"ՀՍԿՈՒՄ - Veglia" di Hrand Nazariantz trad. Tamar Badalyan commento Carlo Coppola



Commento al testo 
di Carlo Coppola

Assumendo che la dedica «A Lena Meyer» possa essere ricondotta a uno pseudonimo, o più precisamente a un nom de plume costruito attorno al nome Lena, dietro il quale si celerebbe Maddalena De Cosmis, detta Lena, prima moglie di Hrand Nazariantz, la poesia acquista una dimensione profondamente diversa. La lirica non apparirebbe più soltanto come un raffinato esercizio della sensibilità simbolista o come un omaggio destinato a una figura della cerchia intellettuale del poeta, ma potrebbe essere letta come una delle testimonianze più intime della stagione costantinopolitana di Nazariantz, quando la sua esperienza sentimentale e quella poetica erano ancora strettamente intrecciate. Maddalena, con la quale Nazariantz avrebbe condiviso già a Costantinopoli gli anni precedenti al trasferimento in Puglia, entrerebbe così nel testo non semplicemente come destinataria di una dedica, ma come presenza trasfigurata dalla poesia. Il nome «Lena Meyer», nella sua costruzione volutamente europea ed esotizzante, sembra infatti appartenere perfettamente a quel clima cosmopolita dell'intelligenzia costantinopolitana dei primi anni del Novecento nel quale il poeta viveva e maturava la propria identità letteraria: la donna reale viene sottratta alla dimensione puramente biografica e trasformata in figura poetica, quasi avvolta da quel velo di mistero e di eleganza che appartiene alla sensibilità simbolista.

Alla luce di questa possibile identificazione, alcuni passaggi di «Veglia» assumono una risonanza particolarmente significativa. L'espressione «մեր մենավոր հսկումին», la «nostra solitaria veglia», sembra suggerire non tanto l'evocazione astratta di una notte interiore, quanto la memoria di una condizione vissuta insieme: due persone raccolte nello stesso spazio, isolate dal mondo e unite nella sospensione della notte. La veglia diviene così una condizione esistenziale condivisa, un tempo sottratto alla realtà quotidiana nel quale amore, malinconia e poesia finiscono per confondersi. Ancora più significativa è l'invocazione «Մելամաղձոտ քրոջ մը պէս սիրէ՛ զիս», «amami come una sorella malinconica». Il linguaggio apparentemente contraddittorio — amore e fraternità, eros e affinità spirituale — restituisce l'idea di una relazione nella quale la donna amata è anche compagna, confidente e custode di una medesima malinconia. Non è dunque soltanto l'amante a essere evocata, ma una creatura intimamente affine al poeta, quasi una «sorella» nella comune estraneità al mondo.

In questa prospettiva assume un peso particolare anche l'immagine dell'«amore malato», che Nazariantz chiede quasi di poter respirare dolcemente. Non è necessario attribuire a questa espressione un significato strettamente clinico o biografico: nella grammatica simbolista la malattia dell'amore appartiene piuttosto alla sfera della fragilità, dell'inquietudine, della sensibilità esasperata. È un sentimento che non si oppone alla sofferenza, ma sembra nutrirsene e trasformarla in esperienza estetica. Se dietro Lena Meyer vi fosse effettivamente Maddalena De Cosmis, questa immagine potrebbe allora essere letta come la trasfigurazione poetica della loro stessa condizione di giovani compagni, sospesi fra aspirazioni artistiche, inquietudini personali e un sentimento di estraneità rispetto alla realtà circostante.

È soprattutto il desiderio di «dimenticare la vita stranamente vana», sprofondando felicemente nel sogno, a conferire alla lirica il suo carattere più propriamente nazariantziano. L'amore diventa rifugio, ma anche opposizione al mondo: una piccola comunità di due persone costruita contro la dispersione della realtà. In questa fuga nel sogno è possibile riconoscere uno dei motivi fondamentali della poesia di Nazariantz, per il quale la dimensione amorosa, estetica e spirituale tende spesso a fondersi nella ricerca di una realtà diversa da quella contingente. Se collocata negli anni della giovinezza costantinopolitana, questa tensione assume inoltre, con il senno della storia, un valore quasi premonitorio. La vita condivisa nella città ottomana precede infatti gli sconvolgimenti che avrebbero costretto Nazariantz all'esilio e avrebbero definitivamente trasformato la sua esistenza. Non sarebbe tuttavia corretto leggere retrospettivamente ogni verso come una profezia degli eventi successivi: più prudentemente, si può osservare come il desiderio di sottrarsi alla «vita vana» rifletta già quella condizione di inquietudine e precarietà che caratterizza profondamente l'esperienza del giovane poeta.

In questa chiave, «Veglia» acquista dunque un posto particolare nel percorso iniziale di Hrand Nazariantz. È il documento di un momento ancora fortemente segnato dall'idillio simbolista, dalla ricerca di una bellezza assoluta e dalla volontà di trasformare l'esperienza privata in esperienza poetica. Ma, soprattutto, può essere letta come una testimonianza della funzione fondativa che la figura di Lena avrebbe potuto assumere nella sua formazione sentimentale e artistica. Se l'identificazione di Lena Meyer con Maddalena De Cosmis trovasse conferma documentaria, la poesia offrirebbe allora non soltanto un tassello della biografia privata di Nazariantz, ma una prospettiva nuova sulla genesi stessa della sua sensibilità poetica: Maddalena non sarebbe più una presenza da collocare soltanto nella successiva vicenda pugliese del poeta, ma una figura già inscritta nella sua esperienza costantinopolitana, là dove vita, amore, esilio e poesia cominciavano a intrecciarsi. «Veglia» diventerebbe così il fragile documento di un'intimità sottratta al tempo: due esistenze che, per un momento, cercano nella notte, nella malinconia e nel sogno un luogo nel quale poter dimenticare il mondo.