sabato 7 dicembre 2013

25 anni dal tremendo terremoto in Armenia. Un ricordo



Come ricordare il terribile terremoto in Armenia del 7 dicembre 1998 senza retorica? L'impresa è molto ardua, lo sappiamo. Un modo utile può essere quello di guardare alla Patria come aria di mestizia, tristezza, continuare a piangere i morti con urla e strazio, perpetrare il ricordo della distruzione di un nuovo attentato all'identità di un popolo martoriato, che ha pianto troppo. 
Si mostrano le immagini di bambini tra le macerie che cercano la mamma, una bambola o il ciuccio, guardare le facce stravolte ripiegandosi al dolore di un nuovo genocidio, meno sistematico, meno truculento. Non c'erano donne sventrate o uomini col capo mozzato. Ma solo macerie e sguardi assenti in un paese, allora Sovietico che non conosceva l'idea della Protezione Civile, del controllo geomorfologico del territorio, anche peggio del terremoto dell'Irpinia del 23 novembre del 1980 !!! Il tempo passa ma il dolore resta, per quello che si poteva fare e non è fatto per prevenire una catastrofe mondiale.

  

Allora si mobilitarono gli artisti, cantanti guidati da Charles Aznavour, che completava il proprio percorso di riappropriazione identitaria e promosse raccolte di fondi e canti in più lingue della medesima canzone dal titolo Per te Armenia. In Italia molti cantanti e musicisti aderirono all'iniziativa tra questi Tullio De Piscopo, Sergio Endrigo, Pierangelo Bertoli, Gino Paoli, Christian, Sandro Giacobbe, Mino Raitano, Ricky Gianco, Tony Dallara, Memo Remigi, Scialpi, Mia Martini, Milva, Nilla Pizzi, Iva Zanicchi, Gigliola Cinquetti, Mietta, Gilda Giuliani, Orietta Berti, Lorella Cuccarini solo per citarne alcuni. 
Tra le prime a mobilitarsi Maria Pia Fanfani, grande madrina di innumerevoli iniziative umanitarie. 

  
  
Erano le 11.41 di mattina. L’epicentro del Terremoto, del grado 6,9 della scala Richter, era collocato a 40 chilometri a nord-est della città di Leninake, anche l'orario era quello migliore per le grandi stragi, sembrava un attentato di proporzioni bibliche, fattorie e scuole sono piene. La scossa principale fu lunghissima, durò circa un minuto, quattro minuti più tardi, un'altra solo in apparenza meno distruttrice che inferse il colpo di grazia agli edifici di magnitudo 5,8. In un raggio di 45 Km dall’epicentro, tutti gli edifici con più di due piani spariscono, seppellendo sotto le macerie chi si trova all’interno, la maggior parte della popolazione passò dalla vita alla morta all'istante, schiacciata da tonnellata di cemento, legno vetro, travolta da suppellettili e casa, che si rivelarono in pochi istanti non meno feroci delle scimitarre ottomane. L'emergenza umanitaria fu subito chiara, gli ospedali non riuscivano a fronteggiare le ondate di feriti, e 15.000 persone morirono di infezioni a causa delle insufficienti provviste di medicine. Le conseguenze del sisma furono quindi terribili quando il sisma stesso. Tutto giocò a sfavore della popolazione: il rigido inverno e la temperatura, l'ora di punta, le condizioni geomorfologiche, le strade ancora inadeguate ai soccorsi immediati, i fabbricati spesso inadeguati che travolsero e uccisero anche l'80 percento del personale sanitario. Chi poteva prestare soccorso? Alla fine le vittime accertate furono ben 28.854, anche se in questi conteggi ebbe ancora una forte influenza la censura sovietica e lo zelo al nascondismo dei funzionari. Attualmente stime più realistiche della comunità internazionale parlano di bene numeri superiori ai 50.000 morti. Per ricordare il terremo del 7 dicembre 1988, anche noto come Terremoto di Gymri, abbiamo scelto una poesia di Yeghishe Charents (Եղիշե Չարենց), ben nota a tutti coloro che amano l'Armenia e che più volte l'anno ormai si ritrovano a considerarne le tristi sorti. E' una poesia scritta nel (1920) che contiene in sé il dolore e la speranza e che riproponiamo tra le altre nella traduzione del prof. Mario Verdone, grande amico del popolo Armeno. 


 
 Della mia dolce Armenia...

 

Ես իմ անուշ Հայաստանի արևահամ բա՜ռն եմ սիրում,

Մեր հին սազի ողբանուագ, լացակումած լա՜րն եմ սիրում,
Արնանման ծաղիկների ու վարդերի բո՜յրը վառման,
Ու Նայիրեան աղջիկների հեզաճկուն պա՜րն եմ սիրում։
Սիրում եմ մեր երկինքը մուգ, ջրերը ջինջ, լի՜ճը լուսէ,
Արևն ամրան ու ձմեռուայ վիշապաձայն բու՜քը վսեմ,
Մթում կորած խրճիթների անհիւրընկալ պատե՜րը սև
Ու հնամեայ քաղաքների հազարամեայ քա՛րն եմ սիրում։
Ուր է՛լ լինեմ - չե՛մ մոռանայ ես ողբաձայն երգերը մեր,
Չե՜մ մոռանայ աղօթք դարձած երկաթագիր գրքերը մեր,
Ինչքան էլ սո՜ւր սիրտս խոցեն արիւնաքամ վէրքերը մեր -
Էլի՛ ես որբ ու արնավառ իմ Հայաստան - եա՛րն եմ սիրում։
Իմ կարօտած սրտի համար ո՛չ մի ուրիշ հէքեաթ չկայ․
Նարեկացու, Քուչակի պէս լուսապսակ ճակատ չկայ․
Աշխա՛րհ անցի՛ր, Արարատի նման ճերմակ գագա՜թ չկայ․
Ինչպէս անհաս փառքի ճամբայ՝ ես իմ Մասիս սա՛րն եմ սիրում։
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trad. Mario Verdone 

Della mia dolce Armenia
amo la lingua che ha il sapore del sole,
la tragica voce e i lamenti dei bardi,
amo i fiori color del sangue,
l’intenso profumo delle rose
e le danze gentili delle figlie del Nairi.

Amo il cielo blu profondo,
le acque limpide e il lago luminoso,
il caldo sole d’estate e i gelidi venti d’inverno
che soffiano con voce di drago,
i muri tristi e neri delle capanne sperdute nel buio
e le pietre millenarie delle antiche città.

Ovunque vada non dimenticherò
le nostre canzoni che hanno voce di dolore
e i libri di pergamena pieni di preghiere e di pianti.
Malgrado le piaghe
che feriscono il mio cuore addolorato
la mia Armenia diletta, insanguinata, io canto.

Per il mio cuore ebbro d’amore
non c’è leggenda più fulgida,
non vi sono fonti più pure
di quelle dei nostri antichi cantori.

Va per il mondo: non c’è vetta bianca
come quella dell’Ararat.

Come strada di gloria irraggiungibile, io l’amo.