"Il Poema del Silenzio" di Hrand Nazariantz traduzione Tamar Badalyan Commento Carlo Coppola



Commento di Carlo Coppola


Il «Poema del Silenzio» si offre come vertice compiuto del simbolismo lirico di primo Novecento, costruito come dialogo ideale con Georges Rens — il poeta belga noto anche come Max Borgueil, animatore della Jeune Belgique e del cenacolo «Ça Ira» — cui il componimento è esplicitamente dedicato. Fin dall'incipit, l'evocazione di uno strumento ad arco, quel «sospiro di violoncello» (Թաշգնորակի հեծք) definito «ondoso» (ալեհո՛ւնչ), non assolve una funzione meramente descrittiva, ma si fa correlativo acustico dell'inconscio: sulla scia verlainiana e baudelairiana ripresa da Rens, la musica diviene il trasduttore materiale attraverso cui l'anima traduce il proprio dolore in vibrazione. È lo strumento che pensa al posto della parola, che dice ciò che il linguaggio articolato non osa. Nella seconda strofa il legame con la temperie renssiana si fa ancora più stretto: l'apostrofe «Ո՛վ Տրտմութիւն, ունկնդրէ՛, » («Oh Tristezza, ascolta!») e la formula della «noia dolcemente accordata» (ձանձրոյթիս քաղցրալար) trasfigurano lo spleen decadente in condizione contemplativa, in cui l'angoscia trova riparo estetico e la malinconia — mai disperazione sterile — si accorda, letteralmente, «dalle dolci corde». L'anima del poeta si riconosce così nell'agonia della luna, la «Ճերմակ օրհա՛սը լուսնին», fondendo cosmo e dramma interiore in un'unica risonanza. Governa l'intero componimento una cromaticità argentea ed eterea: «d'argento» (արծաթէ), «candida agonia» (Ճերմակ օրհա՛ս), fino al verbo conclusivo «ammanta d'argento» (կ'արծաթէ) compongono un paesaggio notturno di pura astrazione, in dialogo diretto col gusto parnassiano-simbolista di Rens, dove il paesaggio lunare è specchio opaco della solitudine dell'artista dinanzi all'assoluto. Il fulcro concettuale resta la terzina finale — «Թաշգնորակի հեծքն այս թաշ / Լռութեան մօտ քերթուածն է», «Questo sospiro di violoncello / È il poema presso il Silenzio» — dove si cristallizza il paradosso proprio della poetica renssiana: l'oscillazione perenne fra il limite della parola e la tentazione del silenzio assoluto. Il suono non infrange la Λռութիւն, le sta accanto, mόտ, nascendo da essa e ad essa tornando. La poesia si rivela allora «desiderio luminoso» (լուսատառ տարփանք), unica risposta possibile — luce d'argento gettata sulla notte — al vuoto dell'esistenza.