"ՕՐԵՐ - Orer" di Arthur Meschian traduzione di Tamar Badalyan e commento di Carlo Coppola




Կավի նման, ափերի մեջ,
Ինձ ճմռում է բեմը այս հսկա:
Ձայնը կախվեց առաստաղից,
Արձագանքի համար այլևս սիրտ չկա:
Եվ վարագույրը ապակյա դանդաղ իջավ,
Սեղմվեց բեմի եզրին,
Եվ երգը` գոլորշու նման,
Հպվեց նրան, դարձավ կաթիլ:

Օրերը լուռ, օրերը ցուրտ,
Օրերը լերկ, օրերը անիմաստ,
Օրերը նեղ, օրերը խենթ,
Օրեր անշարժ, կամ էլ վազքից հոգնած:
Օրեր հարբած, օրեր տարված,
Օրեր կարոտ, օրեր օտարացած,
Օրեր լարված աղեղի պես,
Օրեր աղոթք, կամ անեծքի տրված: 
Հազար-հազար դեմքերի մեջ 
Տեսնում եմ քո աչքերը ես միայն: 
Ինչո՞ւ է բեմը լուսավոր, 
Իսկ դահլիճի շարքերը՝ աննշմար:

Մի տող, մի տուն, մի երգ` ոչինչ
Սիրո մասին երբեք ես չեմ գրել,
Որովհետև խենթի նման
Իրականում եմ միշտ սիրել:
 
Իբրև երազ, իբրև կարոտ,
Իբրև հրաշք կապույտ երկինք,
Դու մարդկային ոգու տաղանդ,
Դու չես ժպտում ամեն մեկին:

Հազար երգերի մեջ տանջված, 
Գրքերի մեջ ճզմված թիթեռ, 
Երեք տառից է բաղկացած 
Հրաշքը՝ որ կոչվում է սեր: 

Նա է, որ չի ներում կեղծիք, 
Չի ենթարկվում ժամանակին 
Եվ շուրթերի վրա դողում 
Աղոթքի պես աստվածային:

Լույսն է սիրո քեզ ուղեկցում, 
Ամեն վարկյան ռազմի դաշտում: 
Սերն է, որ մեզ գուցե փրկի 
Կամ էլ կորցնի անապատում: 
Սերն է միակ տերն ու արքան, 
Մնացածը` ունայնություն: 
Նա է իմաստը այս կյանքի, 
Որ մեկ անգամ է շնորհվում: 

Օրերը նենգ, օրերը բութ, 
Օրերը ստոր և անիծված, 
Եվ սառույցե այս ամրոցում, 
Նրա կրակը չի մարած: 

Օրեր կորուստ, օրեր նվեր, 
Օրեր աղոթք, օրեր առանց «Հայր մեր», 
Օրեր հրաշք, օրեր պարապ, 
Օրեր՝ երկար-երկար սատկած ձմեռ: 
Օրեր նոր երգ, օրեր ոչինչ, 
Օրեր ընկեր, օրեր նոր թշնամի, 
Օրեր կնունք, օրեր ծնունդ, 
Ի՞նչպես ջնջեմ օրերը կորուստի: 

Կավի նման, ափերի մեջ, 
Ինձ ճմռում է բեմը այս հսկա: 
Ձայնը կախվեց առաստաղից, 
Արձագանքի համար այլևս սիրտ չկա: 

Օրերը նենգ, օրերը ստոր, 
Օրեր վերելք, օրեր դավաճանած, 
Օրեր հազար տագնապների, 
Սակայն՝ երբեք-երբեք ծնկի չեկած:



traduzione in lingua italiana di Tamar Badalyan

Come argilla tra i palmi delle mani, questo enorme palcoscenico mi plasma e mi stringe.
La voce è rimasta sospesa al soffitto, non c'è più cuore per far risuonare l'eco.
E il sipario di vetro è sceso lentamente, si è premuto contro il bordo del palco, e la canzone, come vapore, lo ha toccato, trasformandosi in goccia.
Giorni silenziosi, giorni freddi, giorni spogli, giorni senza senso, giorni stretti, giorni folli, giorni immobili, oppure stanchi della corsa.
Giorni ubriachi, giorni rapiti, giorni di nostalgia, giorni estraniati, giorni tesi come un arco, giorni di preghiera, o abbandonati alla maledizione.
Tra migliaia e migliaia di volti io vedo soltanto i tuoi occhi. 
Perché il palco è così luminoso, e le file della platea sono invisibili?
Un verso, una strofa, una canzone: nulla ho mai scritto sull'amore, perché come un folle ho sempre amato nella realtà.
Come un sogno, come nostalgia, come un miracolo nel cielo blu, tu, talento dello spirito umano, non sorridi a chiunque.
Tormentato tra mille canzoni, farfalla schiacciata tra le pagine dei libri, di tre sole lettere è composto il miracolo che si chiama amore.
È lui che non perdona la falsità, non si sottomette al tempo, e sulle labbra trema come una preghiera divina.
La luce dell'amore ti accompagna in ogni istante sul campo di battaglia. 
È l'amore che forse ci salverà o ci perderà nel deserto. 
L'amore è il solo signore e re, tutto il resto è vanità. 
È esso il senso di questa vita che viene concessa una volta sola.
Giorni infidi, giorni ottusi, giorni abietti e maledetti, e in questo castello di ghiaccio il suo fuoco non si è spento.
Giorni di perdita, giorni in dono, giorni di preghiera, giorni senza "Padre Nostro", giorni di meraviglia, giorni vuoti, giorni come un lungo, lunghissimo inverno morto. 
Giorni di una nuova canzone, giorni di nulla, giorni d'amici, giorni di nuovi nemici, giorni di battesimo, giorni di nascita: come posso cancellare i giorni della perdita?
Come argilla tra le palme delle mani, questo enorme palcoscenico mi plasma e mi stringe. 
La voce è rimasta sospesa al soffitto, non c'è più cuore per far risuonare l'eco.
Giorni infidi, giorni abietti, giorni di ascesa, giorni di tradimenti, giorni di mille angosce, eppure... mai, mai caduti in ginocchio.

Commento di Carlo Coppola

Il palcoscenico non applaude: modella. Arthur Meschian lo sa, e nel testo che lo ha reso caro al pubblico armeno lo dice senza travestimenti, come chi ha smesso di recitare da un pezzo. L'artista è argilla, il teatro la mano che preme; davanti, una sala nera che non restituisce nulla, nemmeno l'eco della sua voce.
Chi è l'uomo che canta così? Cantautore, poeta, architetto, fondatore negli anni Sessanta degli Arakyalner, gli «Apostoli», Meschian è una figura che la cultura armena del secondo Novecento porta ancora sulle spalle. La sua lingua è ruvida, profetica, sorda alle lusinghe dell'oratoria; ha dentro la Bibbia e ha dentro il dolore civile di un popolo. Non stupisce che il suo lirismo abbia la solidità di una costruzione: ogni verso è messo in opera, non ornato.
La struttura è circolare. Al centro, come un martello, batte una sola parola: Օրերը, «i giorni». Giorni freddi, folli, ubriachi, di preghiera, di maledizione: una litania laica in cui il tempo e la storia passano senza chiedere permesso. E in mezzo a quel fiume, tre lettere soltanto: սեր, l'amore. Non un sentimento da salotto, ma un principio cosmico, una follia vera, intransigente, che non tollera la menzogna e non si inchina all'orologio.
Poi il cerchio si chiude. Tornano i versi del palcoscenico, identici e diversi, perché nel frattempo qualcosa è accaduto. Un uomo ha attraversato mille angosce e mille tradimenti, e alla fine resta in piedi. Rifiuta di cadere in ginocchio. È tutta qui la dignità morale che Meschian consegna al suo pubblico.