"ԴԱՐԲԻՆԻՆ ԵՐԳԸ - Il Canto del Fabbro" di Hrand Nazariantz traduzione di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
Սալին վրայ կրակ կտրած,
Կը լսէ՞ք երգը մեր մուրճին,
Որ կը բախի ուժգնագնաց
Լուռ սահանքին մէջ քրտինքին:
Ու մահազօր իր խուլ կանչին
Մէջ տանջալից, բեռատարած,
Կը լսէ՞ք մեր սէգ հոգիին
Աղաղակը բազմահարած:
Ու ստորաշէկ մեր հնոցին
Ծուխին մէջէն աշտարակուած,
Կը լսէ՞ք մեզ ճնշող Ձեռքին
Ճարճատումը ձեւաձերուած:
Ու կը նայ՞իք սա՛ շէկ բոցին
Որ դարբնոցին մէջ մշտակայծ
Վրէժխնդիր մեր նայուածքին
Տաք արիւնովն է բորբոքած:
Ու երկաթէ մեր բազուկին
Եղեռնաբանդ ամէն հարուած
Պիտի փշրէ Ոսկի Հորթին
Պատուանդանը արիւնալուաց:
Fatto fuoco sull'incudine, udite il canto del nostro martello,
che percuote con impeto crescente nel silenzioso scorrere del sudore.
E nel suo sordo richiamo di tremenda morte,
doloroso, carico d’affanno, udite dell'anima nostra altera
il grido mille volte percosso.
E della nostra fucina arsa dal basso,
attraverso il fumo eretto a torre, udite della Mano
che ci opprime lo scoppiettare sfigurato.
E guardate questa fiamma fulva che nella fucina,
mai spenta, dallo sguardo nostro vendicativo si è accesa di sangue caldo.
E del nostro braccio di ferro
ogni colpo avvinto al massacro
infrangerà del Vitello d’Oro il basamento lavato col sangue!
Commento critico di Carlo Coppola
In un passaggio cruciale del ciclo poetico dedicato alle figure del lavoro e della riscossa sociale e civile, Il Canto del Fabbro (ԴԱՐԲԻՆԻՆ ԵՐԳԸ) si impone come un’opera di titanismo romantico e di vigorosa protesta antebellica. La lirica trasfigura il lavoro dell'officina in una fucina ideale ed ideologica, dove l’incudine e il martello travalicano la pura dimensione materiale per farsi estensioni simboliche della resistenza opposta all'arbitrio e della forgia del destino di un popolo oppresso. L'architettura metrica, articolata in cinque quartine a rima alternata secondo gli usi della poesia armena occidentale dell'epoca, è sostenuta da un ritmo vulcanico e incalzante. L’uso degli interrogativi retorici intonati a inizio strofa («Udite?», «E guardate?») agisce da evocazione corale che imita il battito cadenzato e metallico del ferro battuto. Sul piano semantico, il testo è pervaso dalla tensione tra gli elementi primordiali: la fucina, arsa e avvolta da torri di fumo, riflette visivamente sia la fatica dell'officina sia il clima di violenze sofferte dalle comunità armene dell'Impero Ottomano negli ultimi decenni dell'Ottocento, mentre il sudore e la sofferenza celebrano la dignità di una servitù non domata. Dal punto di vista filologico e storicistico, l'impiego del composto neologico «Եղեռնաբանդ» (yegheṛnaband) attinge alla radice Yeghern nel suo significato pre-genocidario e ante-1912 di «immane sciagura», «calamità» o «eccidio», con chiaro riferimento ai massacri amidiani del 1894-1896 e alla strage di Adana del 1909. L’atto di battere il metallo non è dunque una reazione cieca, ma un gesto avvinto e consacrato dalla memoria delle violenze subite. Nel climax finale, l’esegesi rivela un’antitesi simbolica di netta matrice biblica e sociale: il "Vitello d’Oro" incarna il potere tirannico e lo sfruttamento oppressivo, insediato su un basamento intriso del sangue dei deboli. A questo idolo si contrappone il "braccio di ferro" del popolo-lavoratore. L'opera riafferma che la rigenerazione collettiva non scaturisce dalla rassegnazione, bensì dalla redenzione attraverso il fuoco della lotta e la fiamma della giustizia riaffermata.




