"La mia cantante" di Hrand Nazariantz trad. Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola



ԿՈՍՏԱՆ ԶԱՐԵԱՆԻՆ

ԵՐԳՉՈՒՀԻՍ


Հէ՜ք, մոռցուած քոյր, տժգոյն, թրխաներ,
Տանջուած ժպիտ մը շրթներուդ վերայ,
Կարծես անգիտակ ձայնիդ որ կու լայ,
Կ’երգես, կը պարես նորէն այս գիշեր:

Մարմինդ հեշտածո՛ր’ պաշտուած բագին,
Վայելքի ժամեր երազել կու տայ,
Որուն յոգնաբեկ գիծերուն վերայ
Տրտում բոյրն ունիս թօշնած ծաղիկին:

Քու պատրանքներուդ ծաղիկներն ահա՛
Յիմար ծափերով քեզի կը նետեն,
Ու մարմնիդ կառչած բոլոր աչքերէն’
Հոգիդ պղտորած լիճ մը կը դառնայ:

Ու ինչ որ ունիս մաքուր, չասպիտակ,
Ստրուկ փոխնիփոխ համբոյրի, կիզի,
Պիտի ցուցադրես ալ առանց զղջի,
Պաղտոտ կիրքերու կամքին պատարագ:

Նայուածքդ’ ամբողջ քերթուած մ’է
Ցաւի՜. Քո՛յր, ո՞վ կարդաց զայն եւ ո՞վ հասկցաւ...
Թաքուն ամայքը հոգիիդ ծարաւ,
Ո՜վ կաթիլ մը կեանք որ պիտի ցամքի...

Թատերաբեմը’ դագաղ մը գուցէ,
Ծաղիկներու տակ պճնուած բոլոր
Ուր քու ախտաբեկ մարմինդ աղուոր
Իր հալած թերթերն օր մը կը գոցէ...


A KOSTAN ZARYAN

LA MIA CANTANTE

Oh, poverա sorella dimenticata, pallida, brunetta,
Con un sorriso tormentato sulle tue labbra,
Quasi ignara della tua voce che piange,
Canti e danzi ancora, questa notte.

Il tuo corpo sensuale, un altare venerato,
Fa sognare ore di godimento,
Sulle cui linee sfinite
Porti il triste profumo di un fiore appassito

Ecco, i fiori delle tue illusioni
Te li lanciano con folli applausi,
E da tutti gli sguardi aggrappati al tuo corpo,
La tua anima diventa un lago torbido.

E tutto ciò che hai di puro, di immacolato,
Schiava, alternativamente, del bacio e dell'arsura,
Lo dovrai esibire ormai senza rimpianto,
Sacrificio alla volontà di impure passioni.

Il tuo sguardo è un intero poema di Dolore...
Sorella, chi l'ha letto e chi l'ha compreso?...
Il deserto nascosto della tua anima assetata,
Oh, una goccia di vita che sta per prosciugarsi...

Il palcoscenico è forse una bara,
Adornata tutta sotto i fiori,
Dove il tuo bel corpo consumato dal male
Chiuderà, un giorno, i suoi petali fusi...


Commento critico di Carlo Coppola

La mia cantante si offre alla lettura come uno dei testi più densi della prima stagione simbolista di Hrand Nazariantz, quella costantinopolitana antecedente all'esilio pugliese, in cui la lezione decadente europea, filtrata attraverso una sensibilità già segnata dal presentimento dello sradicamento, si piega a un disegno compositivo che è insieme confessione privata e manifesto estetico. 
Il sostrato biografico del componimento è, a ben guardare, ineludibile: dietro la figura della «cantante» si staglia il profilo di Maddalena de Cosmis, la donna che il poeta amava e che sarebbe divenuta, negli anni a venire, sua compagna di vita, e la lirica si configura come risposta tanto elegante quanto tagliente alle attenzioni indebite che alcuni frequentatori della cerchia del poeta le avevano riservato. Nazariantz non si limita a denunciare l'insidia, ma la trasforma in dispositivo poetico, applicando ai colpevoli una vera e propria legge del contrappasso dantesco: gli sguardi che si erano «aggrappati» al corpo della donna, cercando un appagamento carnale, vengono restituiti al mittente sotto forma di condanna, e la scena del canto, da momento di seduzione, si muta in rito sacrificale, mentre la bellezza esibita, anziché promessa di possesso, diventa presagio funebre per chi l'ha profanata con lo sguardo, cosicché è lo sguardo stesso a farsi infine strumento della propria punizione. 
Il testo si iscrive con piena coerenza nel sistema simbolico dell'autore, in cui il corpo femminile è costantemente elevato ad altare, luogo di offerta e insieme di immolazione, esposto al «vilipendio» di una collettività dominata da pulsioni volgari, e in cui erotismo, gelosia, rivalsa personale e sacrilegio si saldano in una tessitura ermetica che trasfigura l'episodio privato in parabola di valore universale, facendo della donna amata, vittima designata della bramosia altrui, la figura stessa dell'arte insidiata dalla volgarità del pubblico. Non secondaria, in questa prospettiva, è la dedica a Kostan Zaryan, sodale del poeta in quegli stessi anni costantinopolitani, che colloca il componimento entro una più ampia riflessione, condivisa dai due, sul martirio dell'artista e sulla sorte di quanti gli sono prossimi: per Zaryan, e Nazariantz pare farne propria l'intuizione già in questa fase precoce della sua parabola poetica, l'arte è palcoscenico tragico su cui la purezza si consuma inesorabilmente sotto la pressione delle pulsioni più basse del mondo circostante, sicché la scena teatrale si converte in immagine estrema, quella di una «bara adornata di fiori», emblema di una bellezza condannata proprio nell'atto del suo manifestarsi, ben prima che il destino dell'esilio venga a imprimere sulla biografia del poeta quel sigillo di sradicamento che la critica successiva leggerà retrospettivamente come già annunciato in questi versi giovanili.