"Domenico De Nozza: Il Questore che guidò l'Ufficio Affari Riservati (si occupò anche di armeni)" di Carlo Coppola
Domenico De Nozza è una delle figure più enigmatiche e influenti della storia dell’intelligence italiana del secondo dopoguerra. Nato a Miglionico (Matera) il 6 marzo 1901, figlio di Giustino De Nozza, e sposatosi a Forlì nel 1930, attraversò senza soluzione di continuità il passaggio dal regime fascista alla Repubblica, incarnando come pochi altri la persistenza degli apparati di sicurezza dello Stato.
Funzionario dell’OVRA, attivo in Sicilia e Toscana, De Nozza fu processato nel 1946 per il suo ruolo nei servizi segreti del fascismo. Assolto da ogni imputazione, venne immediatamente reintegrato nella polizia. Una rapida riabilitazione che segnala quanto le competenze maturate sotto il regime fossero considerate indispensabili nella nuova fase storica.
La sua carriera proseguì infatti nella Repubblica Italiana, in un contesto dominato dalla Guerra Fredda. Divenne questore di Trieste, città di frontiera strategica nel confronto con il blocco orientale, dove affinò tecniche di spionaggio e controspionaggio allora molto più avanzate rispetto a quelle in uso nel resto del Paese.
La chiamata di Tambroni
Nel settembre 1958 il ministro dell’Interno Fernando Tambroni lo chiamò a dirigere l’Ufficio Affari Riservati (UAR), il servizio segreto civile del Viminale creato nel 1948 da Mario Scelba. La scelta non fu casuale. Tambroni agiva in stretto coordinamento con la CIA, che guardava con favore all’esperienza e ai metodi del questore triestino, considerati affidabili e moderni.
De Nozza arrivò a Roma con un gruppo ristretto di collaboratori fidati — Walter Beneforti, Ilio Corti e Attilio Mangano — dando vita a quello che sarebbe passato alla storia come il “gruppo triestino”. Un nucleo compatto, legato da rapporti personali e competenze tecniche, che riorganizzò profondamente l’UAR.
Gli Uffici Vigilanza Stranieri vennero smantellati e sostituiti da nuclei investigativi autonomi, sganciati dalle questure e operativi in tutte le principali città italiane. Tambroni mise a disposizione tre appartamenti segreti all’interno del Viminale, dai quali il servizio operava in quasi totale autonomia, spesso al di fuori di qualsiasi controllo politico diretto.
Un servizio segreto parallelo
Con finanziamenti e strumentazioni fornite dagli Stati Uniti, l’Ufficio Affari Riservati assunse una fisionomia moderna, chiaramente ispirata al modello della CIA. Laboratori tecnici, intercettazioni sistematiche, dossieraggio su vasta scala: l’intelligence civile italiana compì sotto De Nozza un salto di qualità decisivo.
Le informazioni raccolte dai nuclei periferici confluivano a Roma nel Gruppo Operativo, composto esclusivamente da funzionari provenienti da Trieste. L’attività dell’UAR non si limitava alla sorveglianza dei comunisti e della sinistra extraparlamentare, ma si estendeva anche all’interno della Democrazia Cristiana, colpendo gli avversari politici di Tambroni e trasformando il servizio in uno strumento di potere personale.
Questa espansione provocò un duro scontro con il SIFAR, il servizio segreto militare, che accusava l’UAR di sconfinare in ambiti riservati all’intelligence delle Forze Armate. La competizione tra apparati degenerò rapidamente in una vera e propria guerra interna.
Bari e la questione Armena: una testimonianza rivelatrice
Accanto alla carriera nei servizi, un episodio meno noto illumina la complessità della figura di De Nozza. Il 14 dicembre 1924 pubblicò sulla rivista Humanitas (p. 311) un ampio articolo intitolato La fabbricazione dei tappeti orientali nei laboratori armeni a Bari, dedicato alla comunità di profughi armeni sopravvissuti ai massacri ottomani e alle iniziative avviate nel capoluogo pugliese per garantire loro lavoro e dignità.
Il testo, firmato di suo pugno, contiene una delle più precoci e nette denunce italiane dello sterminio degli armeni e individua nella distruzione di quel popolo la causa del crollo di un’intera civiltà produttiva. Al centro del racconto emerge la figura del poeta esule Hrand Nazariantz, animatore della comunità armena barese, e l’idea del lavoro come strumento di riscatto morale prima ancora che economico.
Questo articolo rivela un De Nozza inatteso: non solo funzionario dello Stato, ma osservatore attento delle minoranze e delle tragedie del Novecento, capace di registrarle con uno sguardo partecipe, in un’Italia ancora largamente silenziosa sul genocidio armeno.
La caduta
L’esperienza del gruppo triestino si concluse bruscamente nel 1960. Un’operazione di provocazione contro il PCI in Sicilia fornì il pretesto per un’irruzione della questura di Roma in uno degli appartamenti segreti del Viminale. Gli agenti vennero colti in flagrante mentre svolgevano attività di spionaggio. Attilio Mangano fu trovato nascosto sotto un letto.
L’operazione, sostenuta da settori della Democrazia Cristiana ostili a Tambroni e dal SIFAR, pose fine alle “attività parallele” dell’UAR. Pochi mesi dopo, nell’agosto 1960, il governo Tambroni cadde sotto la pressione delle proteste popolari. I dossier raccolti finirono negli archivi del SIFAR, che nel frattempo aveva avviato una schedatura di massa senza precedenti.
Un’eredità duratura
La parabola di De Nozza si chiuse in disgrazia, ma la sua impronta sopravvisse. Il modello organizzativo da lui imposto all’Ufficio Affari Riservati non venne smantellato. Al contrario, si consolidò sotto la guida di funzionari come Federico Umberto D’Amato, destinato a dirigere il servizio per decenni durante gli anni di piombo.
Domenico De Nozza resta così una figura chiave per comprendere la continuità tra gli apparati del fascismo e quelli della Repubblica. Un uomo capace di adattarsi al nuovo quadro democratico senza rinnegare i metodi del passato, aggiornandoli con tecnologie e finanziamenti americani. La sua storia illumina uno dei nodi irrisolti della Prima Repubblica: l’esistenza di una polizia politica operante nell’ombra, tollerata e spesso incoraggiata in nome della sicurezza e della Guerra Fredda.



