martedì 29 aprile 2014

"Sogni Crocifissi" di Araks Martirosyan

Dalla stazione centrale della piccola città costiera, Bari, che si trova nel sud d'Italia, non è possibile accorgersi del suo sfondo bianco. Non si vede neanche il mare, ma il vento pieno d'odore di blu suggerisce che esso non è lontano. 
Oggi, un giorno di primavera del 2014, proprio qui in attesa di Carlo Coppola penso che circa 100 anni fa i massacri dei Armeni da parte dell'Impero Ottomano invece di lasciare solo un armeno nel mondo (quello per il museo) non hanno lasciato da solo nemmeno un armeno, perché io, una armena casuale, qui, in una città casuale, ben presto incontrerò degli Armeni.

Piove. Il vento non si risparmia le teste e le orecchie dei passanti. Le persone vestite con giacche primaverili, testimoniano che è strano avere il freddo in questo periodo d'anno. I miei occhi cercano il viso sconosciuto di Carlo; la mia mente ha già respinto le risposte alle domande che essa non è riuscita ancora a formulare.
Ecco lo sconosciuto che chiude l'ombrello e con dubbio mi sorride, questo sorriso dubbioso ottiene risposta nel mio, mi si avvicina e mi domanda:
- Araks, è vero!
- Carlo, è Lei?

Sorridiamo, consapevoli di essere sconosciuti ma familiari. Parliamo in italiano, ricordiamo i nomi degli amici in comune, che non sono pochi. Poi camminiamo verso via Nicolò Putignani, dove il nome di un negozio tradisce l'origine del suo proprietario – Timurian.*
Il negozio è arredatto in modo accattivante. Il colore del marmo, il bianco, l'azzuro e il verde acqua fanno sembrare i mobili, i candelieri, gli specchi, fragili. Non lo so ancora, ma lo saprò dopo, che la storia dei negozi "Timurian" inizia e continua ancora oggi con la vendita di tappeti orientali e non solo.

Il signor Timurian, che conosce bene Carlo, mostrando il suo sorriso paterno avvicinandosi a ci abbracia.
- Piacere, Rupen.
- Piacere, Araks.
- Աղվո՞ր ես (Stai bene?) - chiede il signor Timurian con il suo dolce armeno occidentale, che non ha perso. Mi presenta sua moglie.
- Լավ եմ, շնորհակալ եմ (Sto bene, grazie) – rispondo con il mio armeno orientale e non chiedo il racconto della loro storia. Io conosco bene le storie degli "ian" sui negozi piccoli e grandi delle strade al di fuori dell'Armenia.
- Allora andiamo. Andiamo a vedere il villaggio - dice il signor Timurian e ci accompagnia alla sua macchina.
- Qual è il tuo cognome? - mi chiede mentre ci incamminiamo.
- Martirosian - rispondo ed inizio raccontare la mia storia, una di quelle, che lui magari conosce bene.

Andiamo, tre persone casuali verso un villaggio non casuale, Nuovo Araks. Sì, proprio cosi si chiama il nuovo rifugio degli Armeni, che sono venuti in Italia scappando dai massacri. Il villaggio è costituito soltanto da alcune baracche. In ciascuna di essa, hanno abitato, almeno, due famiglie. Nel villaggio si sono occupati di cucire tappeti. I colori orientali, vinaccia, albicocca, che ispirano calore, i disegni che si aprono e chiudono come le scale magari hanno affascinato i barinesi.
Quali sono state le prime mani che si sono perse tra i nodi dei tappeti? Quali sono state le prime mani maestre? Quante lacrime hanno congelato i primi tappeti? Quanti dolori hanno nascosto i colori della patria? Quante grida hanno ammutolito? Quali fiabe hanno raccontato? Quante speranze hanno acceso? Quali occhi hanno chiuso?
Vorrei sedermi a gambe incrociate, sentire le storie, condividere i dolori con i tappeti...
Qual era il tappeto che portò stabilità? Qual era il tappeto che diventò la piccola chiesina a destra nella strada principale, dove le suore hanno insegnato ai bambini del villagio? Ora solo due famiglie abitano qui, magari i bambini vanno in un altra scuola.
Una delle suore ci apre la porta della chiesina.
Entriamo. Il "tabernacolo" è costituito solo dal ritratto di Gesu'.

Alla fine della strada c'è la casa di un poeta armeno, Hrand Nazariantz, che ora non è un museo. Dopo aver studiato in Inghilterra e in Francia, tornò a Costantinopoli, il luogo della sua nascita. Lì nel 1912 ha pubblicò un suo libro, "Sogni Crocifissi", che io non ho ancora letto. Quali sogni ha crocifisso la strada da Costantinopoli a Bari? Quanto tempo ha aspettato per vederli risorgere? Era stanco di aspettare? Non lo so, ma mi sembra di sentire ancora i bisbigli dei suoi sogni nel villaggio...

Una delle sue poesie è immortalata nel monumento KhachKar a Bari. Costruito con la pietra bianca dalla citta', si confonde con lo sfondo della citta'. Questo monumento, fatto da Ashot Grigoryan, sembra fragile come i sogni crocifissi, ma è forte come il perdono, come una croce tra il cielo e la terra, come una profonda compassione, come una anima pacifica.

Perdonare: profumare i cuori ai fiori del calvario…
Essere il segno della croce sulla terra e sul cielo,
Essere fratelli, essere semplici e puri: Credere, Amare…
Credere all’Armonia, ai Ritmi supremi, alla Giustizia dei Cieli,
I poveri, credere sempre, le braccia tese alle Cime,
Vivere bene, realizzare la propria anima, la carne è nulla…
E poi, chiudere gli occhi di carne per aprire quelli dello Spirito,
Essere il Bacio di pace sulla bocca dei morenti
E poi, a nostra volta, sorridere,
Sorridere nell’ora felice della Morte… "

- L'originale e' scritto in armeno, ma l'abbiamo purtoppo perso - ha detto stamattina Carlo, quando l'abbiamo letto.

Durante la traduzione dall'armeno occidentale all'italiano la poesia ha perso qualcosa. Io non so ancora, che dopo, quando tradurrò in armeno orientale la poesia perderà qualcosa di più:

Ներել․
Սիրտը Կալվարիոյի ծաղիկներով անուշահոտել,
Խաղաղության խաչ դառնալ Երկնքի ու Երկրի միջև,
Լինել եղբայր ամենքին, լինել հասարակ ու մաքուր լինել,
Հավատալ, Սիրել․․․
Հավատալ Հարմոնիային, Ռիթմին վսեմագույն, արդարությանը Երկնքի,
Հավատալ առհավետ ձեռքերն դեպ երկինք կարկառած,
Լինել բարի, տեսնել իսկական հոգին, քանի որ մարմինը ոչինչ է․․․
Եվ ապա փակել աչքերը մարմնի ու բացել աչքը Հոգու,
Լինել խաղաղության համբույր հանգուցյալի շուրթերին,
Եվ ժպտալ կարողանալ մեր հերթին՝
Ժպտալ մահվան երջանիկ ժամին․․․”


"Cosi, con ogni traduzione piano piano perderete tutto"- dira' (o forse ci avvertirà) un amico succesivamente. Capiro' la sua paura e un'altra volta il mio corpo vibrerà per la grandezza di tutto quello che abbiamo gia' perso, un'altra volta il mio cuore proverà a sopravivere per il pesante dolore, un'altra volta le domande avranno paura di nascere, perchè la mia testa resisterà nel trovare le risposte per esse...

Soltanto dopo quel momento di battaglia auto-dirompente, quando mi sembrerà che l'unica soluzione è dimenticare, quando il mio cuore, pronto a perdonare, soffrirà dell'assenza di una richiesta di perdono scusa, quando mi sembrerà che i miei fragili dolori presto si spezzeranno e diventeranno sabbia, che si perderanno nel deserto del dolore e dell'ingiustizia universale, io ricorderò le parole, che piu' tardi mi avrò dirà il signor Timurian: “Հիշի'ր, որ հոս ախպար ունիս” ("Ricordati che hai un 'ախպար' ** qui") e grazie ad esse non mi spezzerò, certamente, non mi spezzero'...

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*    In tutto il mondo gli Armeni mettono come nome dei suoi negozi il loro cognome. E' facile riconoscerlo dalle tre lettere finali “ian”.
**   In armeno occidentale “ախպար” si utilizza per chiamarsi fratteli.