"Canto di Fanciulli Armeni - nella notte di Natale del 1896" di Edoardo Giacomo Boner commento di Carlo Coppola
Ch'or là rinasce come un di nascea,
Di noi tapini almen favella tu.
Lo vedrai nudo su la paglia, e il gelo
Quel suo visino illividito avrà;
Se non ch'ei volge i santi occhietti al cielo,
Atteggiato d'angoscia e di pietà.
Noi ti mandiamo ambasciatrice a lui
— Vesti perciò di nubi un manto brun
Del nostro duol che non destò l'altrui,
Del nostro pianto cui non terge alcun.
Digli ciò che tu sai, ciò che vedesti
Là de l'Armenia su 'I dolente pian,
Ove ancor pende il raggio tuo su' mesti
Volti ai trafitti che insepolti stan.
Digli che nuova e più tremenda strage
D'innocenti a Bisanzio Erode oprò,
Plaudendo a lui — ma non le dir malvage!
Anco le genti che il Bambin salvò.
Commento Critico di Carlo Coppola
Il componimento "Canto di fanciulli armeni", inserito nella raccolta Musa Crociata di Edoardo Giacomo Boner e datato con precisione "nella notte di Natale del 1896", offre una potente testimonianza dell'impegno civile e della profonda sensibilità del poeta siciliano nei confronti della tragedia armena. La poesia si configura come un'accorata preghiera elevata non direttamente a Dio, bensì alla luna, personificata come intercessore e un'ambasciatrice.
Attraverso gli occhi dei "fanciulli armeni", Boner crea un parallelo commovente e teologicamente significativo tra la vulnerabilità di Gesù Bambino nel presepe e la condizione di sofferenza del popolo armeno. Gesù stesso viene descritto con un "visino illividito" dal gelo, quasi a rispecchiare le privazioni e le pene dei suoi fedeli perseguitati. La luna, con il suo raggio "mesto", è chiamata a portare a Gesù il messaggio del dolore dei fanciulli, del loro pianto che "non terge alcun", e a raccontargli delle scene di orrore a cui ha assistito nel "dolente pian" dell'Armenia: i "trafitti che insepolti stan".
L'ultima strofa eleva il componimento a una forte denuncia politica, richiamando la strage degli innocenti ordinata da Erode. Boner identifica la contemporanea "nuova e più tremenda strage d'innocenti a Bisanzio" come opera di un "Erode" moderno, riferendosi agli orrori dei massacri hamidiani in corso nell'Impero Ottomano. Tuttavia, il poeta va oltre, esprimendo un'amarezza profonda anche verso coloro che, "genti che il Bambin salvò", rimangono indifferenti o addirittura plausono a tali atrocità, pur senza volerle definire apertamente "malvage", in un tono che oscilla tra il perdono evangelico e la rassegnazione.
"Canto di fanciulli armeni" non è solo un grido di dolore, ma un'opera di risveglio della coscienza europea del tempo, un tentativo di dare voce a un'umanità sofferente che rischiava di essere dimenticata. La scelta di Boner di dare voce ai bambini amplifica il pathos e l'urgenza etica del suo appello, confermando il suo ruolo di "figura singolare" e voce profetica in difesa degli oppressi d'Oriente.





