Il 28 luglio 1943: Memorie di una strage (vs i cialtroni e i ciarlieri) di Carlo Coppola


Mi sono a lungo occupato della Strage di via Nicolò dell'Arca del 28 luglio 1943 a Bari, e alla fine ne ho scritto anche una drammaturgia ispirata a Sofocle "Dramma per Oligarchia e spettatore solo" (titolo depositato), me lo riconosceva anche la giornalista Antonella Gaeta dalle pagine di Repubblica Bari.
Sono stato in piazza quando eravamo in pochi. Quando tra i pochi c'era Vito Leccese, con qualche capello in più. Quando c'erano i vecchietti, e qualcuno raccontava la vera morte di Mussolini e della Petacci, ben diversa da come la racconta la vulgata. C'era un vecchio partigiano di origine salentina Lamanna e un altro di Capitanata, Schiavone. L'anagrafe è stata più veloce delle mie interviste scritte.
Molti miei ex colleghi della facoltà di lettere, che negli anni si sono proclamate neo-partigiani, dando a me del neo-fascista sghignazzavano quando iniziavano a parlare i veri partigiani — quelli della lotta della Resistenza, non quelli della macchina da scrivere e del terrorismo degli anni '70.
Ho pianto per Fausto, con suo fratello; per Graziano, con la signora Franca e la carissima signora Teta, insieme ai loro nipoti. 
Su segnalazione ho cercato di indagare sui "leader anomali" di quella mattina, sui conti che non tornavano, sul perché qualcuno saliva e scendeva dalla federazione e per dire cosa o magari per indicare chi colpire. 
Ho visto i biglietti originali scritti in punto di morte dai ragazzi, schizzati di sangue sul bordo e ripuliti dalle lacrime delle madri, conservati nei quadretti. 
Tutti inneggiavano alla "Libertà" e al "Futuro" come rinnovamento: nessuno al partito, o alle ideologie di parte, perché ciascuno aveva un'idea diversa, nessuna perfettamente incasellabile. Il paradosso di oggi: qualcuno di quei giovani non era di sinistra, qualcuno sarebbe stato un leader di una destra gaullista se ne fosse stata consentita una in Italia.
Anni dopo, con un clima politico dispettoso e violento da parte di chi si proclama difensore della "Libertà" — non quella di cui sopra, ma quella esattamente opposta, che difende il potere, i principi e non i principii — sono stato scaraventato malamente via dalla manifestazione del 28 luglio da un vigile urbano  alquanto inurbano benché in alta uniforme  in tempo di Covid. Non perché non avessi la mascherina in pubblico, con 32 gradi all'ombra, ma perché la mia mascherina era leggermente storta: avrei potuto contaminare i presenti, papaveri oggi, di cui alcuni erano senza mascherina. Ci sono le immagini della Rai a poterlo dimostrare!
Passiamo ai fatti: in via Nicolò dell'Arca, quel 28 luglio 1943, non c'erano bandiere di parte: c'era un'unica grande bandiera, quella della "Libertà" e della "Speranza", dopo la destituzione di un leader. Un cosiddetto "facinoroso e pazzo" con la pistola — come i pazzi di oggi col coltello che a cui appare il Profeta o qualche loro leader più umano e meno profetico — molto ben inserito nelle posizioni badogliane, diede il segnale, si chiamava C.D. La pianificazione della strage non riguardava solo i morti, ma anche il dopo: i feriti sarebbero dovuti passare sotto corte marziale, e così sarebbe andata a finire se non fosse stato per un certo vice procuratore militare che derubricò l'intera vicenda aveva un nome e un cognome M.A. Da alcuni anni, il 28 luglio è diventato l'ennesima occasione di propaganda di parte. Su queste posizioni mi resero edotto alcuni diretti testimoni. 
Ogni giorno, quando si passa davanti al monumento di via Nicolò dall'Arca si vedono gruppi di senza fissa dimora. La lapide con i nomi dei caduti è stata distrutta varie volte negli ultimi 10 anni non per ideologie politiche avverse, ma per vandalismo e schiaffo all'identità cittadina da parte degli spacciatori,  Le autorità cittadine hanno sempre consentito che ciò continuasse perché quella parte della popolazione è il biglietto da visita delle loro demenziali oltraggiose politiche di sussistenza. e zozzoni di varia nazionalità italiani e stranieri bianchi, neri, e di tutti gli altri colori, che defecano e pisciano allegramente, sputano come d'abitudine domestica delle loro luride patrie, picchiano donne, copulano en plain air.