Yeghia Demirjibashian (1851-1908). Il grande e geniale "folle" talento armeno. Traduzione di Tamar Badalyan
Anche la letteratura armena ha i suoi geni semifolli o del tutto folli, tra i quali la figura più nitida, incarnazione della gloria e della tragedia del folle di grande talento, è Yeghia Demirjibashian.
110 anni fa, ieri 19 luglio, si allontanava dal nostro mondo attraverso il suicidio questa ricca fusione di prosatore e poeta, pedagogo ed editore, artista e filosofo, che ha reso il nome di Yeghia Demirjibashian un simbolo di esperienze, immagini e pensieri profondissimi — scritti con straordinaria bellezza ed arte —, spesso difficili da percepire e comprendere, capaci di turbare il cuore e la mente.
Il grande Oshagan, con la sua nota spietatezza, pur spogliando la "fiaba" di Yeghia T. dai suoi ornamenti leggendari e dai suoi valori, non potè a sua volta scrollarsi di dosso del tutto il fascino magnetico del talento di Yeghia Demirjibashian. Sebbene abbia scritto: "Ho detto da qualche parte che la letteratura armena occidentale ha due mezza-folli e un autentico sciocco. È una sfortuna che io sia costretto a usare quest'ultima definizione per dare un'idea completa di un uomo che ha rivelato nell'arte un temperamento eccezionale, considerato il dono dei più grandi artisti di tutti i tempi. Il dolore è che quel temperamento non è riuscito, attraverso un mondo degno della sua qualità, a imporsi per sempre alla nostra ammirazione e al nostro rispetto..." ciononostante, H. Oshagan ha anche confessato che "fin dall'inizio la piazza richiedeva un'antologia di Yeghia. Un volume così composto avrebbe raccolto in sé forse le pagine più liriche che siano mai state scritte nella letteratura armena occidentale. C'era un poeta così vero dietro questo folle! È proprio lì che ci sarebbe stata data la felicità di leggere pagine di un'armonia ineguagliabile, dove confondi l'esperienza e il sogno, la realtà e il capriccio, il cuore e la mente, la materia e lo spirito, in una miscela stranamente pacifica e commovente, alla quale sarebbe stato risparmiato il tormento di una crudele erudizione filosofica e del leggero sofisma letterario".
Questo "genio folle" della letteratura armena non ha ancora ottenuto quell'antologia. E le nostre generazioni, pur riservando a Yeghia Demirjibashian un posto speciale nei propri ricordi e nel proprio mondo interiore fin dai banchi di scuola, nell'estenuante frenesia della nostra vita iper-materialista riescono a stento a trovare il fiato e il tempo per godere dell'universo affascinante di questo vero poeta.
Yeghia era nato nel quartiere Has Keuy di Costantinopoli l'8 maggio 1851. Ricevette l'istruzione primaria presso la scuola del reverendo Ohannes, poi nel collegio Nersesian di Has Keuy — considerato uno dei migliori dell'epoca —, dove fu allievo di Tovmas Terzian e Matatia Karakashian, dai quali assimilò una mirabile conoscenza del Grabar (armeno classico). Durante gli anni scolastici sedette accanto a Minas Cheraz, di cui rimase compagno di idee politico-nazionali fino alla fine. Ebbe come intimo compagno di classe anche il futuro grande pedagogo Retheos Berberian.
Secondo le medesime fonti enciclopediche, la prima grande svolta nella vita di Yeghia Demirjibashian si registrò nel 1866, quando fu ammesso al neonato collegio Shahnazarian di Has Keuy, fondato da Nubar Pasha, che diede un grande contributo alla formazione delle generazioni nella realtà armena di fine '800. Parallelamente agli studi, il giovane Yeghia prestò servizio anche come assistente insegnante nelle classi inferiori. Era un fervido lettore.
Nel 1870 Demirjibashian era membro dell'Ufficio della Stampa (Censura) della Sublime Porta dell'Impero Ottomano; lì leggeva tutta la stampa che vi veniva inviata. Non resistette a lungo in quella carica. In seguito assunse il ruolo di segretario del consiglio amministrativo del Ministero dei Lavori Pubblici, da cui parimenti si dimise presto. Questi incarichi statali e burocratici rimasero sempre aperti per Yeghia Demirjibashian, che padroneggiava molto bene l'ottomano e il francese, e possedeva un'ampia cultura generale.
Nel 1874 si innamorò di una signorina che, tuttavia, preferì sposare un ricco funzionario. Preso dalla disperazione, Yeghia fece il suo primo tentativo di suicidio gettandosi in mare. Tuttavia, non sopportando il freddo dell'acqua, tornò a riva...
Nello stesso anno partì per la Francia per studiare presso la Scuola Superiore di Commercio di Marsiglia, ma invece iniziò a pubblicare alcuni numeri del settimanale "Le Littéraire et Financier de Marseille", con l'aspirazione di presentare e far conoscere l'armenità all'Occidente. In questo periodo si dedicò anche allo studio della filosofia, aderendo alla corrente dei filosofi positivisti, in particolare ad Émile Littré. Allo stesso modo conobbe da vicino eminenti scrittori e figure pubbliche francesi, diventando in particolare un frequentatore di Victor Hugo.
Nel 1876 tornò a Costantinopoli. Diventò membro dell'Ufficio Traduzioni del Ministero dell'Istruzione. Partecipò anche alla lotta per l'uso libero dell'armeno moderno (Ashkharhabar), ma trovò la stampa conservatrice chiusa nei suoi confronti. Non trovando spazio sulle pagine dei giornali, iniziò a pubblicare opuscoli. Il primo fu "Dambaran" (Il Sepolcro, 1879). Nel 1880 il giornale "Masis" invitò Yeghia a collaborare.
Nonostante la sua decisione di stare lontano dalle attività pubbliche, fu eletto membro del consiglio parrocchiale del quartiere Beşiktaş, e nel 1880 fu eletto deputato nazionale per i quartieri uniti di Stenia-Noraghugh.
Ma le condizioni di salute di Demirjibashian erano disperate. Cercava di sopravvivere con gli esigui compensi ricevuti dai giornali.
Le sue condizioni di sostentamento migliorarono in parte quando ricevette inviti a tenere lezioni: fu nominato direttore nelle scuole di Pera e docente di filosofia al Collegio Armeno.
Nel 1882 ricevette inviti a tenere discorsi in tutte le cerimonie di fine anno scolastico. Aveva ormai conquistato la fama di intellettuale di altissimo valore del suo tempo.
Dal gennaio 1883 fino al 1889 pubblicò la rivista "Grakank ev Imastasirakan Sharzhum"(Movimento Letterario e Filosofico), i cui contenuti scriveva lui stesso, ad eccezione delle traduzioni che eseguiva. Nel 1884, su proposta di Krikor Zohrab, a Yeghia fu affidata la rivista letteraria e scientifica "Yerkragunt" (Il Globo), organo ufficiale della Società Asiatica. Anche qui pubblicò i suoi scritti specialistici relativi a vari settori. Dal 1886 al 1887, per alcuni mesi, Demirjibashian curò anche la rivista "Tntes" (L'Economista) dell'Unione Economica Orientale, e nel 1889 pubblicò la sua rivista intitolata "Dar" (Il Secolo, un solo numero). Yeghia non solo redigeva, ma correggeva anche più volte le bozze dei testi delle suddette riviste. In particolare, tutto il lavoro del giornale "Sharzhum" era concentrato su di lui: non era solo editore e autore, ma anche gestore, facchino e distributore. In quel periodo Demirjibashian lavorò anche alla compilazione di un dizionario francese-armeno, che fu pubblicato più volte (nel 1886, nel 1894, nel 1896 e, postumo, nel 1930).
Il 31 luglio 1890 perse la madre e rimase completamente solo. Anni prima aveva già perso il padre. Fino al 1893 Demirjibashian continuò a insegnare filosofia, storia della filosofia, filosofia della storia, storia delle letterature antiche e moderne, pedagogia, estetica e psicologia.
I biografi sottolineano che il 1893 fu un anno di crisi nella vita di Yeghia. Smise temporaneamente di scrivere. E nel maggio dello stesso anno, in occasione del suo compleanno, fece un secondo tentativo fallito di suicidio. Questa volta fu salvato dal barcaiolo Beto, fratello del noto scrittore Suren Parthevian. Nell'autunno del 1893 Demirjibashian si trasferì nella loro casa di proprietà a Has Keuy e ricominciò a scrivere, pubblicando specialmente sulle pagine della rivista "Tzaghigh".
Nell'inverno del 1895 a Pera conobbe l'ungherese Elen Nissen, che divenne la compagna della sua vita successiva. Dopo aver vissuto per due anni nella casa della donna ungherese, Demirjibashian partì per Ginevra, e poi per Vienna. Sebbene il viaggio non abbia giovato alla sua guarigione, Yeghia ricominciò ad apparire sulla stampa. A rompere il suo silenzio durato quattro anni arrivò "Mer Posfore" (Il nostro Bosforo), apparso sulle pagine del giornale "Byuzandion".
Nel 1901 la malattia peggiorò rapidamente. Yeghia fu trasferito all'Ospedale Nazionale, dove rimase per circa un anno. Elen Nissen si prendeva cura di lui con la massima dedizione. Dopo il suo ritorno a casa dall'ospedale rimase sempre allettato. E il 19 luglio 1908, durante una breve assenza di Elen Nissen, radunando le sue ultime forze, Yeghia Demirjibashian pose fine alla sua vita suicidandosi.
Questa pagina commemorativa dedicata al 109° anniversario della morte del grande genio folle della letteratura armena merita di essere chiusa con il seguente encomio, dedicato alla lingua armena e scritto nello stile singolare tipico di Demirjibashian:
"Quale nazione possiede quella lingua, in quale lingua il pensiero può vagare così liberamente, l'anima volare così liberamente come nella lingua armena; quel tratto spezzato ma brillante come la folgore color dell'alba che la lingua può figurare; qual è la lingua le cui frasi possono a tratti allungarsi quanto un fiume, frasi che come rari fiumi hanno un inizio e una fine, che sgorgano dalle alture e attraverso variopinti campi profumati avanzano travolgendo diamanti o rotolando rocce con ruggiti e contorsioni, e che talvolta giungono lì, nelle profondità abissali dell'oceano?"





