Alla cara memoria di Amedeo Rainone, mio bisnonno

Alla cara memoria del mio bisnonno Donn'Amedeo Francesco Rainone (Nato il 29 luglio 1897
Panni, Foggia, deceduto a Bari il 16 febbraio 1986), che ho avuto il privilegio di conoscere solo per un breve tratto della mia vita, e che pure mi lasciò un dono destinato a durare: il disco di una canzone, come un sigillo sonoro della memoria. Per non dimenticare che anche a Panni (Fg) affondano le mie radici.
Quando lo incontrai, tardivamente, nell’estate del 1984, mi apparve come un vecchietto tenace e fiero. Eppure, dietro quella figura minuta, intuivo una biografia tumultuosa: da giovane si era arruolato volontario in ciò che restava delle truppe garibaldine; conservava con orgoglio una maschera antigas di guerra e una camicia nera, ma anche un santino di Carlo Marx. In lui convivevano memorie e simboli apparentemente inconciliabili, come se il Novecento avesse trovato rifugio nella sua tasca. E c’era in lui qualcosa di un nobile decaduto, di un uomo che aveva attraversato epoche diverse senza mai appartenere del tutto a nessuna.
Allora mi sembrò la controfigura di Eduardo De Filippo: lo stesso sguardo assorto, la stessa ironia malinconica. E ancora oggi, quando vedo Eduardo ormai anziano in televisione, mi pare di rivedere il nonno Amedeo, come in un gioco di specchi tra memoria privata e immaginario collettivo.
Ricordo una giornata a Bari, al raduno dei bersaglieri. Mi portò con sé alla sfilata. Ogni volta che oggi incontro per strada quei cappelli con il loro inconfondibile pennacchio, il pensiero torna a lui. Correvano insieme i vecchi e i giovani bersaglieri; e il nonno, con gesto solenne, estrasse dalla tasca un distintivo, o forse una medaglia, appuntandola alla giacca con discreta fierezza. Io, travolto dall’euforia infantile, inventai un grido di saluto che ripetevo soprattutto al passaggio dei più anziani, suoi coetanei: «Bravi, bravissimi, issimi issimi!».
Non ricordo con esattezza l’anno: forse la primavera o l’autunno del 1985. So soltanto che quei momenti sono rimasti sospesi in una luce che non scolora.
A chi non ha conosciuto il nonno Amedeo, potrei dire che qualcuno lo avrebbe giudicato un uomo legato a idee di un tempo passato, forse fuori posto nel presente. Sembrava abitare un’epoca che non c’era più, come se vivesse sospeso tra il 1986 — l’anno della sua morte — e un tempo remoto, quello della sua giovinezza, che per lui non era mai davvero finito.
Eppure, proprio in quella sospensione stava la sua verità: un uomo che portava dentro di sé più stagioni della storia, senza rinnegarne nessuna.
A lui il mio affettuoso e grato ricordo.