"25° Anniversario del terremoto in Armenia" di Carlo Coppola
Alle 11:41 e 27 secondi del 7 dicembre 1988, la terra dell’Armenia settentrionale cominciò a tremare. In meno di un minuto, Spitak fu quasi completamente distrutta; Leninakan, oggi Gyumri, e Kirovakan, oggi Vanadzor, subirono devastazioni enormi. Il terremoto, di magnitudo 6,8, provocò una catastrofe umana che avrebbe lasciato una ferita profonda nella memoria armena: le stime delle vittime oscillano tra circa 25.000 e 50.000 morti, con oltre 130.000 feriti e centinaia di migliaia di persone rimaste senza casa.
Ma il terremoto di Spitak non fu soltanto una delle più gravi catastrofi naturali del Novecento sovietico. Fu anche un evento politico. Colpendo l’Armenia in un momento di crescente tensione nazionale e di profonda trasformazione dell’Unione Sovietica, il sisma contribuì a rendere visibili, con una brutalità che nessuna propaganda poteva più nascondere, le debolezze di un sistema che per decenni aveva costruito la propria legittimità sulla capacità dello Stato di organizzare, proteggere e provvedere.
La tragedia si consumò infatti mentre l’URSS di Michail Gorbačëv era già attraversata dalle contraddizioni della perestrojka e della glasnost’. Il terremoto mise immediatamente alla prova quelle promesse di trasparenza e di riforma. Intere città furono devastate; scuole, ospedali, fabbriche e abitazioni crollarono. La vulnerabilità di molti edifici, compresi numerosi complessi prefabbricati costruiti negli anni precedenti, rese ancora più drammatiche le conseguenze del sisma. In una regione conosciuta per la propria pericolosità sismica, emersero così anche le responsabilità di una pianificazione edilizia nella quale gli obiettivi quantitativi dello sviluppo industriale avevano spesso prevalso sulla qualità e sulla sicurezza.
Il problema, tuttavia, non fu soltanto quello delle costruzioni. Fu anche quello della risposta dello Stato. Le dimensioni della catastrofe misero sotto pressione una macchina amministrativa rigidamente centralizzata, mentre le difficoltà nei soccorsi, nella comunicazione e nel coordinamento degli interventi alimentarono nell’opinione pubblica armena un sentimento di sfiducia verso le autorità sovietiche. La tragedia rese evidente quanto fosse fragile, nella realtà, l’immagine di uno Stato onnipotente capace di controllare ogni aspetto della vita collettiva.
Per la prima volta nella storia sovietica, inoltre, Mosca aprì in maniera significativa alle offerte di aiuto provenienti dall’Occidente. Squadre di soccorso, medici, tecnici e materiali arrivarono da numerosi Paesi. L’episodio ebbe un valore che andava ben oltre l’emergenza umanitaria. Nel pieno della Guerra fredda, la popolazione sovietica poteva assistere direttamente a una collaborazione internazionale che soltanto pochi anni prima sarebbe apparsa difficilmente immaginabile.
Il terremoto diventò così anche una straordinaria manifestazione delle contraddizioni della glasnost’. Le immagini delle città distrutte, dei bambini estratti dalle macerie, degli ospedali sovraffollati e delle famiglie rimaste senza abitazione circolarono ben oltre i confini dell’Armenia. La catastrofe non poteva più essere confinata entro i limiti della comunicazione ufficiale. La sofferenza diventava visibile e, insieme alla sofferenza, diventavano visibili le insufficienze del sistema.
Questo aspetto assume un significato ancora maggiore se si considera ciò che era accaduto pochi mesi prima. Nel febbraio 1988, a Erevan, era esplosa la mobilitazione per il Nagorno-Karabakh, trasformandosi rapidamente in uno dei più grandi movimenti di massa della storia sovietica. La società armena aveva cominciato a organizzarsi autonomamente, rivendicando diritti nazionali e maggiore autonomia politica. Il terremoto si abbatté dunque su una repubblica già profondamente mobilitata e contribuì, paradossalmente, a rafforzare ulteriormente la capacità della società civile di agire al di fuori dei tradizionali canali dello Stato sovietico.
Le conseguenze furono profonde. Il terremoto mise in crisi la fiducia nelle istituzioni, accentuò il sentimento nazionale e rese ancora più evidente la distanza tra la società armena e il potere centrale di Mosca. La solidarietà spontanea dei cittadini, la nascita di comitati, associazioni e reti di aiuto e il coinvolgimento della diaspora mostrarono una realtà destinata ad assumere un peso politico crescente: la società poteva organizzarsi e intervenire anche senza attendere esclusivamente le direttive delle strutture sovietiche.
È in questo passaggio che Spitak acquista una dimensione storica che supera quella della semplice calamità naturale. Il terremoto non provocò il crollo dell’Unione Sovietica, né sarebbe corretto attribuirgli una responsabilità diretta nella sua dissoluzione. Ma contribuì ad accelerare un processo di delegittimazione già in corso. Il sisma arrivò in un momento nel quale il sistema sovietico stava perdendo progressivamente il controllo della propria narrazione: la glasnost’ aveva reso possibile parlare delle inefficienze del passato, la perestrojka aveva messo in discussione gli equilibri economici e politici, mentre le repubbliche dell’Unione cominciavano a rivendicare con sempre maggiore forza i propri diritti nazionali.
In Armenia questi processi si intrecciarono in maniera particolarmente intensa. La questione del Karabakh, la memoria storica, la richiesta di maggiore autonomia e la tragedia del terremoto alimentarono una nuova consapevolezza politica. La popolazione non si limitava più a chiedere allo Stato di intervenire: cominciava a interrogarsi sul rapporto stesso tra Armenia e Unione Sovietica.
Quando, nel 1991, l’Armenia proclamò la propria indipendenza, il ricordo del terremoto era ancora vivo e la ricostruzione era tutt’altro che conclusa. Le macerie di Spitak e di Gyumri divennero così anche la metafora di un sistema politico che, nel frattempo, aveva cominciato a sgretolarsi. Il 1991 avrebbe segnato la fine dell’URSS; per molti armeni, tuttavia, il processo di emancipazione politica era iniziato alcuni anni prima, nelle piazze di Erevan e nella drammatica esperienza del terremoto.
La dimensione umana rimane naturalmente quella più importante. Spitak, Gyumri e gli altri centri devastati conservarono per decenni le tracce della tragedia. Migliaia di famiglie persero i propri cari, la propria casa, il proprio luogo di lavoro. Intere generazioni crebbero con il ricordo di quella mattina del dicembre 1988. La ricostruzione procedette lentamente e le sue difficoltà accompagnarono anche i primi anni dell’Armenia indipendente.
Per la memoria armena, il terremoto appartiene quindi a una storia più ampia di sopravvivenza e di ricostruzione. Ma sarebbe riduttivo leggerlo soltanto attraverso la categoria della resilienza. Spitak rappresentò anche una frattura politica: mostrò i limiti di un modello statale fondato sulla centralizzazione, mise in evidenza le contraddizioni della modernizzazione sovietica e contribuì a trasformare una popolazione colpita dalla catastrofe in una società ancora più consapevole della propria capacità di organizzarsi autonomamente.
Il 7 dicembre 1988 la terra tremò in Armenia. Ma quel terremoto fece tremare, insieme alle città, anche le fondamenta politiche dell’Unione Sovietica. Non ne fu la causa, ma fu uno degli eventi che ne accelerarono la crisi finale: perché rese visibili le inefficienze dello Stato, favorì l'apertura verso l'esterno, rafforzò la società civile e si sovrappose a un movimento nazionale già capace di mettere in discussione il rapporto tra la Repubblica Socialista Sovietica Armena e Mosca.
Tre anni più tardi l’Unione Sovietica non sarebbe più esistita.
A Spitak, però, le macerie sarebbero rimaste. E proprio da quelle macerie sarebbe emersa una delle immagini più drammatiche della fine del Novecento sovietico: quella di un popolo che, mentre cercava i propri morti e ricostruiva le proprie case, stava inconsapevolmente assistendo anche al tramonto dello Stato nel quale aveva vissuto per quasi settant’anni.





