"Il Sogno Crocifisso" di Hrand Nazariantz traduzione Tamar Badalyan commento Carlo Coppola
Ամօթին պէս խոշտանգըւա՜ծ Կուսութեան,
Դաշնահա՜ր սիրոյ պէս,
Խաչուած Երազ, քու վախճանիդ գերագոյն
Գուցէ հասար վերջապէս:
Տիեզերքի մեծ համերգին կապուեցար
Հիմա երգըդ որ խեղճ վիզըդ գալարե՛ց.
Ցնորածին դղեակին մէջ Վայելքիդ
Մահը իջաւ ոսկի ճրագըդ մարեց...
Ներդաշնակւոր Գեղեցկութիւնդ անօգուտ
Լացող ժպիտդ խորտակեց,
Ու իտէալիդ վերայ պառկած սև տժգոյն
Մարմնիդ մահը լուսնի՜ն լացաւ տրտմահեծ...
Քեզ սպաննո՛ղ Անհունին՝
Ջութակըդ լոյս դագաղն եղաւ թևաւո՜ր,
Ու հրաժեշտիդ գիշերին մէջը խորին՝
Աստղերն իջան դիմաւո՜ր...
Come il pudore di una Verginità martoriata,
Come un amore ferito dall'armonia,
Sogno Crocifisso, alla suprema tua fine
Forse sei giunto alfine.
Ti sei legato al grande concerto dell'Universo
Ora che il tuo canto ti ha attorto il povero collo;
Nel castello chimerico del tuo Diletto
La morte è discesa e ha spento la tua lucerna d'oro...
La tua armonica Bellezza, vana,
Ha frantumato il tuo sorriso in lacrime,
E stesa sul tuo ideale, la morte del tuo corpo
Nero e pallido ha pianto alla luna, angosciata...
Per l'Infinito che ti uccide,
Il tuo violino è diventato una bara di luce alata,
E nella notte profonda del tuo addio
Le stelle sono discese a venirti incontro...
Nelle pagine della lirica armena d’occidente del primo Novecento — contesto fecondo e doloroso in cui si intrecciano le istanze del Simbolismo europeo e le ansie escatologiche di un popolo alla vigilia della catastrofe — la figura di Hrant Nazariantz si erge come un faro di straordinaria tensione formale e spirituale. Il componimento qui presentato rappresenta uno dei vertici più intimi e complessi della sensibilità poetica dell'autore.
L'epigrafe latina collocata al di sopra del titolo, “Amori e dolori sacrum” («Consacrato all'amore e al dolore»), non costituisce un semplice orpello dotto o un mero motto estetizzante, ma rappresenta la vera e propria chiave ermeneutica dell'intero componimento. Vi è una corrispondenza simmetrica e profonda tra questa formula concisa e lo sviluppo tematico dei versi:
Il polo dell'Amor: Si riflette nella tensione ideale del virtuoso, nell'«armonica Bellezza», nel «castello chimerico del Diletto» e in quel «sorriso» che incarna la vocazione pura dell'artista verso l'assoluto estatico e musicale.
Il polo del Dolor: Irrompe drammaticamente nella carne e nello spirito attraverso il martirio: la «Verginità martoriata», il canto che attorce il collo, la lucerna d'oro spenta dalla morte e il corpo «nero e pallido» steso sul proprio ideale.
L'aggettivo/sostantivo sacrum sancisce la sintesi tragica di questa polarità: è la sacralizzazione del soffrire umano e artistico. Attraverso la sofferenza, l'amore per il bello trascende la dimensione terrena per farsi sacrificale. Nazariantz eleva il connubio tra Amore e Dolore a mistero liturgico, dove la morte non è annientamento sterile, ma supremo atto di consacrazione del poeta-musicista all'Assoluto.
La dedicatoria chiarifica la matrice d'ispirazione: «In memoria del violinista D. Davitian» (Ջութակահար Դ. Դավթեանի յիշատակին). La figura del musicista viene sottratta all'effimero e proiettata nel mito dell'artista tragico. La scomparsa prematura di Davitian non è per Nazariantz un mero fatto cronachistico, bensì un dramma cosmico. Il violino del virtuoso cessa di essere strumento di legno per farsi «bara di luce alata» (լոյս դագաղն եղաւ թևաւո՜ր), capace di ricongiungere l'anima dell'artista al «grande concerto dell'Universo». Vi è qui un'eco profonda della concezione orfica dell'arte: la morte dell'esecutore spegne la lampada terrena, ma spalanca le porte all'abbraccio tra il finito e le stelle che scendono a fargli corteo.
Sotto il profilo strettamente filologico ed ermeneutico, questo testo riveste un valore fondativo nel corpus nazariantziano. Se all'interno di questo specifico foglio la poesia porta il titolo declinato al singolare — «IL SOGNO CROCIFISSO» (ԽԱՉՈՒԱԾ ԵՐԱԶԸ, Khatchvadz Eraz) —, occorre evidenziare come la forza metaforica di questo perno concettuale abbia successivamente valicato i confini della singola lirica.
Nazariantz, infatti, universalizza il dramma del singolo (il virtuoso spezzato nella giovinezza) elevandolo a condizione esistenziale e storica collettiva: l'intera silloge poetica assumerà il titolo declinato irriducibilmente al plurale, “I Sogni Crocifissi” (Խաչուած երազներ, Khatchvadz Erazner). Questa scelta non è affatto casuale né meramente formale. Il passaggio dal singolare (il sogno) al plurale (i sogni) segnala la consapevolezza che il martirio dell'arte e della bellezza, rappresentato da Davitian, non è isolato, ma si moltiplica nei mille sogni infranti di un'intera nazione e dell'umanità tutta. Il Sogno Crocifisso individuale diventa così il manifesto araldico e l'emblema polifonico dell'intera opera nazariantziana, in cui l'ideale — ferito e pianto alla luna — trova riscatto soltanto nella memoria imperitura del verso.





