico di un debito. Zartarian (1874–1915) era, a quell'epoca, una delle figure più autorevoli della vita intellettuale armena di Costantinopoli: scrittore e giornalista, animatore della rivista «Azadamard» ("Lotta per la Libertà"), voce fra le più ascoltate di quella generazione di intellettuali armeni che, dopo la rivoluzione dei Giovani Turchi del 1908, avevano creduto — con lucidità presto tradita dagli eventi — nella possibilità di una stagione di apertura culturale e civile nell'Impero ottomano. Zartarian ne divenne mentore e sostenitore: in alcuni scritti riconosceva in Nazariantz poeta una sintesi originale fra lirismo simbolista occidentale e sensibilità armena, costituiva un vero e proprio atto di investitura letteraria, non un semplice viatico di cortesia. Nella poesia, Nazariantz eleva Zartarian a simbolo del martire della Bellezza e dell'infamia di altri "sedicenti artisti": l'Artista che soffre per mano dell'incomprensione e della violenza ideologica e intellettuale. È un'immagine che affonda le radici nel repertorio simbolista europeo — l'artista-martire come figura ricorrente della sensibilità decadente — ma che nel contesto armeno di quegli anni non era mai soltanto una metafora estetica. Chi scriveva a Costantinopoli nel 1912 lo faceva a pochi anni dai massacri hamidiani e da quello di Adana (1909): la persecuzione non era un'ipotesi letteraria, ma un'esperienza storica già vissuta e temuta come destinata a ripetersi. L'anno seguente, nel 1913, Nazariantz lascia Costantinopoli per approdare a Bari, che diventerà il centro della sua seconda esistenza letteraria e il luogo da cui costruirà, negli anni a venire, il suo ruolo di ponte fra cultura armena e cultura italiana. Quando dunque, il 24 aprile 1915 — data che la storiografia assume come avvio simbolico del genocidio armeno — Zartarian viene arrestato a Costantinopoli insieme a decine di altri intellettuali e ucciso durante la deportazione, Nazariantz si trova già in Italia, testimone a distanza di una tragedia che aveva, senza saperlo, prefigurato tre anni prima nei suoi versi. La metafora del Golgota, scritta nel 1912, cessa così di essere figura retorica e diventa referto: il maestro celebrato come martire della Bellezza è divenuto, in senso pieno, martire della propria gente — una delle voci più significative dell'intellighenzia armena a essere spezzate da quella persecuzione. Nazariantz porterà con sé per tutta la vita, dall'esilio barese, la memoria di Zartarian, tornandovi più volte nei suoi scritti: non soltanto il ricordo affettivo di un amico e mentore perduto, ma l'assunzione di un compito di custodia della memoria — restituire nome e statura a chi il genocidio aveva tentato di cancellare non solo fisicamente, ma anche dalla storia della letteratura armena. Rileggere oggi Il Golgota dell'Arte significa dunque leggere due testi in uno: la dedica di un giovane poeta al proprio maestro ancora vivo, scritta a Costantinopoli nel 1912, e insieme — per chi la legge con la conoscenza di ciò che è accaduto dopo, e con la consapevolezza che il suo autore ne fu, da Bari, testimone lontano ma non indifferente — l'epitaffio anticipato di un uomo che quella dedica avrebbe reso, senza volerlo, profetica.