Gregorio Sciltian (1900-1985) Un pittore armeno in Italia




Գրիգոր Սկիլթեան (1900-1985) Հայ նկարիչ Իտալիայում: Կարլո Կոպպոլայի հոդված.


Gregorio Sciltian nacque il 20 agosto 1900 a Nachicevan sul Don stesso sobborgo di Rostov sul Don  che aveva dato i natali al grande pittore armeno Martiros Saryan vent'anni prima. Proveniva da una famiglia benestante, il padre avvocato e la madre discendente di una ricca famiglia di industriali armeni, dopo aver terminato il liceo, si trasferì a Mosca, dove continuò gli studi classici e iniziò la passione per le arti figurative.


Dopo gli studi di pittura a San Pietroburgo, e poi a Costantinopoli lasciò la Russia alla volta di Vienna, frequentando l'Accademia di Belle Arti ed un gran numero di musei, attirato in particolare dall'arte italiana del rinascimento. 
La prima svolta arrivò intorno al 1923 quando si si stabilì a Roma, e realizzò una sua personale alla Casa d'Arte Bragaglia cui presenziò e fece introduzione il noto critico e fondatore della rivista "Paragone" Roberto Longhi
A Roma Sciltian conosce diversi intellettuali italiani e vari pittori tra cui Antonio Baldini, Antonio Donghi e Giuseppe Capogrossi, mentre a casa del pittore Nino Bertoletti incontra Giorgio De Chirico, stringendo subito amicizia con lui e col fratello Savinio. 
Giorgio De Chirico scrisse di lui sin dal 1941:

Gregorio Sciltian è il plastico per eccellenza. È plastico quando dipinge, è plastico quando parla, è plastico quando gesticola

sempre De Chirico definì l'amico Sciltian: 

un burattinaio orientale [...] creatore di spettacoli dipinti

 


Sciltian dal canto suo non fu solo un raffinato pittore ma anche un abilissimo narratore che così ricorda: 

Erano gli ultimi anni della Roma barocca, dei pomposi cardinali, delle processioni dei frati incappucciati, degli sbirri caravaggeschi che venivano rievocati dai fascisti con berretti ed il fiocco nero, che passeggiavano gagliardi e rumorosi per le strade romane. Si vedevano ancora i carretti dipinti trainati da asinelli condotti dai contadini, che scendevano dai Castelli romani. In Piazza di Spagna c'erano modelli nei costumi pittoreschi della Ciociaria. Erano gli ultimi anni della Roma romantica di Pinelli e di Léopold Robert, la Roma di Gogol, di Alessandro Ivanov e di Overbeck. Si passeggiava ancora in carrozzella, le osterie rigurgitavano di gente che assaggiava i vini dei Castelli. L'ondata dell'urbanesimo non era ancora incominciata con il rumore delle lambrette e delle automobili, con le luci al neon, i distributori di benzina e i ladri di biciclette. Nel 1924 la vita romana continuava a essere una bella, saporosa, tradizionale vita seicentesca. A portata di mano intorno a me erano i capolavori dei grandi maestri che mi insegnavano a guardare la natura, ad apprezzare la vita pittoresca e affascinante che pulsava intorno a me. In Piazza Capo di Ferro, accanto alla Piazza Farnese, c'era la Pinacoteca di Palazzo Spada piena di quadri caravaggeschi, ed ogni mattina, prima di iniziare i miei lavori, facevo un giretto rapido nelle sale. A due passi era la chiesa di San Luigi dei Francesi ed accanto la chiesa di Sant'Agostino, con quadri del Caravaggio, quadri del Valentin, di Bartolomeo Veneto, di Holbein e raccolte di meravigliosi disegni. Non passava giorno che io non facessi visita ai miei Maestri, e dopo correvo pieno di fervore nel mio studio, al mio cavalletto ed alla mia tavolozza
(G. Sciltian, Mia Avventura, Rizzoli, 1963, pp. 261-262).

 


Dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1926, dove espone con grande successo il  famoso dipinto "Biondo corsaro", si trasferisce a Parigi per qualche anno, dipingendo soprattutto nature morte, figure di popolani e soggetti di vita quotidiana che risentono del realismo seicentesco e aspirano a riprodurre, con precisione fotografica, "l'illusione della realtà". 


Nel 1934 rientra in Italia, dove inizia una fruttuosa attività espositiva presso gallerie private. Alla Triennale di Milano del 1940 ottiene una medaglia d'oro con un trompe l'oeil intitolato Il mobile dipinto e nel 1942 espone nuovamente alla Biennale di Venezia. Nel dopoguerra partecipa attivamente al gruppo dei "Pittori moderni della realtà", che si contrapponeva al nascente astrattismo, e con esso espone nel 1947 alla Galleria dell'Illustrazione di Milano. 


Sempre nel '47 svolge l'attività di illustratore e realizza alcune scenografie per il Maggio Musicale Fiorentino e per il Teatro alla Scala. 
La sua pittura, recuperando il Realismo Settecentesco, riesce ad affrontare tutti i grandi temi del 900 senza piegarsi alle mode imposte dalle avanguardie. Per questa ragione a partire della fine degli anni '40 il sodalizio tra Sciltian e la critica d'Arte si rompe, egli diverrà sempre più un ritrattista molto amato però dal mercato dell'Arte e si dedicherà in special modo a raffigurare personaggi della buona società romana, milanese e veneta. 


Successivamente ritorna a Roma, e dalla sua casa sul Lungotevere dedicato a quel Raffaello Sanzio che tanto gli era stato di ispirazione, si dedicherà prevalentemente della stesura dei suoi scritti teorici.

Bibliografia sintetica

  • G. Sciltian, Pittura della realtà: estetica e tecnica, Milano, U. Hoepli, 1956
  • G. Sciltian, La pittura della realtà: conferenza tenuta a Palazzetto Venezia il 16 dicembre 1962, Roma, Tip. F. Centenari, 1963
  • G. Sciltian, Mia avventura, Milano, Rizzoli, 1963
  • G. Sciltian, Il modernismo e la pittura della realtà (Conferenza tenuta all'Angelicum il 26 Maggio 1961), Roma, 1961,
  • G. Sciltian, Trattato sulla pittura: estetica tecnica, Milano, U. Hoepli, 1980