"Arrestato l'Ambasciatore Azero in Serbia, Montenegro e Bosnia Erzegovina" di Carlo Coppola


Se essere un ambasciatore incompetente fosse un reato, probabilmente molti diplomatici sarebbero candidati alla galera. E non sempre soltanto per incompetenza. A seconda dei casi, potrebbero affiorare accuse di appropriazione indebita, corruzione, concussione, malversazione, fino ad arrivare – nei casi più estremi e drammatici – a reati contro la persona. Perché, alla fine, quella che rischia di essere maltrattata, manipolata e perfino uccisa è anzitutto la Verità.

Viene in mente la parabola evangelica dei talenti: il servo che non sa amministrare ciò che gli è stato affidato è, nella tradizione cristiana, anche colui che fallisce nella responsabilità ricevuta. E quando l'incompetenza si accompagna all'infedeltà, chi occupa indebitamente un ruolo può essere tentato di cercare protezione nelle alleanze più convenienti, di confondere il bene con il male e di trasformare la diplomazia in uno strumento di ambizioni personali, rancori e vendette.

È accaduto, e accade, anche dalle nostre parti. Ma forse è bene ricordare che neppure in casa altrui le cose sono sempre limpide. Perché denaro, potere e caviale, contrariamente a quanto qualcuno potrebbe pensare, non garantiscono necessariamente né competenza né felicità.

Un caso emblematico, almeno per le sue conseguenze politiche, è quello di Eldar Hasanov, ex procuratore generale dell'Azerbaigian e, dal 2010 al 2020, ambasciatore azero in Serbia, Montenegro e Bosnia-Erzegovina. Nell'agosto del 2020 il Servizio di sicurezza dello Stato dell'Azerbaigian ne annunciò la detenzione nell'ambito di un'inchiesta riguardante presunte irregolarità nella gestione di fondi pubblici destinati alle attività del Ministero degli Esteri. Le autorità parlarono di sospetti relativi all'uso improprio di ingenti somme di denaro e di altre violazioni. Hasanov fu arrestato a Baku, dove era rientrato da Belgrado, e pochi giorni dopo venne formalmente rimosso dall'incarico di ambasciatore.

La vicenda suscitò interrogativi anche per il particolare momento politico in cui maturò. Hasanov era rientrato in Azerbaigian dopo aver partecipato, insieme alla delegazione serba, a colloqui tra le autorità dei due Paesi. Il suo arresto arrivò in un periodo di tensioni diplomatiche tra Baku e Belgrado, anche in relazione alle notizie sulla vendita di armamenti serbi all'Armenia, questione che aveva provocato forti reazioni da parte azera.

Da allora sono circolate diverse interpretazioni sulla vicenda. Alcune, non confermate ufficialmente, hanno ipotizzato che il rientro a Baku potesse essere stato favorito dalle autorità azere proprio per evitare che Hasanov dovesse affrontare eventuali contestazioni o indagini all'estero. Altre ricostruzioni hanno tentato di collegare la sua sorte diplomatica alla capacità – o all'incapacità – di impedire l'approvvigionamento militare dell'Armenia dalla Serbia. Si tratta, tuttavia, di ipotesi che non risultano dimostrate e che vanno mantenute nel campo delle indiscrezioni.

Resta invece un dato politico: il caso Hasanov mostra quanto fragile possa diventare il confine tra diplomazia, potere e responsabilità personale quando un ambasciatore non riesce – o non può – svolgere fino in fondo il compito che gli è stato affidato.

Perché un diplomatico può sbagliare una strategia, perdere una trattativa o fallire una missione. Ma quando a essere compromessa è la credibilità dello Stato che rappresenta, il problema non è più soltanto quello di un uomo o di una donna incompetente. Diventa un problema istituzionale.

E allora, più che il caviale, sarebbe forse utile tornare a parlare di talento, responsabilità e verità.

di Carlo Coppola