"Pioggia d'Argento" di Hrand Nazariantz traduzione di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
Commento di Carlo Coppola
«Pioggia d'Argento» si offre come un testo che dialoga intimamente con la sensibilità di Corrado Govoni, ritrovandone gli umori, il lessico e le cadenze proprie delle prime raccolte, da Le Fiale ad Armonia in grigio et in silenzio, fino a Fuochi d'artifizio e Inaugurazione della primavera. È anzitutto un'affinità di visione: Govoni, poeta del "visualismo" per eccellenza, costruisce la propria pagina attorno al contrasto cromatico, ed è lo stesso movimento che regge la lirica in esame, dove il "nero muro", il crepuscolo senza sole si spezzano improvvisamente sotto il "raggio lieto della notte" e la "pioggia d'argento": un'irruzione luminosa che trasfigura la scena secondo la tipica dinamica govoniana del dettaglio che accende l'intero quadro.
Anche la natura, qui come nel poeta ferrarese, non è mai sfondo ma catalizzatore di stati d'animo: la pioggia si fa, come in Govoni, materia preziosa — perla, vetro, filo d'argento — e il neologismo "capo pluvicolo" rivela quella stessa devozione fanciullesca per gli elementi naturali che attraversa tutta l'opera govoniana. A questo si somma la tecnica dell'accumulo analogico, marchio distintivo dell'autore di La tromba e Il tamburo: la quarta strofa — "visione magica, risveglio beato, fervore dal profumo di giglio, felice illusione dell'eternità, vena d'incanto, fiume di miele non scritto" — procede per pura giustapposizione nominale, senza verbo, in una raffica di corrispondenze che è cifra stilistica riconoscibile del Govoni più sinestetico.
Infine, il testo si muove sul crinale crepuscolare caro al poeta: tra la desolazione dell'io, i pensieri che pendono nell'agonia, e l'aspirazione a un annullamento mistico, quella "lentezza senza aurora del Nirvana" che è già linguaggio govoniano di languore e decadenza. Le chimere e i pipistrelli del crepuscolo appartengono allo stesso immaginario inquieto e fanciullesco delle prime raccolte. Ne risulta un vero dialogo tra anime affini, dove la musicalità simbolista d'oriente incontra l'immaginario cromatico e crepuscolare dell'«eterno fanciullo» della poesia italiana.





