ԵՐԹԱ՛ՆՔ, ԼԷՅԼԱ... / Andiamo Leila di Hrand Nazariantz trad. Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola


Commento critico e confronti poetici 

di Carlo Coppola


Il componimento si colloca pienamente nella stagione simbolista e neoromantica di Hrand Nazariantz, poeta profondamente inserito nel clima culturale europeo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento e particolarmente sensibile alla lirica francese.
Al centro del testo emerge il motivo della fuga e della solitudine, condensato nell'invocazione ricorrente «Երթա՛նք, Լէյլա» («Andiamo, Leyla»). La ripetizione conferisce alla poesia un andamento quasi musicale e ossessivo, trasformando l'invito alla fuga in una vera e propria necessità spirituale. I due amanti cercano nei monti un luogo separato dal mondo, lontano dalla sua brutalità e dalla sua corruzione: la fuga diventa così anche ricerca di un rifugio interiore e di una dimensione quasi sacra dell'amore.
A questa tensione si accompagna una marcata estetica della malinconia. Le immagini della notte, degli «oscuri sogni» e della «profonda sera disperata» costruiscono un paesaggio emotivo nel quale amore, dolore e morte finiscono per confondersi. È una poesia in cui l'esperienza individuale sembra assumere un valore più ampio: l'esilio, la perdita e la condizione dell'uomo separato dalla propria patria diventano materia di una meditazione lirica universale.
Particolarmente significativo è il rapporto con Albert Samain, al quale Nazariantz affida l'epigrafe «Et c'était le dernier amour du soir antique...». Il riferimento non appare come un semplice ornamento erudito, ma costituisce una vera chiave di lettura dell'intero componimento.
Da Samain Nazariantz sembra raccogliere soprattutto la sensibilità crepuscolare, la musicalità del verso e quella particolare fusione di sensualità, malinconia e presagio della fine che caratterizza il Simbolismo francese. Il «soir antique» dell'epigrafe trova così una corrispondenza nella «յուսահատ իրիկունին», la sera disperata del testo armeno: il crepuscolo non è soltanto un momento naturale, ma diventa lo spazio simbolico nel quale l'amore raggiunge la sua massima intensità proprio mentre si avvicina alla dissoluzione.
Anche l'immagine del morire l'uno nell'altro partecipa di questa estetica: l'amore assoluto tende alla fusione totale degli amanti, fino alla cancellazione dei confini tra individuo, desiderio e morte.
È proprio in questa sovrapposizione di riferimenti che emerge la peculiarità di Nazariantz. Leyla, figura appartenente all'immaginario orientale, viene sottratta a una semplice dimensione folklorica e trasfigurata attraverso la sensibilità simbolista europea. L'Oriente diviene così paesaggio dell'anima, luogo della fuga, del desiderio e della separazione dal mondo.
Nazariantz opera dunque una sintesi originale fra la tradizione lirica armena e la cultura decadentista europea. La lezione di Samain, filtrata attraverso la propria esperienza poetica ed esistenziale, viene ricondotta a una diversa sensibilità: quella di un poeta armeno che vive sulla soglia fra patria ed esilio, fra Oriente e Occidente.
Il cigno del verso conclusivo, infine, riassume emblematicamente questa poetica: animale tradizionalmente associato alla purezza, alla bellezza e al «canto del cigno», diviene figura di una bellezza che raggiunge la propria compiutezza proprio nel momento della fine. È l'immagine conclusiva di una poesia nella quale l'amore, la fuga, la malinconia e la morte si fondono in un'unica esperienza simbolica.