"La fabbricazione dei tappeti orientali nei laboratori armeni a Bari" di DOMENICO DE NOZZA
"La fabbricazione dei tappeti orientali nei laboratori armeni a Bari"
Nel periodo an ntebellico, l’industria dei tappeti orientali aveva espansione mondiale ed i mercati più quotati erano quelli del Levante: Sivas, Angora, Usciak, Hirman e Konia.
La Turchia ne assumeva il monopolio, allacciando relazioni d’intenso traffico coi mercati d’acquisto: America, Inghilterra, Germania e Francia, con la padronanza assoluta del mercato di vendita.
Allo scoppiare della guerra mondiale – come tutte le altre industrie – il traffico dei tappeti venne arrestato nella corsa affamatrice per diverse e svariate ragioni. Con l’eccidio degli armeni, i turchi non risparmiarono nella crudeltà perfino le donne e i fanciulli, e la estesero agli oltraggi più abominevoli.
Ancora una volta l’Armenia fuggì per la tristissima e lunghissima pianura e non ebbe più patria! Sparsi per le vie del mondo, gli armeni errarono senza tetto, avendo come ricetto il cielo e la terra.
Dopo la guerra i mercati famosi della Turchia perdettero importanza e furono costretti a chiudere le porte alle richieste internazionali. La caduta di questi mercati bisogna ricercarla non solo nelle cause ed effetti generali della guerra mondiale; ma soprattutto nella scomparsa del popolo armeno, che era l’anima e la vita della lavorazione dei tappeti. Dopo gli ultimi massacri un nucleo errante di armeni, riuscì a stabilirsi sulle coste della Grecia ed in alcune isole del Mediterraneo ed attese trepidante un avvenire incerto.
All’ombra del vessillo della patria distrutta un uomo – Poeta Hrand Nazariantz – vegliava sulla sorte dei connazionali oltraggiati e tormentati. Nato a Iskudar (Costantinopoli) l’8 gennaio 1880, studiò dapprima nell’Istituto Berberian di Costantinopoli e poi a Parigi e a Londra; nel 1908 con Dikran Zartene, pubblicista di fama, fondò il quotidiano politico «Sourhantag», nel 1909, in collaborazione con un altro politico armeno, Karekin Gozikian creò la Rivista «Nor Hossank» (Nuova corrente); in seguito, col romanziere Rupen Zartarian e col tragico Leon Serpossian, dette vita alla rivista di arte «Baguine» (Tempio): le suddette pubblicazioni furono soppresse dal governo turco.
Sfuggito alla strage di Costantinopoli (1896), ove furono compiuti ben più di un milione di uccisioni, dopo aver peregrinato per l’Inghilterra e per la Francia, giunse a Bari nel 1912, ove iniziò la propaganda per la libertà del suo popolo, con ardore di patriota e di profugo. La sua poesia è l’anima dell’Armenia, i suoi dì sono passati a meditare l’enigma del suo popolo e del suo triste destino, e la fronte studiosa si è impallidita sui molti libri. La vita di Nazariantz risponde in tutto e per tutto a quel ritratto che egli ci dà di sé nei suoi versi e, come non ha mai saputo dire addio all’Armenia, così non si è mai rifiutato di soccorso verso i suoi fratelli, anzi si è ritrovato uguale e costante nella fede della patria che lo rianima con un raggio di luce. La missione nobilissima che ebbe sempre a cuore fu di riunire i connazionali e dare loro la soddisfazione del lavoro e l’ineffabile gioia della libertà personale.
Bari, avendo libero lo sbocco per le vie dell’Oriente, poteva maggiormente concedere ospitalità agli esuli e, dopo un lavoro intenso, giunse per il Poeta un giorno di ambascia: parve quasi vana la sua opera di riedificazione; ma raggiunse lo scopo trovando nel gurgo di questa città il traffico, l’attività, la vita, ove gli mancò la pace, e non la nostalgica visione della patria.
Coadiuvato, con nobile sentimento, da un Industriale – l’ingegnere Lorenzo Valerio – instancabile lavoratore, dotato di un’attività singolare in materia tecnica, a cui si deve maggiormente il merito dell’organizzazione perfetta della fabbricazione, è sorta a Bari la Società Italo-Armena dei Tappeti Orientali.
A ricercare i dispersi armeni si recò in Grecia e lungo le coste del Mediterraneo
Yenovk Armen, che giunse nel porto di Bari – tempo fa – col primo nucleo di esuli, composto di 60 persone, di cui 20 bambini: la dolorante tribù è formata da donne, uomini ve ne sono pochi, perché la maggior parte fu uccisa dai turchi, e quelli che ebbero la fortuna di salvarsi si sparsero per le grandi vie del mondo.
Abbiamo visitato gli alloggi destinati ai profughi armeni, composti di baraccamenti e corredati di tutto il necessario ed indispensabile per un’agiata famiglia: due funi legate a due assi paralleli – lunghi poco meno di un metro – coperti da una tela compongono la culla del bambino.
Nazariantz ci parlava di istituire un corso d’insegnamento per i bimbi, affinché imparassero la lingua italiana, uniformandosi ai nostri usi e costumi, e con un certo senso di tristezza ci confessava di avere chiesto alle autorità locali il permesso, affinché i disgraziati armeni assistessero, in una scuola italiana, alle lezioni; ma si rispose di no – e fu commessa un’ingiustizia.
Visitando i laboratori che certamente assurgeranno ad importanza grandissima, il pensiero vola verso l’Oriente, al favoloso fasto delle corti e alle magnificenze di tutti quei palazzi, ove le odalische, rilasciate su morbidi tappeti, arabescati di mille colori, sognano e menano una vita di lussuria.
In un ampio salone, vi è un duplice filare di Tosgkiat (telai) e ciascuno ha una forza di tensione di venti cavalli; ma sopra ogni cosa lo sguardo di chi entra viene colpito dal nostalgico viso delle operaie armene, ove il pianto si uniforma al sorriso ed appena levano gli occhi sotto le lunghe ciglia e tutto è lavoro silenzioso; mentre in fondo all’anima ruscella un fiotto misterioso di vigore, e si sente palpitare la vita nel palpito di esse ed il loro sguardo si abbassa umile e buono ed ancor più umile sotto l’imperversare della tempesta!
Tutto d’intorno è silenzio religioso: il Poeta Nazariantz ci parla quasi sottovoce, mentre i suoi occhi si volgono smarriti nel vuoto ed ascoltiamo ansiosi le sue parole e l’anima ci sobbalza all’idea dell’oppressione turca ed un suo sospiro ci svela quella confessione che la parola cela: ecco i giorni tristi!
Essi piangono i desideri abbandonati sotto le tristezze falciate; mentre innanzi alla chiusa dimora dei loro sogni, osservano l’anima stanca ed il sangue versato… gli occhi infossati nel passato! Ed i bimbi armeni?… Essi s’aprono in vie senza stelle e senza sole come candidi gigli!…
Assorti in questi pensieri giungiamo al reparto di cardatura e filatura della lana, operazioni che si effettuano mediante speciali attrezzi che, nel linguaggio armeno, prendono il nome di Kulegè e Gehrek. Dai bioccoli grezzi vien fuori un filo ruvido, che raffinato diventa morbido e soffice; nella stessa sala vi è il cosiddetto coupage, su cui i tappeti vengono livellati, vi è ancora il reparto di tintoria, ove la mente e la mano dell’armeno, cerca di dare al morbido filo di lana-cotone delle delicate gradazioni di colori. Una piattaforma, coperta da tela impermeabile, che gentilmente il Comando di Corpo d’Armata di Bari offerse gratuitamente, serve per il lavaggio e stiratura dei tappeti, operazioni che si compiono nella durata di sei ore.
Infine, in un’ampia terrazza, il tappeto viene asciugato e così, morbido e magnifico, esce da questa fabbrica per arricchire i lussuosi salotti, portando un soffio di fasto e di bellezza del cielo d’Oriente e la soavità del sogno negli ambienti aristocratici.
L’importanza morale di questi laboratori consiste nell’avere sottratto dalla fame e dalla miseria tanti disgraziati esuli e nell’avere dato loro un alito di vita e di speranza per il raggiungimento di una mèta – sogno delle loro aspirazioni.
Le armene hanno un’attività straordinaria, lavorano dalle 5 del mattino fino alle 6 di sera, riposandosi durante il frugalissimo pasto. Ognuna produce ventimila nodi al giorno ed occorrono ottocentocinquantamila (850.000) nodi per formare un metro quadrato; cifre sbalorditive che ci mostrano la perfezione in coordinazione alla volontà ferrea e alla vigoria che culmina nell’intenso e febbrile moto delle loro mani. L’unica soddisfazione che rianima il loro essere è il lavoro, ove attingono la speranza di un avvenire illuminato da un raggio di luce.



