è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

30 dicembre 2010

Per una donna e Le notti dell'uomo in più

Poche ore fa è stato identificata la fonte di ispirazione di uno dei brani più interessanti nel panorama filmico degli ultimi venti anni. Il brano in questione è tratto dall' Uomo in più di Paolo Sorrentino eccezionale di talento e spocchia, regista, scrittore napoletano. Il brano in questione opera dello straordinario maestro Pasquale Catalano è un vero e proprio calco del meglio della musica po italiana dei crooner degli anni a cavallo del decennio 1960/1970.


Quando lo lasciasti lì
come un ridicolo Pierrot
bella mi guardasti e già 
gli somigliavo un pò
Avevo un'anima
da vagabondo e adesso no.

Quando questo amore è 
una battaglia fra di noi
e dopo come un cucciolo
addormentata stai
Gioca la mente mia
con un pezzetto di poesia.

Per una donna 
ho respirato sere azzurre 
ad aspettare due pupille chiare.
e la tua mano che ogni momento
cambiava idea.

Per una donna 
ho chiuso gli occhi ed
ho baciato il muro
dove prima c'eri tu.

Te lo ricordi quando dissi
mi perdi
se fai così
Amore mio
nel buio sai
tremavo anch'io 
e tutto il resto lo inventai.
Per una donna

A mia madre dissi addio
dovevo scegliere
il suo seno oppure il tuo
per dormire e per piangere
Rubavo a casa mia
la ninna nanna e la poesia.

Per una donna
ho consumato sere azzurre
ad aspettare due pupille chiare.
Quando tornavi e con un velo vestivi
le tue bugie.

Per una donna 
ho chiuso gli occhi
ho riso e ho pianto a far l'amore
eppure adesso canto
Tanto la vita
sabbia fra le mie dita
fermarla non puoi 
Amore mio
il tuo passato sono io
e quanti sbagli rifarei.

Per una donna
Per una donna



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(P. Servillo, N. Bruno, P. Sorrentino, P. Catalano)


11 dicembre 2010

da una riflessione [di Efraim Medina Reyes]

È più pericoloso Bush o Coelho? Nella realtà concreta Bush sembra non avere rivali. Ma un guru light come Coelho può essere molto dannoso. Anziché aiutarci a prendere coscienza del mondo, stimolare la nostra capacità di discernimento e fornirci elementi di giudizio, i dépliant di turismo spirituale scritti da Coelho in modo automatico (non è sospetto che abbia una rivelazione da fare al mondo ogni otto mesi?) impoveriscono la percezione di chi li legge. La loro stucchevole retorica è una consolazione per gli stupidi. Questa industria chiamata Paulo Coelho produce e vende schifezze per ingrassare i mammiferi e farli sprofondare ancora di più nell'incoscienza. Se hai delle idee personali non puoi comprare questa spazzatura.
Scrivere, nel mio mondo, significa assumersi una responsabilità. Leggendo scrittori e filosofi, da adolescente ho scoperto che la vita poteva essere qualcosa di più che mangiare, cagare e masturbarmi. Che studiavo non per ottenere un titolo e trovare un lavoro. Che non ero condannato a marcire guardando il calcio. Certo, avrei potuto fare tutte queste cose; avrei potuto fare sesso con la mia ragazza sette volte al giorno. Ma c'era di più, e questo "di più" l'ho chiamato coscienza del mondo e del mio mondo. Non è qualcosa di preciso: si tratta di capire e di percepire quello che facciamo, una sorta di morale estetica. Si tratta di superare la condizione di mammifero e di godere della bellezza priva di codici e stereotipi. Della bellezza come benessere dei nervi, un'ondata rinfrescante di lucidità nell'anima. Bush è un figlio di puttana, e Coelho anche. Entrambi, a loro modo, hanno il compito di distruggere la bellezza concreta e non concreta del mondo. Il primo è uno stupido assassino investito di poteri e assetato di sangue, il secondo un ipocrita pretenzioso che mescola, minimizza e copia sentenze taoiste e induiste, ci aggiunge un po' di psicoanalisi da parrucchiere e manda la brodaglia ottenuta ai suoi editori. Osho, Chopra, Rudolf Steiner e molti altri colleghi di Coelho vivono o hanno vissuto della stessa brodaglia.
Il fatto che qualcuno pubblichi libri non significa che sia buono o inoffensivo. Bisogna difendere ciò che si considera giusto, e proteggere la dignità di un compito come la scrittura è importante quanto la lotta alla tirannia. La stupidità è un male che si diffonde anche leggendo spazzatura.

Che Democristiano sono [di Carlo Coppola]

Risultato: Sei un DEGASPERIANO, POLITICA POPOLARE e ora sei del NUOVO POLO DI CENTRO, UDC o API.
Fai parte del gruppo di politici, prevalentemente provenienti dall’ex Partito Popolare di Sturzo, più vicino ad Alcide De Gasperi. vicino alle politiche di Attilio Piccioni. Stai insieme a Mario Scelba, Umberto Tupini, Maria Cingolani Guidi, Raffaele e Mar...ia Jervolino, Pietro Campilli, Giuseppe Spataro, Salvatore Aldisio, Bernardo Mattarella ed il giovane Giulio Andreotti. Ora la politica attuale non ti piace e non accetti il Duopolio fra PD e PDL...Apprezzi l'incontro fra UDC,API e FLI; sogni l'utopia di un unico grande centro alternativo e aggregativo di tutte le forze moderate che sognano una alternativa Centrista alla sinistra socialcomunista e al Berlusconismo. Aspetti fortemente la ascesa di Montezemolo o di qualcuno che non si faccia messia, ma servitore, come Prodi ma con più carisma.

09 dicembre 2010

Da Nan Goldin ad Anna Terio [di Carlo Coppola]



Gli artisti spesso si decidono a sbarcare sul web in prima persona.
Nan Goldin apprezzata fotografa americana non si è ancora decisa a farlo. Le sue immagine vanno cercate sui motori di ricerca, riscoperte preziosamente su qualche raro sito internet che le contenga. 
Ne sono esempi www.artnet.com o www.artcyclopedia.com su cui è possibile trovare qualche informazione su di lei e guardare qualcuna delle sue splendide immagini. Per il resto bisogna affidarsi a wikipedia in italiano o in inglese. E questo è un vero peccato data la grande qualità delle immagini di questa grande artista.
Un'altra esponente dell'arte questa volta una attrice è la pugliese Anna Terio. Anna Terio un'ottima interprete, ancora poco conosciuta al grande pubblico di massa. 
Formasi presso Scuola Nazionale di Cinema del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma è attrice di punta del gruppo di ricerca teatrale Ricci/Forte. Anna Terio da pochi giorni ha un sito tutto suo sbarcato sul web alcuni giorni fa www.annaterio.com.

Lettera a Carmelo Bene sul Barocco [di Vittorio Bodini]

Tu mi chiedi perché la definizione di barocco abbia sempre da noi in Italia, almeno in certi settori della cultura, un valore dispregiativo. E infine se e in che modo e misura il tuo Don Giovanni possa considerarsi barocco.

Il valore dispregiativo, o quanto meno negativo, che suol darsi da noi al termine barocco, e a tutto ciò che è o appare manifestazione barocca, è una forma di imperdonabile arretratezza culturale. 

Essa è congiunta, alle radici, a quel pregiudizio classico che grava soprattutto su una cultura come la nostra che, avendo toccato il suo apice nell’età umanistico-rinascimentale, per una sorta di nazionalismo culturale, è riluttante a ammettere che possano esistere forme d’arte scaturite da idee distinte o addirittura opposte e le degrada al livello di “contrastile” o di “extrastile” (Croce), come se il loro manifestarsi non potesse essere altro che un tralignamento, un errore rispetto all’unico stile degno di tal nome, e cioè il classico.

Ma il barocco è la grande alternativa al mondo classico; esso «afferma il valore autonomo della vita intensiva dell’anima di fronte alla considerazione razionale» (Strich); rinunziando perciò alla ormai preordinata ordinata armonia del Rinascimento si rifugia in un angolo, a dare ascolto alla propria mancanza di certezze e alla conseguente angoscia, cosicché quello che dall’esterno può apparire semplicemente caotico disordine sordine è al contrario una ricerca che mira a dar corpo al demone interiore.

Parlo non per caso del barocco come di una condizione presente del nostro spirito. Spiriti piú avvertiti e sensibili hanno sentito in ogni parte di Europa la profonda esigenza di rivalutare il concetto di barocco, e ciò è potuto accadere perché il Novecento non ha mancato di riconoscere in sé una curiosa simpatia, un intimo oscuro legame con il Seicento, che costituerebbe dunque una sorta di dimensione storica, di retroterra del Novecento. 

È ciò che Oreste Macrí chiama il sentimento e l’idea della contemporaneitàfra arte barocca e arte novecentesca, mettendo in guardia contro i pericoli con essa connessi: «Sta all’intelligenza e alla finezza del critico reperire un limite differenziale, e ciascuno ha sperimentato i trabocchetti e i rischi delle false analogie tra barocco e novecento, non ultimi quelli inerenti alla qualità dell’infernale e del mostruoso, di soluzione e destino talora antitetici: il barocco ostinatamente, fino in fondo, formale; il novecento esteticamente sincretístico e non di rado informale, iconoclasta, subreale… Comunque, non sembra esserci umanamente altra via, se non quella della contemporaneità se si vuole fondare una categoria storico-letteraria».

Vi sono storici che vedono addirittura tutta la storia dell’arte e delle lettere come un alternarsi incessante nel tempo di forme barocche e di forme classiche (D’Ors); per limitarsi ad epoche meglio controllabili, si osserverebbero le coppie gotico e rinascimento, barocco e neoclassico, romanticismo e positivismo, cui seguirebbe quello che, in mancanza di un termine convenuto, si potrebbe chiamare il neo-barocco (o il decadentismo) del Novecento). Vedremo col classico il trionfo dell’Ordine, col barocco quello della Rivolta, della quale il Novecento toccherebbe a mio avviso le punte estreme, dal decadentismo vero e proprio al surrealismo e all’esistenzialismo, da Proust a Joyce, da Pirandello a Kafka. Cito disordinatamente per dare un rapido panorama della Rivolta novecentesca.

Ma per tornare al barocco storico, rivalutato da noi (ma con quanto ritardo!) nell’opera barocca del Caravaggio, in quella del Berniní, del Borromini, avrebbe dovuto esser chiaro che la rivoluzione da essi portata nelle arti dello spazio – le strutture asimmetriche, le linee spezzate, il policentrismo, la novità degli scorci, la preminenza dell’ombra sulla luce, il dinamismo (Ovidio: Quisquis amans sequitur f ugitivæ gaudia formæ, verso ispiratore, con il seguente, dell’Apollo e Dafne berniniani) erano tutti caratteri armonicamente e organicamente convergenti di una poetica corrispondente a una nuova maniera di intendere il mondo e la vita. E che non era possibile negarlo senza negare la loro validità. A meno che non si fosse voluto ricorrere all’assurda scappatoia di Croce, il quale diceva che Gòngora quand’era poeta non era barocco e quand’era barocco non era poeta. Eppure questi artisti portano nella loro opera un cosí lucido messaggio della nuova estetica, frutto delle nuove istanze, dei nuovi fermenti del tempo, che addiritura – per il principio della circolarità dei linguaggi artistici – vengono assunti in Francia (Raymond, Rousset) e in Spagna (Dàmaso Alonso, Valbuena Prat) come parametri per intendere delle opere d’arte non figurative: quelle delle rispettive letterature del secolo XVII. E io stesso su questa linea di ricerche ho proposto un parallelo fra il bicentrismo dei personaggi del Don Chisciotte con l’ellissi berniniana di Piazza San Pietro.

Tale superamento della ristretta frontiera nazionale (il barocco è una corrente sorprendentemente europea), tali scambi illuminanti fra opera d’arte e opere letterarie, per una errata diffidenza verso la comparativistíca, non sono mai stati compiuti dai nostri storici e critici letterari, e quando questi son costretti a giustificare la loro sordità rispetto al secolo XVII tirano fuori la scusa pietosa del Marino. Ma il Marino non è un poeta e soprattutto non è barocco, e neanche un manierista. È un affrescatore post-rinascimentale, e qualche decina di suoi versi sarebbero piú che sufficienti a rappresentarlo e a rappresentare in una antologia seria della lirica barocca l’incredibile fenomeno del suo successo. 

Di barocco in lui c’è solo la formulazione della poetica barocca come meraviglia, per la quale viene cosí stoltamente deriso nei nostri manuali di storia letteraria. Come se la sorpresa, l’illusionismo dovessero esser banditi dalla poesia: e suo carattere precipuo e caratterizzante dovesse esser la noia. Purtroppo il torto del Marino è quello di maravigliarci assai poco o nulla. Vi sono in Italia poeti secenteschi che gli giudico superiori; vi è in tutti però una assai scarsa vocazione agli inferi e al destino; mentre infatti le arti figurative erano universali, la parola è legata alle strutture futili e superficiali delle piccole corti italiane. La fama preponderante, e quasi esclusiva, del Marino poeta si direbbe sia stata inventata dalla critica per poter denigrare il barocco. Ma non è qui il grande barocco letterario. 

Il nostro barocco letterario si chiama (col Galilei, che vi sta dì pieno diritto!) Cervantes del Don Chisciotte,Gòngora delle Soledades e del Polifemo, si chiama Quevedo lirico e Quevedo dei Suenos e del Buscòn, e tutto il folto teatro da Lope de Vega a Calderòn (soprattutto della Vida es sueño). Si chiama inoltre Baltasar Graciàn, teorico delle nuove poetiche (Agudeza y arte de ingenio), cosí come Lope lo era stato del nuovo teatro. Questa è l’organica risposta del barocco letterario europeo e mediterraneo al nostro barocco architettonico, scultorico e pittorico (e scientifico), a un medesimo estremo livello di tensione, di dignità e di cosciente originalità.

Se ora tu mi chiedi che il tuo Don Giovanni è un’opera barocca, rispondo di sí, nel senso piú positivo che si deve dare al giudizio, a dispetto di quanti (e non sono purtroppo solo i non addetti) adoperano questo termine con riserve o con sottintesi che fanno dubitare della loro cultura. 

Il Don Giovanni è un’opera autenticamente barocca, e forse ciò che scuote soprattutto gli spettatori, che loro malgrado hanno già ingerito e accettato altri testi piú scaltramente o piú timidamente barocchi senza protestare, è proprio l’esemplare rigore che la regge. Io credo che Gòngora (o Calderòn, o Graciàn), se fossero piovuti non so come nella sala di proiezione, avrebbero riconosciuto e applaudito (nonostante gli inevitabili adattamenti dovuti ai mutamenti dei tempi e alla novità dello strumento tecnico) il sapiente uso di due simboli convergenti e dialettici che affascinarono la fantasia dei loro piú avvertiti contemporanei: i simboli che Jean Rousset battezzò coi nomi di Circe e del Pavone: la metamorfosi e l’ostentazione, il movimento e la decorazione, dove il secondo termine della coppia, che pare in sé negativo, acquista rilievo e positività nel modo in cui si presenta in intimo connubio coi tempi del mutamento, della incostanza, del trompe l’œil, delle pompe funebri, della fugacità della vita e dell’instabilità del reale. 

Naturalmente chi non è addentro al problema ne vedrà solo l’aspetto esteriore, pavonesco, senza la labilità, il disperato senso del vuoto che è ad esso sotteso e che si cerca con esso di colmare. E questo mi pare il caso dei tuoi critici, che non vanno al di là delle apparenze; cosí come noi ci accorgiamo che il Marino non è un vero barocco perché in lui vi è solo il Pavone senza la Circe.

Un curioso campione delle contraddizioni in cui cade chi oggi continua a parlare superficialmente di barocco l’ho osservato nell’articolo di un critico cinematografico, che ha scritto sul tuo Don Giovanni prima rifiutandolo aprioristicamente in quanto barocco, quindi spiegandolo e mettendone in rilievo positivamente proprio i motivi piú barocchi.

Un altro aspetto in comune fra il tuo lavoro e il barocco storico (io mi limito a questa angolazione, non ignorando, ma volontariamente accantonando gli aspetti moderni di esso, come l’ironia, il cinismo assoluto in contrasto col decorato barocco felliniano che ipotizza sia pure in modo ironico qualche notizia del trascendente) è il tipico rapporto esistente nella poesia barocca fra tema e linguaggio poetico: rapporto basato sulla piú assoluta libertà della seconda rispetto alla prima, con una possibilità di invenzíone che non ha limiti, e si esprime in metafore e ellissi provocatorie e brillanti, i suotuosi mosaici sensoriali delle Soledades e del Polifemo, poniamo, a cui fanno pensare le colorate metafore in movimento dei tuoi film: segnatamente Nostra Signora dei Turchi e il Don Giovanni, che però si comportano in modo distinto poiché nel primo il mondo della metafora cinematografica agisce con una cosí criptica allusività che pare voglia affermare la sua totale indipendenza dal tema, il quale però si evince dalla coerenza nella irridente (e tragica) denunzia del nulla; nell’altro, nel Don Giovanni, il vincolo si fa più evidente, senza tuttavia limitare l’autonomia del discorso poetico, cosicché il rapporto tra Ordo e Invenzione mi pare che sia sostanzialmente dello stesso tipo che possiamo osservare nel Calderòn della Vida es sueño.

Se Gòngora, se Borromini e gli altri avessero potuto vedere il tuo film non avrebbero mancato di accorgersi che il cinema è l’arte piú barocca che ci sia perché in esso coi colori, con la materia, con la parola, spontaneamente si dà quel dinamismo che essi perseguirono in forma mediata nella metafora, nei contrasti di elementi, nei chiaroscuri e con mille altri accorgimenti propri dei loro strumenti, con quella totale labilità e momentaneità delle immagini che corrono rapidamente incontro alla loro distruzione, come nella terzina di un famoso sonetto di Quevedo:

Ieri sparì, Domani non è giunto,
l’Oggi se ne va via senza fermarsi;
Sono un Fu, un Sarà, un È già spento.

Naturalmente tu sai bene che la maggiore dinamicità del mezzo tecnico non comporta automaticamente una superiorità nostra nei confronti di quei grandi misconosciuti maestri.

30 novembre 2010

Monicelli, io ti voglio bene

Il mio ricordo di Mario Monicelli è personale, personalissimo.
Ero alla Mostra del Cinema di Venezia e di lì a poco si sarebbero tenute le primarie della sinistra. Con alcuni amici baresi che da sempre compongono un folto e compatto gruppo tra giornalisti (Gilda Camero, Antonella Gaeta, Giancarlo Visitilli) e ricercatori universitari (il voziano Vito Santoro) ci recammo alla presentazione di un video ideato da Silvio Maselli, allora copy di Proforma, a per il candidato Fausto Bertinotti.
Intorno a noi Citto Maselli con la moglie, Ugo Gregoretti e lui, Mario Monicelli. Io più piccolo del gruppo barese mi sentivo in imbarazzo fra tanti grandi del cinema e della televisione. Monicelli stava accanto a Giancarlo e Gilda seduti dietro di me. Nel vederlo ebbi un sussulto di emozione, da poco avevo rivisto la versione restaurata della "Grande Guerra". Non potei fare a meno di salutarlo chiamandolo "Maestro!".
Non sapevo dell'idiosincrasia di Monicelli per questo appellativo. Lui mi rimbrotto con un cenno della mano. Il giorno dopo lo rincontrai per strada e per sfottermi in segno di saluto mi replicò "Buongiorno Maestro!"
Per questo alla retorica della morte straziante di un giovane vecchio appongo solo una parola che aiuti a sfatare le polemiche.
SUICIDIO... la parola sa di accusa borghese... davanti alla possibilità negata all'individuo di autodeterminarsi... il termine sa di benpensante.. di qualunquismo... suicidio, morte accidentale, morte sul lavoro. omicidio, incidente stradale o domestico mortale qui fanno tanto "pettegolezzo", non offendiamo la morte con la gogna..del giudizio!

23 novembre 2010

Sentieri nel Cinema 2010


COMUNICATO STAMPA

Dal 29 novembre al 9 dicembre 2010 in programma al Cinema Armenise di Bari
la XIX edizione di Sentieri nel Cinema
“Destini Incrociati”

Per celebrare il venticinquesimo anniversario della scomparsa di Italo Calvino, il programma della diciannovesima edizione di Sentieri nel Cinema si è ispirato alla sua opera, sempre permeata di suggestioni cinematografiche, e in particolare a Il Castello dei destini incrociati, in cui l’autore sperimenta una nuova idea di letteratura basata, come nel linguaggio cinematografico, sull’uso delle immagini: un gruppo di viandanti si ritrova in un castello e ciascuno di essi, avendo perso la voce, ricostruisce la propria avventura ricorrendo alle carte di un mazzo di tarocchi.
Calvino dunque costruisce una macchina narrativa in cui i tarocchi, come sequenze di un film, segnano i nodi fatali del destino dei protagonisti e per analogia anche il programma è pensato e strutturato allo stesso modo, affidando la guida della narrazione al genio di tredici grandi autori.
Punto di partenza, Lunedì 29 Novembre alle ore 20.30, l’America, emblema e specchio di tutte le democrazie occidentali, splendidamente fotografata da Robert Altman in America oggi (1993), grandioso affresco di fine millennio che raccoglie, in un insieme variopinto di storie di vita quotidiana, un’umanità in bilico e come immersa in un gigantesco zapping esistenziale.
Da Martedì 30 Novembre il programma prosegue con tre film al giorno: alle 18.00 L’angelo sterminatore (1962), del regista spagnolo Louis Buñuel, mette in scena la fine di una borghesia sempre più fossilizzata e avvitata in se stessa e, nella metafora del film, prigioniera delle stesse mura che si è costruita attorno. Alle 20.30 segue un’insolita commedia nera di Martin Scorsese, Fuori orario (1985), che ci conduce negli inferi di un grandioso incubo metropolitano, notturno e colorato di grottesca ironia. Alle 22.30 si conclude con Professione reporter (1975) di Michelangelo Antonioni in cui il protagonista, un grandissimo Jack Nicholson, tenta una disperata quanto inutile fuga da se stesso con un cambio d’identità fortuito e, al tempo stesso, fatale.
Giovedì 2 Dicembre il programma propone alle 18.00 La signora della porta accanto (1981), dell’impareggiabile Truffaut, in cui due straordinari interpreti, Gérard Depardieu e Fanny Ardant, si ritrovano vicini di casa molti anni dopo essersi amati con passione e lasciati con rabbia; alle 20.30 segue Kika (1993) di Pedro Almodóvar che ai consueti ingredienti che l’hanno reso famoso - grottesco/eccessi/situazioni esasperate - aggiunge il personaggio simbolo di una TV-spazzatura oscena e onnivora, e straordinariamente attuale, che non si ferma dinanzi a nulla e fa della volgarità dello sguardo la propria cifra stilistica. Alle 22.30 la parola passa ad un autore decisamente ossessionato dalle coincidenze e dalla fatalità, il messicano Alejandro Gonzáles Iñárritu che in Babel del 2006, partendo da un colpo di fucile sfuggito dalle mani di due ragazzini in un paese sperduto del Marocco, incastra quattro storie che si sviluppano in zone ai confini del mondo, a migliaia di chilometri di distanza.
Martedì 7 Dicembre alle 18.00 si inizia con un film del regista polacco Krzysztof Kieślowski, La doppia vita di Veronica (1991), in cui anche se il tema immediato sembra essere quello del doppio, il vero protagonista è il caso, che estrae dal mazzo due donne dello stesso seme e le affida al vento di una dimensione metafisica. Alle 20.30 è la volta di un autore che in questa rassegna/taverna di narratori non poteva mancare: Paul Haggis, l’erede di Altman che con Crash – Contatto fisico (2004), costruisce una babele di storie che si scontrano e s’infrangono sull’ultima spiaggia del sogno americano svanito nel nulla. Alle 22.30 segue una commedia, Pallottole su Broadway (1994), in cui è sempre il caso a guidare il gioco di un intreccio che Woody Allen si diverte a montare, con il suo stile ironico, colto e leggero, su un palcoscenico dove ogni storia ne contiene altre.
L’ultimo appuntamento di Giovedì 9 Dicembre si apre alle 18.00 con un piccolo gioiello di leggerezza, Smoke (1995) di Wayne Wang e Paul Auster in cui non c’è una storia, ma uno sviluppo di situazioni il cui epicentro è una tabaccheria di Brooklyn dove clienti/viandanti si fermano e raccontano storie che si avvolgono in volute di fumo. Segue alle 20.30 Il grande Lebowski (1998) dei fratelli Coen che in questo film trasformano un banale copione giallo-noir in una irresistibile commedia degli equivoci, demenziale e surreale, sostenuta da uno straordinario Jeff Bridges nel ruolo del leggendario Drugo e infine, alle 22.30, il programma di questa diciannovesima edizione si conclude con un film, Mulholland Drive (2001) del visionario e geniale David Lynch, che confonde lo spettatore e il filo della trama con un intricato enigma sospeso tra allucinazione e realtà.
La sezione video Vangàrd Café, a cura quest’anno di Valentina De Carlo e Vito Cascella, propone, ad ogni appuntamento alle 19.45, una panoramica di cortometraggi provenienti da tutte le parti del mondo. Si passa dall'horror demenziale di Willy Nilly (Nuova Zelanda) alla science fiction anni Cinquanta di Flying Saucer Rock'Roll (Irlanda), dal lirismo magico di En el espejo del cielo (Messico) al realismo allucinato di Moja domovina (Iugoslavia). Come perle racchiuse in pochi minuti di cinema, si susseguono l’inquietante Ruleta (Spagna), la gangster story anni Quaranta Bloody Olive (Belgio), lo straordinario fumetto a colori Taxi de nuit (Francia), l’esplosiva follia di Fünf Minuten (Germania), la stravagante tesi di laurea di George Lucas in Love (Usa) e la ottusa ribellione giovanile di Argent content (Francia).

Proiezioni nella Sala 1 del Cinema Armenise con biglietto giornaliero di € 3

Tradizionale corollario alla rassegna, le videointerviste al pubblico che quest’anno saranno realizzate da Laboratorio Orfeo e proiettate in sala alle 20.30

Sentieri nel Cinema è un progetto ideato e realizzato dall’Ass.ne Culturale Bari Film & Video
Direzione Artistica Mario Fiorentino

Gli enti a sostegno dell’iniziativa sono:
Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo
Comune di Bari, Assessorato alle Culture
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
Partner: Groupama Assicurazioni - Fondation Groupama Gan pour le Cinéma.

Ufficio Stampa
Carlo Coppola Tel. 328 6818911

09 novembre 2010

Sentieri nel Cinema - 19° edizione



Bari Cinema Armenise
29 novembre - 9 dicembre 2010
Biglietto giornaliero 3 euro




LUNEDÍ 29 NOVEMBRE


20.30 Inaugurazione della 19^ edizione


20.40 AMERICA OGGI (Usa 1993, col, 187’)
di Robert Altman con Matthew Modine, Julianne Moore, Tim Robbins, Tom Waits


MARTEDÍ 30 NOVEMBRE


18.00 L'angelo sterminatore (Messico 1962, b/n, 95’)
di Louis Buñuel con Silvia Pinal, Jacqueline Andere, Josè Baviera


19.45 Vangàrd Café:
En el espejo del cielo di Carlos Salces (Messico 1997, 10')
Argent content di Philippe Dussol (Francia 1999, 18')


20.30 FUORI ORARIO (Usa 1985, col, 96’)
di Martin Scorsese con Griffin Dunne, Rosanna Arquette, Linda Fiorentino


22.30 PROFESSIONE REPORTER (It 1975, col, 125’)
di Michelangelo Antonioni con Jack Nicholson, Maria Shneider


GIOVEDÍ 2 DICEMBRE


18.00 LA SIGNORA DELLA PORTA ACCANTO (Fr 1981, col, 106’)
di François Truffaut con Gérard Depardieu, Fanny Ardant


19.45 Vangàrd Café:
Willy Nilly di Mike Smith (Nuova Zelanda 1998, 12')
Fünf Minuten di Britta Krause (Germania1998, 7')
Taxi de nuit di Marco Castilla (Francia 1997, 10')


20.30 KIKA – UN CORPO IN PRESTITO (Sp 1993, col, 114')
di Pedro Almodóvar con Verónica Forqué, Peter Coyote, Victoria Abril, Rossy De Palma


22.30 BABEL (Usa 2006, col, 144’)
di Alejandro González Iñárritu
con Brad Pitt, Cate Blanchett, Gael García Bernal


MARTEDÍ 7 DICEMBRE


18.00 LA DOPPIA VITA DI VERONICA (Fr/Pol 1991, col, 98')
di Krzysztof Kieślowski con Irène Jacob, Aleksander Bardini


19.45 Vangàrd Café:
George Lucas in Love di Joe Nussbaum (Stati Uniti 1999, 9')
Bloody Olive di Vincent Bal (Belgio 1996, 10')
Moja domovina di Milos Radovic (Iugoslavia 1997, 10')


20.30 CRASH (Usa/Ger 2004, col, 112’)
di Paul Haggis con Matt Dillon, Sandra Bullock, Don Cheadle


22.30 PALLOTTOLE SU BROADWAY (Usa 1994, col, 98’)
di Woody Allen con John Cusack, Dianne Wiest, Chazz Palminteri, Jennifer Tilly


GIOVEDÍ 9 DICEMBRE


18.00 SMOKE (Usa 1995, col, 112')
di Paul Auster, Wang Wayne con Harvey Keitel, William Hurt, Forest Whitaker


19.45 Vangàrd Café:
Flying Saucer Rock'n'Roll di Enda Hughes (Irlanda del Nord 1998, 12')
Ruleta di Roberto Santiago (Spagna 1999, 12')


20.30 IL GRANDE LEBOWSKI (Usa 1998, col, 117’)
di Joel Coen con Jeff Bridges, John Goodman, Steve Buscemi, John Turturro


22.30 MULHOLLAND DRIVE (Usa/Fr 2001, col, 146')
di David Lynch con Naomi Watts, Laura Harring, Justin Theroux

01 novembre 2010

Casal di Principe nella canzone italiana

Trapenarella


Trapanarella cu 'o trapanaturo
e trápana 'a mamma e 'a figlia pure...
e, trapanianno, 'mmiez'a sti guaje,
canto 'a canzona d''a cuccuvaja...

Na signurina cammina p''a strata,
nu giuvinotto lle fa na guardata...
e chella che sùbbeto è femmena onesta,
aret''o purtone, s'aíza 'a vesta!
San Genná', pènzace tu,
ca tanto d''e ccorne 'un se campa cchiù!
Nu prèvete, 'ncopp'a ll'altare maggiore,
mme pare nu santo prerecatore,
ma quanno va dint''a sacrestia,
vò' mille lire p''Avummaria...
San Genná', tu vide a chiste?
'mbrogliano pure a Giesù Cristo!
E nuce, nucelle e castagne 'nfurnate...
quanta paíse aggiu curriate...
'A Torre d''o Grieco e 'Annunziata
e quanta guaje ch'aggio truvato...
e quanta defiette ch'aggiu 'ncantate!...
'E culamappate só 'e Veneziane,
'e magnapulenta sóngo 'e Milano,
'e meglie cantante stanno a Giugliano,
e 'e tirapistole stanno a Casale...
'E ffacce toste sóngo italiane,
'e cchiù mafiuse só' siciliane,
'e po' 'e sbruffune óongo 'e Rumane,
'e ffemmene belle só' napulitane,
e 'e mmazze 'e scopa só' americane....
'E 'mbrogliamestiere só' ll'ingegnere,
'e 'mbrogliamalate só' ll'avvucate,
'e priévete fanno 'e zucalanterne
e 'e cchiù mariuole stann'ô guverno!
San Genná', dice ca sí...
chi 'o ssape comme va a ferní!
Na signurina, a via dei Mille,
s'ha misa 'a parrucca 'a copp'ê capille...
Quanno va â casa se magna 'e ppurpette
e chi tene famma guarda 'e rimpetto...
Nu giuvinotto, cu 'e sòrde d''o pato,
s'accatta 'o cazone 'mpusumato...
po' va dint''a machina, allero allero,
e vò' mená sotto a chi va a père...
'E ccunuscite a sti milorde,
chille stanno 'nguajate 'e sorde...
'e pate só' tanta scurnacchiate...
e campano 'ncopp''a famme 'e ll'ate....
San Genná', pènzace tu,
ca tanto d''e 'mbruoglie 'un se campa cchiù!
............
Mme ne vaco pe' sott''o muro,
e sento 'addore d''e maccarune...
Mme ne vaco pe' Qualiano,
e sento 'addore d''e ppatane...
Mme ne vaco p''o Granatiéllo,
e sento 'addore d''e friariélle...
Ma si vaco add''o putecaro,
tutte cosa va cchiù caro...
Ma vedite quando maje
'sta miseria va aumentanno...
e aumenta ogge,
aumenta dimane,
e doppodimane...
sabato sí
e dummeneca no...
Chi fatica se more 'e famma
na vota ca sí
e na vota ca no...
Chi fatica se more 'e fammma
na vota ca sí
e na vota ca no...

Cappotto di Legno



"Casal di Principe 20mila abitanti...Droga e ricchiun a Casal' nu trasn mai.
1200 condannati al 416 Bis...Associazione mafiosa...
Morti uccisi,strangolati con la corda del provolone,facendo ingoiare sangue...
A CAsal vit e mort so a stess cos'...Cocaina,milioni di euro,imprese,politici,imprenditori...Rom...
Sangue e cemento...Sangue e cemento..."

E'l'un e lucid a pistol,
tir n at bott a vol,
vott arint o caricator'
Ca Maronn ncopp u cor',
ess m perdon',ca man ro Signor
quann frnesc sta storia...
I flash ncap'ancor,
na futografia a culor',
l'uocch e nu buon uaglion',i cap i Casal
ricn che è nu buffon
Amma crià a paur,
ha mischiat l'uommn pa gent i fognatur...
Fumm,foc e sang,
e intant pass o tiemp,
quann na 45
t ra nu vas nta na tempia
Vient i vendett ott bott mpiett,
tardariell ma no scurdariell,
a mettr proiettil vullent nti budell...
Chell che veg song,
nu bracc senz nomm,
facc chell che vonn
e u facc buon,
l'agg uardà nterr fin a quann nu mor
Fin a quann nu mor'...

Cappotto di legno prima delle botte in petto
Cappotto di legno prima delle botte in petto

Ncap o casc ner lucid,quann arint staj putrid,t guard attuorn o.Ncap o casc ner lucid,
quann arint staj putrid,
t guard attuorn ogni iuorn,
e u saj che nun si l'unic
Salut i uagliun abbasc,
mentr u schiattmuort sta calann nat casc nta nu fuoss
Port arragg comm ossiggen nta l uoss,
u saj chi sbagl pav
Facc sgummà sta rot'
e stregn i mann ncopp u fierr nat vot,nat vot...
Lettr vullent comm a pruiettil
che sfonnan u silenzj
e sfonnan u cervell a chi nu penz
Senz a paur lev a sicùr,
ott' bott mpiett ra ret i rin ntu scur
E pur se stu buffon avess ragion,
ncap son semp a stess canzon r ammor,
ncap son semp a stess canzon r ammor,
l'agg guardà nterr fin a quann nu mor
l'agg guardà nterr fin a quann nu mor

Cappotto di legno prima delle botte in petto
Cappotto di legno prima delle botte in petto

"è nu pagliacc,è nu buffon,pcchè a 167 è a chiù zon fetent,so gent i fognatur,a Casal stann buon...Vulev sentì a stu Robett Savian,pchhè Robett Savian è nu pagliacc...è nu buffon...I camurrist sono loro..."

Song i Casal,
a capital i na multinazional criminal...
Sparan nti segnal stradal.
Sang e cement nient s mov,i strad nov so bòn,
Tappet russ che portàn i vill re boss,
Mercedes.Lamborghin quant ne vuò,
non so machin'ma sang e cement,
non so machin ma sang e cement,sang e cement ,sang e cement
E se si alza la mano s aizzn tutt quant,
e mo sparatec a tutt quant.. 

22 ottobre 2010

Che cosa è Dio?



di Aleardo Aleardi

Nell'ora che nel bruno firmamento 
comincia un tremolio 
di punti d'oro, d'atomi d'argento, 
guardo e domando: - Dite, o luci belle, 
ditemi, cosa è Dio? 
"Ordine", mi rispondono le stelle.


Quando all'april la valle, il monte, il prato, 
i margini del rio, 
ogni campo dai fiori è festeggiato, 
guardo e domando: - Dite, o bei colori, 
ditemi, cosa è Dio? 
"Bellezza", mi rispondono quei fiori.

Quando il tuo sguardo innanzi a me scintilla, 
amabilmente pio, 
io chiedo al lume della tua pupilla: 
- Dimmi, se il sai, bel messagger del core, 
dimmi, che cosa è Dio? 
E la pupilla mi risponde: "Amore!"

08 ottobre 2010

Sto mi e milo



Sto mi e milo

Sto mi e milo, milo i drago
Vo struga grada mamo, du kian da imam
Lele varaj mome, mome Kalino
V struga grada mamo du kian da imam

Na kepencite, mamo, da sedam
Struzkite momi mamo momi da gledam
Lele varaj mome, mome Kalino
Struzkite momi mamo moni da gledam

Koga na voda, voda mi odat
So tiia stomni mamo, stomni shareni
Lele varaj, mome, mome Kalino
So tiia stomni, mamo, stomni shareni

Na ovoi izvor, izvor studeni
Tam da se sdruski, mamo, sdruski saberat
Lele varaj, mome, mome Kalino
Tam da se sdruski, mamo, sdruski saberat

15 settembre 2010

Perla


di Carlo Coppola

Ogni segno, ogni onere e discorso 
si combatte e tutto rigenera e passa,
mai come atto formale, 
o mera azione morale.

I tuoi occhi hanno la luce che filtra, 
che sa di neve e mare.
Il cosmo ci apre alle sillabe i cui accenti risuonano di lentezza e poesia.
Quel mare e quel sole riflettono di te, 
lunghi momenti.

C'è il fuoco nelle vene, 
impressione di giorni e di favole andate.
Tutto è rispetto e pazienza:
Quanta bellazza e quanto calore.

La bellezza è mero segno, 
lo sguardo divino fa il segno.
Mentre si va, si scorpora la grazia dalla sensibilità colta.
E' il segno di chi vive e non vegeta, di chi comprende.

Ah conoscere meglio il dato:
La passione, l'aria che ti nutre,
L'ansia nei tuoi respiri.

Ecco! Troverei parole che non si sanno,
allora si comporrebbe la memoria passata con quella che deve avvenire!

EstAticamente

08 settembre 2010

"Noi Credevamo": Con Mario Martone verso il Leone [di Carlo Coppola]

Siamo tutti con Mario Martone sperando che superi la grande prestazione  ottenuta da "Morte di un matematico napoletano". L'ultimo lavoro, dal proditorio titolo "Noi Credevamo" è stato ispirato da un bel romanzo dimenticato di Anna Banti, da cui trae anche il titolo, promette davvero di riportare al nostro paese e ciò che ne resta una dignità morale, politica e civile attraverso la conoscenza di un passato antico che ricorda troppo da vicino il nostro passato più recente. 
Quel Risorgimento ricorda il '68 che a sua volta rimanda alla Resistenza. Tutti quegli errori fatti all'indomani del Risorgimento, quando la società si sedette su se stessa consacrando come despoti gli eroi talvolta "rampichini" furono pagati dall'Italia per mezzo secolo fino alla Prima Guerra Mondiale, e i valori della Resistenza furono traditi all'indomani, con tanta bonomia da portare ad un necessario '68. A loro volta i valori del '68 sono stati traditi vigliaccamente da chi ha lottizzato peggio di come si lottizzava prima. 
L'appello che viene da Martone con questo film è a non disperdere come "soliti italietti" (avrebbe definiti un Gadda un po' Arbasino e con loro l'amica Anna Banti) i valori di libertà e cultura, impressi nella nostra storia col sangue dei veri eroi che fecero l'Italia! Di questo appello martoniano non possiamo che essere civilmente e culturalmente testimoni e propugnatori. 

Grazie Maestro!

Sulla lapidazione Sakineh

Nessuno pensa alle migliaia di altre vittime della pena di morte...
Mi chiedo cosa ha questa più degli altri.. più dei detenuti nel braccio della morte che si trovano nelle carceri americane! Il mio timore è che siamo siamo tutti troppo ipocriti e creduloni!
Non è solo un antiamericanesimo a guidare questa mia riflessione ma piuttosto un precetto evangelico. Chi è senza peccato scagli la prima pietra ma non solo su questa signora, innocente o colpevole che sia!
Qui si gioca con una pena di morte con la vita delle persone solo per portare acqua ad uno scontro di civiltà. Pensa alla giornata dell'Incendio del Corano in America che si consumerà sabato 11 settembre. Anche il prof. Ratzinger, il nostro Papa, ha si è schierato contro ad affermare che la dignità della vita è universale.
Per tutti e che certe schifezze non vanno fatte. Cavolo ma dove sta il nostro spirito critico quello dei Cristiani, e per coloro che si indignano per gli Aborti, che si indignano per i Gay o per l'Eutanasia?
La verità è che vi deve essere solidarietà per tutti o per nessuno.
La pena di morte per lapidazione ci fa orrore perchè è una pratica ancestrale, ma la sedia elettrica che pratica è?
Proviamo a salvare tutte le vite, facciamo appelli per tutti uomi e donne, colpevoli e innocenti perchè sta scritto "Nessuno tocchi Caino" dichiariamo guerra agli USA come qualcuno ha proposto di fare all'Iran!

16 agosto 2010

HAMLET, Act 1, Scene 2



HAMLET 

Seems, madam! nay it is; I know not 'seems.'
'Tis not alone my inky cloak, good mother,
Nor customary suits of solemn black,
Nor windy suspiration of forced breath,
No, nor the fruitful river in the eye,
Nor the dejected 'havior of the visage,
Together with all forms, moods, shapes of grief,
That can denote me truly: these indeed seem,
For they are actions that a man might play:
But I have that within which passeth show;
These but the trappings and the suits of woe.

30 luglio 2010

ANCORA VOGLIO... [di Carlo Coppola]


Ancora capita che faccia caldo. 
Che una pioggerella estiva supporti ogni desiderio fino a fare l'anima quassa di sé.
A stare a settentrione mi sono isterilito, ad insegnare a chi non voleva imparare - sapere - ho perso i contatti col mio sapere. 
Ah peccato d'infamia: Dissoluzione di me! 
Voglio un sapere pratico e teorico insieme. 
Voglio un'arte, voglio un'artigianato che non sia sfornato da talami in cui un corto costa 5 euro, meno del prezzo di un biglietto, o scivolare su bucce di banana per ancor meno monetine, sghei.  
Voglio che l'arte e la poetica siano rispettate e non vilipese, che il senso del disgusto non sia permante per un'estetica dal basso, o meglio dal sottosuolo.
Voglio che tutti quelli che lavorano con me siano pagati e voglio essere pagato anche io e non per mostrare il petto quale un Ugo Foscolo descamisado.
Voglio poter adorare ciò che vedo.
Voglio onorare cio che racconto e non profanarlo perchè qualcuno sappia o guardi.
________

Non voglio parlamentare come avrebbe detto Carlo Emilio Gadda: "grandine di picchiettanti scemenze […] quali buttò il Colombo le perline di vetro a’ Caràibi in uno sgomento d’eclisse: che dalla reverenza loro attendeva oro, il Colombo, festuche d’oro, pepite d’oro, patate d’oro".

23 luglio 2010

Quel Sguardo Sdegnosetto di Claudio Monteverdi




Quel sguardo sdegnosetto

Italian.png Italian text


Quel sguardo sdegnosetto
Lucente e minacioso,
Quel dardo velenoso
Vola a ferirmi il petto:
Bellezze ond'io tutt'ardo
E son da me diviso.
Piagatemi col sguardo,
Sanatemi col riso.

Armatevi pupille
D'asprissimo, d'asprissimo rigore,
Versatemi su'l core
Un nembo di faville,
Ma 'l labro non sia tardo
A ravvivarmi ucciso.
Feriscami quel sguardo,
Ma sanimi quel riso.

Begli occhi a l'armi, a l'armi!
Io vi preparo il seno.
Gioite di piagarmi,
Infin ch'io venga meno.
E se da vostri dardi
Io resterò conquiso,
Ferischino quei sguardi,
Ma sanimi quel riso.


That scornful little glance

English.png English translation


That scornful little glance
gleaming and threatening -
that poisonous dart -
Shoots out and strikes my heart.
Charms that have set me on fire,
and have divided me.
Wound me with a glance
Heal me with laughter!

Eyes be armed
with roughest rigor
pour on my heart
a cloudburst of sparks!
But let not the lips be late
in reviving my corpse;
let that glance wound me
but that laughter heal me.

To arms sweet eyes!
I prepare my breast for you:
take joy in wounding me
until I faint.
For if by your darts
I remain conquered,
Wound me with those glances!
But heal me with that laughter.

18 luglio 2010

Godi se il vento [di Eugenio Montale]

Godi se il vento ch'entra nel pomario
vi rimena l'ondata della vita:
qui dove affonda un morto
viluppo di memorie,
orto non era, ma reliquario.

Il frullo che tu senti non é un volo,
ma il commuoversi dell'eterno grembo;
vedi che si trasforma questo lembo
di terra solitario in un crogiuolo.

Un rovello é di qua dall'erto muro.
Se procedi t'imbatti
tu forse nel fantasma che ti salva:
si compongono qui le storie, gli atti
scancellati pel giuoco del futuro.

Cerca una maglia rotta nella rete
che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!
Va, per te l'ho pregato, - ora la sete
mi sarà lieve, meno acre la ruggine...

Rustam Badasyan, classe 1991, è nuovo Ministro della Giustizia

E'  Rustam Badasyan il nuovo Ministro della Giustizia.  Su proposta del Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente della Re...

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