"Կը մեռնի յուշն... Morrà il ricordo..." poesia di Hrand Nazariantz nella traduzione di Tamar Badalyan




Կը մեռնի յուշն...
Ո՛վ քաղցըր քոյր, ծոցն աւազին, աւա՜ղ, ո՛չ մեկ յուր կ'ապր...
Նոյնիսկ հոգույդ հրեշտակային լոյս կուսութիւնը անմահ,
Մի՛ սպառեր մաքուր գանձերն ու արւնըդ բոցավառ,
Մահկանսցու Անցորդներու յութերդանքին մեջ անգութ ...
ԱստուածաՇունչ արշալոյսին տակ ճակտիդ ...
Մեկուսացո՛ւր հեշտանքը խոր գեղեցկութե սնդ մենաուր,
Ու լռութեան սրբազան սե՛ր ճպոտին տակ դար: սձայն
Ճաճանչեղ միտ, խաւարներուն մեջ ճաճանչէ՛ յաւիտեան.
Ուրախութեան, անմահութեան ու փառքի լոյս համերգով.

traduzione 

Muore il ricordo...
O dolce sorella, nel grembo della sabbia, ahimè, nessuna speranza vive...
Neppure l'immortale luce di purità del tuo spirito angelico.
Non consumare i tuoi tesori puri e il tuo sangue fiammeggiante
Nello strazio ingiusto dei passanti mortali...
Sotto l'aurora d'ispirazione divina del tuo volto...
Isola la profonda estasi della tua solitaria bellezza,
E sotto il sacro velo del silenzio risuona muta.
O mente radiosa, brilla per sempre tra le tenebre,
Con un luminoso concerto di gioia, d'immortalità e di gloria.

Commento Critico

La lirica si incardina perfettamente nella parabola del Simbolismo armeno di primo Novecento, trovando in Hrand Nazariantz uno dei suoi esponenti più lirici e orientati a una trascendenza d'impronta quasi gnostica.
L'incipit «Կը մեռնի՛ յուշն...» (Muore il ricordo...) stabilisce l'atmosfera di vanitas e disgregazione temporale. Il «grembo della sabbia» (ծոցն աւազին) è l'immagine tangibile dell'aridità terrena, dove ogni speranza immanente si dissolve. Di fronte a questo svuotamento, il poeta rivolge un'invocazione alla «dolce sorella» — figura allegorica dell'Anima o dell'Ispirazione poetica incolpevole — affinché non disperda la propria «immortale luce di purità» (լոյս կուսութիւնն անմահ).
Il contrasto tra la purezza dell'anima e la violenza del mondo raggiunge l'apice nei versi centrali: la vita mondana è descritta come uno «strazio ingiusto dei passanti mortali» (մահկանացու անցորդներու յօշոտումին). Il sangue fiammeggiante e i tesori interiori rischiano di essere profanati dalla superficialità del volgo. Qui si innesta l'imperativo etico e metafisico di Nazariantz: «Isola la profonda estasi della tua solitaria bellezza». La solitudine non è subita come condanna o esilio, ma rivendicata come santificazione, spazio necessario alla custodia del sacro.
Il movimento conclusivo compie la promessa di trasfigurazione dell'esperienza decadente:
1) Il velo del silenzio: Il passaggio «sotto il sacro velo del silenzio» (լռութեան սրբազան քօղին) segna la rinuncia alla parola profana e la protezione del mistero interiore.
2) La mente radiosa: Con un'apostrofe finale alla «mente radiosa» (ճաճանչեղ մի՛տք), Nazariantz ribalta l'oscurità iniziale. Il buio dell'esistenza terrena viene sconfitto dalla luce dell'Intelletto e dell'Arte.


La composizione si chiude così su una nota di trionfo: dall'incombere della morte e del dimenticatoio si perviene a un «luminoso concerto di gioia, d'immortalità e di gloria», riconfermando la fede nazariantziana nella Poesia come unico strumento capace di strappare l'Essere all'oblio.