"La Corruzione dell'Opinione Pubblica come danno arrecato alla Verità" di Carlo Coppola
Perché la verità va difesa, non negoziata
Etica giornalistica, libertà di stampa e diplomazia: una riflessione sulle dichiarazioni di Mammad Ahmadzada.
Decidiamo di non soffermarci, come fanno altri più in vista di noi, sulle affermazioni di S.E. il sig. Mammad Ahmadzada, ambasciatore dell'Azerbaigian in Italia, né sulle sue illazioni — tra cui quella relativa a una presunta abilità armena di contraffare la verità, che a suo dire genererebbe "ilarità".
Non definiremo la sua come una delle peggiori dittature al mondo, benché il Freedom Press Index collochi l'Azerbaigian al 167° posto su 180 nazioni, poco sotto la Corea del Nord. Non ribadiremo, come già fatto in altre occasioni, la condizione del suo Paese: un'opposizione di fatto inesistente, giornalisti e membri di ONG non allineati regolarmente incarcerati.
Non riteniamo necessario deridere l'interlocutore per confermare verità storiche e politiche consolidate, né per ribadire lo scontro tra bene e male, tra laicità dello Stato e false teocrazie plutocratiche — Paesi che fino a ieri erano laicisti e violentemente comunisti e che oggi, coerentemente solo al mutare del vento, si dichiarano filo-islamisti, con presenze accertate di militanti dello Stato Islamico (Daesh).
L'Esimio non si è scomposto in passato e non si scomporrebbe ora: attaccherebbe chiunque — reso "cornuto e mazziato", come si dice a Napoli — proprio in virtù di quel vago sentore di impunità e immunità che il rango e il ruolo talvolta garantiscono, anche da parte delle autorità italiane. Sono fatti storici, documentati da condanne penali per corruzione: ancora oggi, nelle migliori democrazie, esistono funzionari disposti a vendersi per un vizio, un Rolex, o semplicemente per saldare un debito o un mutuo.
Chiunque, attraverso la stampa — prezzolata o meno — può affermare ciò che vuole. Spetta alle redazioni verificarne qualità, attendibilità ed etica. Ogni testata giornalistica, nel pubblicare, prende inevitabilmente posizione: non esiste informazione neutrale. È uno dei primi insegnamenti di ogni corso di giornalismo.
Il concetto di presunta neutralità o equidistanza è spesso legato a forme di opportunismo o disinteresse, non alla realtà dei fatti — come insegnano da secoli Niccolò Machiavelli, Francesco Guicciardini e Baltasar Gracián, padri della moderna storiografia politica.
Chi ospita lettere o dichiarazioni sui propri giornali prende comunque posizione. A volte, come accaduto di recente, alcune testate ritrattano a posteriori, cancellando articoli già pubblicati, nella speranza che Google non ne conservi copia cache.
La politica internazionale si è costruita così nel Novecento, e ancor più negli anni Duemila: una commessa industriale o un partenariato strategico muovono il mondo, e ogni giornale finisce per rispondere a queste logiche — politicamente corretto, sì, ma verso chi finanzia. La correttezza editoriale, troppo spesso, si misura sul potere economico e politico di chi parla.
L'etica, intesa come sistema di valori, imporrebbe invece che ogni testata risponda in prima persona di quanto pubblica, senza delegare ad altri la verifica delle informazioni — che si tratti di relata refero, interviste, lettere aperte o lettere al direttore. In Italia questa dovrebbe essere la prassi: le testate giornalistiche sono soggette ad albi professionali e a leggi dello Stato che ne regolano la condotta, spesso disattese o apertamente irrise.
Alcuni ambasciatori di Stati ricchi di materie prime, in particolare nel settore energetico, si permettono talvolta di eludere le leggi italiane, muovendosi negli interstizi più oscuri di prassi e normative. Ma anche l'esercizio della funzione diplomatica richiede etica. Alcuni rappresentanti rispondono però a codici differenti, e le conseguenze — come accaduto di recente altrove in Europa — possono tradursi in rimozione dall'incarico o persino in provvedimenti penali.
Come in Miraculous – Le storie di Ladybug e Chat Noir, dove Papillon, il villain, accusa i due eroi di voler devastare la città, la menzogna tenta di ribaltare l'etica imponendone una parallela: l'antieroe cerca di dimostrare che i buoni sono cattivi e i cattivi sono buoni, fino a pretendere la resa degli oggetti magici in nome di una presunta pace.
I buoni, però, smentiscono prontamente le falsità: il silenzio, di fronte alla menzogna, equivarrebbe a una conferma implicita. La verità non pretende di essere conosciuta da tutti, ma va testimoniata quando necessario. Qualcuno deve assumersene la responsabilità.
C'è chi continuerà a sostenere, con artifici sofistici, che la verità sia menzogna e la menzogna sia verità. Un sottobosco di personaggi opportunisti continuerà a lucrare su chi soffre per ingiustizie reali o percepite, o su chi è abbagliato dalla smania effimera di un potere limitato nel tempo e nello spazio. Sono proprio costoro, alla fine, a far pagare alla società un doppio prezzo: quello della propria corruzione morale e quello del danno arrecato alla verità.






