"Pro Armenia" di Edoardo Giacomo Boner trad. inglese di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
PRO ARMENIA
Essi muoion guardando all'Oriente,
Ai natii gioghi ove posò un di l'Area,
Se almen brilli a le luci semispente
Il Patriarca.
Muoion pensando: - a fede nazarena
Tristo chi patria e libertà credea!
Reca pe 'l mondo, esule prole armena,
L'onta europea!
O pie matrone, o placidi vegliardi,
Rosei fanciulli, occhicerulei putti,
Vergini bionde, giovani gagliardi,
Martiri tutti!
E volto al Lido il buon Mechitarista
Del patrio genio attestator fra noi,
Perdona forse in cor, ma dice in vista:
- Onta su voi!
Ahi, già vergogno io 'europeo mio sangue,
Parmi un oltraggio il nome or di Latino,
E tu mi dai ragion, fantasma esangue
Di Bragadino!
A me un'affrica selva or dia ricetto
- Se i Negri omai non han de' Bianchi orrore,
Poi che troppa qui luce d'intelletto
Abbuia il core.
Commento di Carlo Copola
Il componimento Pro Armenia del messinese Edoardo Giacomo Boner si colloca a pieno titolo in quel vasto e appassionato filone dell'armenofilia italiana di fine Ottocento. È una pagina poetica di intensa testimonianza civile, che merita riscoperta tanto per il suo rigore storico quanto per il suo forte valore etico e umanitario. I versi di Boner danno voce al dramma del popolo armeno negli anni dei massacri hamidiani (1894-1896), preludio della grande tragedia del Genocidio del 1915. Il riferimento ai «natii gioghi ove posò un dì l'Arca» e al «Patriarca» — il venerabile Catholicos Mkrtich Khrimian, detto Hayrik — riannoda ancora una volta la causa armena al simbolo sacro dell'Ararat, identità e rifugio della nazione. La poesia tratteggia inoltre un'ecatombe che colpisce indiscriminatamente l'intera comunità, dai «placidi vegliardi» alle «vergini bionde» fino ai «rosei fanciulli»: è l'istantanea di un martirio collettivo, consumato nel nome della fede nazarena e dell'anelito di libertà. Uno degli elementi di maggior rilievo del componimento è il richiamo al monachesimo mechitarista, custode di una memoria storica condivisa tra Italia e Armenia. Volgendo lo sguardo al Lido di Venezia — l'isola di San Lazzaro degli Armeni — il poeta evoca i monaci discepoli di Mechitar di Sebaste, custodi operosi del genio e della cultura di questo popolo sul suolo italiano. Boner chiama inoltre in causa la figura di Marcantonio Bragadin, il martire veneziano di Famagosta: il suo sacrificio diventa monito morale che smaschera l'ipocrisia della diplomazia del tempo, al punto che il poeta arriva a vergognarsi della propria appartenenza a un'Europa cinica e immobile di fronte al massacro, preferendo il rifugio nelle selve piuttosto che condividere la macchia della «vergogna europea». In Pro Armenia, Boner non compone un semplice lamento: trasforma il verso in un'arringa etica, riaffermando quel ponte indissolubile di solidarietà e affetto che da secoli unisce la cultura italiana a quella armena.





