"Meriggio" di Hrand Nazariantz traduzione di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
Ecco una riscrittura in forma di saggio critico, con periodare più disteso e meno "a elenco", nello spirito di una prosa giornalistico-letteraria:
Meriggio, l'esilio e la luce mediterranea di Hrand Nazariantz
C'è un componimento, nella produzione di Hrand Nazariantz, che merita di essere riletto con particolare attenzione perché racchiude in sé l'intera parabola estetica e umana del suo esilio: Meriggio (ՑԵՐԵԿ). Vi si incontrano, quasi in un unico respiro, il simbolismo di matrice costantinopolitana da cui il poeta proviene e quella trasfigurazione mediterranea che egli venne elaborando accanto a Enrico Cardile, negli anni pugliesi.
La lirica si apre con un cammino che è insieme fisico ed esistenziale, e che evoca fin dai primi versi l'esperienza dello sradicamento. Quel «meriggio grave e inesausto» non è la semplice stasi di un'ora assolata: è piuttosto uno stato dell'anima, la gravità stessa del ricordo, la tensione che non si placa mai del dolore. Il sentiero di ghiaia, percorso «penosamente» sotto la spinta delle malinconie, diventa il luogo di passaggio tra il travaglio interiore e l'apertura improvvisa verso l'orizzonte marino.
Man mano che le strofe si dispiegano, il paesaggio perde ogni valenza puramente descrittiva e si fa corpo vivo, quasi mitopoietico. C'è dapprima la stasi, la materia astrale: quel «sonno infinito d'argento», il mare «immacolato e liscio» increspato appena da un'onda pigra che accarezza la sabbia ardente – un'immagine di purezza sospesa. Poi arriva la luce, che si diffonde «con un mantello intessuto d'oro»: qui torna, intatta, la ricchezza cromatica e bizantina della prima stagione poetica di Nazariantz, quella in cui la natura si veste sempre di paramenti sacri. Infine, nelle ultime due strofe, si compie la vera trasformazione: il mare, evaporando onda su onda sotto il tocco del vento caldo, assume la grazia dionisiaca di una «ninfa dalla chioma di neve», fino a farsi «donna che si sveglia / tra estasi e voluptà divine». Il paesaggio marino diventa così grembo, luogo dell'eros e della rinascita.
Non va sottovalutata, in questo componimento, la dedica a Enrico Cardile. Non è un omaggio di circostanza, ma la testimonianza di un sodalizio intellettuale autentico, costruito sulla traduzione reciproca, sul dialogo fra le due sponde del Mediterraneo e su una sensibilità comune, neoromantica e simbolista.
Le affinità fra i due poeti sono evidenti. Entrambi guardano al mare e al sole dionisiaco non come semplice sfondo naturalistico, ma come matrice spirituale di rigenerazione: l'immagine della ninfa e la sensualità sacra del finale di Meriggio dialogano apertamente con il paganesimo lirico e il simbolismo solare che è cifra della poesia di Cardile. Anche sul piano del linguaggio i due si assomigliano: quell'uso sfarzoso della luce – il mantello intessuto d'oro, i brividi azzurrini, il sonno d'argento – risponde a un gusto figurativo ed elegiaco condiviso, alla stessa ricerca di parole capaci di tradurre l'ineffabile.
Restano, però, differenze non trascurabili. In Nazariantz il «penosamente» dell'incipit tradisce sempre, in filigrana, il dramma dello sradicamento: il meriggio è prima solitudine, e solo dopo si fa estasi. In Cardile il mito mediterraneo resta più solare, più classico e contemplativo, privo di quell'urgenza tragica che nell'armeno porta il peso della storia. Cambia anche il modo di trattare il simbolo: Cardile muove da una liricità misticheggiante, di sapore talvolta parnassiano o neoclassico, mentre Nazariantz conserva un'eredità orientale in cui il profumo, l'oro, la corporeità stessa della natura – quel «grembo della sabbia, nudo e ebbro» – restano avvolgenti, quasi liturgici.
Meriggio si rivela, in definitiva, un'orazione alla luce e al mare. È attraverso l'amicizia con Cardile che Nazariantz depone le proprie malinconie di profugo sulle sabbie del mare italiano, e in quella bellezza ritrovata scopre – finalmente – la promessa di un'eterna, divina voluptà.





