ՎԵՐԱԴԱՐՁ / RITORNO
| Testo Armeno Originale | Versione Italiana |
Կ'երթամ շշուկ ու գլխիկոր խոկաշէն,
Հովին տրուած անրջանքիս թելն անհուն՝
Որ կ'երկարի քնայօրօր, յամրօրէն,
Իրիկուան դէմ, մայրամուտի պահերուն: | Vado felpato e a capo chino, assorto,
Abbandonato al vento l'infinito filo del mio sogno,
Che si allunga cullandosi, lentamente,
Verso la sera, nei momenti del tramonto: |
Վերջալոյսը կ'այրի ճամբուս վերայ շէն,
Կը քարանայ շշունջներն դալարուն,
Միջոցին մէջ խունկի նման հեշտաբոյր.
Ի՜նչ քաղցրութիւն օրհասին մէջ արեւուն ... |
Il crepuscolo brucia sulla mia via animata,
Si pietrificano i sussurri lussureggianti,
Nello spazio come incenso soavemente profumato.
Che dolcezza nell'agonia del sole. . . |
Թախծապատում կ'ամայանայ ալ ճամբան,
Կը տարտամի հեռանկարն մանիշակ՝
Ըստուերներու գորշէջքին տակ անսահման: |
Triste e deserta s'interrompe la via,
Sfuma l'orizzonte color violetto
Sotto il grigio calare delle ombre infinite: |
Ու հեռուէն տրտում ճրագ մը մինակ
Ինձ կ'երկարէ մտերմութեամբն իր աղւոր
Դողդոջ թեւեր՝ խնկչած հոգւոյս դիմաւոր...: |
E da lontano una triste e solitaria lampada
Mi tende con la sua cara intimità
Braccia tremanti, incontro alla mia anima stanca . . . : |
Commento
del Crepuscolo della Soglia
di Carlo Coppola
Quando un poeta antepone al proprio testo il nome di un altro poeta, non compie mai un gesto neutro. La dedica «A Paolo Buzzi», posta in apertura di ՎԵՐԱԴԱՐՁ (Ritorno), va letta anzitutto come un atto critico prima ancora che come atto affettivo: Nazariantz dichiara, nello spazio liminare del paratesto, l'orizzonte di lettura entro cui vuole che la propria poesia venga collocata. Non si tratta di un omaggio di circostanza — la cortesia epistolare tra intellettuali che si frequentavano nell'Italia del primo Novecento — bensì della messa in scena di un'affinità elettiva, di un riconoscimento reciproco tra due poetiche che, pur muovendo da tradizioni lontanissime (il simbolismo franco-bizantino dell'esilio armeno da un lato, la temperie lombarda che dal crepuscolarismo scivolerà nel parolibero futurista dall'altro), si incontrano su un terreno comune: la dissoluzione della forma chiusa in favore di una scrittura che accoglie l'ondivago, il sensoriale, l'indeterminato.
È bene non forzare l'equazione: Buzzi giunge al Futurismo attraverso una fase — quella de I canti dell'ora grigia — in cui il verso è ancora libero ma non ancora esploso in sintassi, dove la parola conserva una sua compostezza malinconica. È proprio questa fase, e non la successiva sperimentazione parolibera, a costituire il punto d'incontro reale con Nazariantz. Il poeta armeno non dialoga con l'iconoclastia marinettiana, ma con un Buzzi ancora crepuscolare nell'anima, capace di trattare la sera come materia che si scioglie in atmosfera.
Il titolo stesso — Վերադարձ, "ritorno" — indica che il moto del testo non è regressivo ma circolare: si ritorna non a un luogo, ma a una condizione interiore. L'incipit, «Կ'երթամ շշուկ ու գլխիկոր» (Vado felpato e a capo chino), fissa immediatamente il tono di una camminata meditativa in cui il sogno si distende come filo sospeso nel vento — immagine che rifiuta ogni retorica dell'abbandono per farsi invece figura del pensiero in cammino. Il tramonto (մայրամուտ) non è dunque límite ultimo, ma soglia: uno spazio di passaggio in cui il paesaggio rurale, còlto nell'agonia del sole («օրհասին մէջ արեւուն»), si trasfigura in dimensione quasi liturgica. Il silenzio, in questo movimento, non è assenza ma sostanza: si fa "verde" e immobile come pietra, acquisendo una qualità tattile e cromatica insieme — procedimento sinestetico che è cifra costante della scrittura nazariantziana.
È su questo terreno sinestetico che la vicinanza a Buzzi si fa più stringente. Nazariantz costruisce l'intera tessitura del poema per sovrapposizioni sensoriali: l'incenso dalla soave fragranza che occupa lo spazio come presenza quasi corporea, l'orizzonte che si tinge di violetto prima di svanire, la "discesa grigia" delle ombre che invade il paesaggio con un moto quasi processionale. Non si tratta di semplice ornamento descrittivo: la parola, in questi versi, non descrive — dipinge, ed emette suono. È precisamente questa polisensorialità, questa volontà di far collassare i confini tra le percezioni, a costituire il lascito più prezioso che Nazariantz riconosce nel Buzzi migliore, quello capace — prima dell'adesione totale ai dettami marinettiani — di trattare la materia come vibrazione più che come contorno.
Se il corpo centrale del poema è costruito sul dissolversi progressivo della luce, l'ultima strofa introduce un contrappunto decisivo: la «triste e solitaria lampada» (ճրագ) che tende «ali tremanti» verso l'anima stanca. È qui che si condensa, in un'unica immagine, il senso profondo del dialogo con Buzzi. La lampada non è consolazione facile né artificio decorativo: è il punto minimo di resistenza della coscienza poetica contro l'oscurità — dell'esilio, del secolo, della storia. Le "ali tremanti" — participio che introduce moto e fragilità insieme — trasformano la fiamma in creatura vivente, quasi organismo che lotta per sopravvivere al proprio consumarsi. È un'immagine che dialoga direttamente con la poetica buzziana della penombra, con quella vigilanza notturna dell'artista che, negli anni della grisaille lombarda, Buzzi aveva fatto propria: il poeta come sentinella di una luce residua, custode di un'intimità che il mondo esterno minaccia costantemente di spegnere.
Letta in questa prospettiva, ՎԵՐԱԴԱՐՁ si configura come un dialogo a distanza tra due mondi che la storia avrebbe potuto tenere separati e che la poesia, invece, avvicina: Milano e Costantinopoli, il Futurismo nascente e il Simbolismo dell'esilio armeno. Ciò che li unisce non è una comune ideologia — Buzzi si muove verso la rottura sintattica e tipografica, Nazariantz resta fedele a una musicalità classica venata di inquietudine moderna — ma una comune tensione verso una lingua poetica liberata dai vincoli del classicismo rigido, capace di accogliere l'incertezza, la sospensione, l'attesa come categorie stesse dell'esperienza poetica novecentesca.
Il crepuscolo, in questo senso, non chiude il poema: lo apre. Non è fine ma soglia — attesa di un'intimità ritrovata, di un ritorno che è insieme geografico, spirituale e, non da ultimo, letterario: il ritorno di un poeta armeno in esilio verso una comunità intellettuale europea che, attraverso la dedica a Buzzi, egli sceglie consapevolmente di rivendicare come propria.