"ՅԱՂԹՈՒԱԾՆԵՐԸ / I Vinti" di Hrand Nazariantz traduzione di Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
«Ils ne sont pas des criminels, ce sont des vengeurs;
l'histoire ajoute que ce sont des héros...»
(Non sono criminali, sono vendicatori;
la storia aggiunge che sono eroi...)
AMILCARE CIPRIANI.
Paris 1900. Le Petit Sou.
Voi che passaste, voi che moriste,
Disperati, come una spuma fugace
Che striscia ignota come voi
Sotto la scure del boia:
Proprio nati per la puzza, per il fango,
Passaste una serie dolorosa di anni
Lungo il cammino spinoso del Golgota,
Legati al palo del galeotto:
Quanti, quanti nuovi Gesù
Voi nascete e morite,
Belli come la vostra nuova fede,
Ed ogni volta, ogni giorno
Inondate con il vostro sangue
La traccia rocciosa dei vostri passi.
Vi muovete tremanti di paura...
Né complici della vostra vita
Né spettatori della vostra tragedia;
Dalle loro daghe d'oro
Con mani oscure seminano la Morte,
Come neri pali di patibolo...
Dalle secolari e molteplici sofferenze
Il genio loro non si saziò,
Fino ai campi insanguinati:
Sottile il guscio dei vostri corpi
È la pietra di fondazione dei Palazzi,
Dove ogni singola pietra ricorda ancora
Ciò che del vostro tumulto è lì cenere,
Dalle gocce del vostro cuore...
Commento di Carlo Coppola
Questa poesia di Hrand Nazariantz (1886–1962) rappresenta un fondamentale crocevia di incontri ideologici ed estetici tra la causa degli oppressi, l'anarchismo risorgimentale e l'avanguardia civile italiana.
La chiave di lettura dell'intero testo risiede nella scelta dell'epigrafe di Amilcare Cipriani («Ils ne sont pas des criminels, ce sont des vengeurs; l'histoire ajoute que ce me sont des héros...»), tratta dalla versione francese di Regicide: Réponse à mes calomniateurs (1900). Lucini cita in francese ed evita la prima e più scabrosa parola, ovvero regicidio certo che in pochi avrebbero potuto cogliere non solo la parzialità della citazione, ma anche la reale portata. Nazariantz non attinge direttamente a Cipriani, bensì eredita questa citazione dalla mediazione di Gian Pietro Lucini. Lucini mise proprio questo passo in apertura a Il Regicidio, celebre poema scritto all'indomani del 29 luglio 1900 per contestualizzare e riscattare il gesto dell'anarchico Gaetano Bresci, che aveva ucciso re Umberto I a Monza per vendicare le vittime della strage di Milano del 1898. Nella circolazione e traduzione francese dei testi luciniani, l'esergo ciprianico divenne la cifra stilistica e morale della giustificazione del tirannicidio.
Nel recepire la citazione luciniana, Nazariantz compie un'operazione di apparente assimilazione acritica che, ad un'analisi più profonda, ne trasfigura completamente il significato:
Dal tirannicidio al martirio collettivo: Se per Cipriani e per il Lucini de Il Regicidio il "vendicatore" è colui che impugna l'arma per fare giustizia contro il tiranno, in Nazariantz i vendicatori perdono la dimensione dell'azione eversiva diretta. Diventano una massa dolente di oppressi («nati per la puzza, per il fango») e condannati («legati al palo del galeotto»). Sono i "nuovi Gesù", i nuovi martiri: La figura dell'anarchico dinamitardo o regicida viene assimilata alla figura del Cristo martire, ma non in senso fisico, in senso simbolico, spirituale oppressori ed oppressi giocano la loro partita non più sul piano effettivo, bensì su quello morale detrattori contro Lucini, detrattori contro Nazariantz, a cui bisogna rispondere con "Revolverate", non già perché questa è la via più semplice, bensì perché è l'unica via contro la loro arroganza senza quartiere contro il loro possesso vile di tutti gli spazi pubblici dai giornali ai libri fino alla difficoltà estrema di trovare una casa editrice per pubblicare i propri testi. Il riscatto non passa attraverso la rivoltella, ma attraverso la testimonianza sorda al limite del proprio sangue che inonda la traccia rocciosa della storia. La via del Sangue allora non può che passare per l'esilio ed è proprio questo esilio volontario ma costretto, ad essere per Nazariantz come una condanna a morte, non dei Giovani Turchi, ma dei saccenti e arroganti che credono di poter possedere il mondo, con la loro immondizia intellettuale, dopo aver svaligiato le cassette di sicurezza immateriali della banca ottomana e aver costretto e aver denigrato tutto ciò su cui non potevano mettere le mani.
Il testo continua a giocare su un falso impianto sociale sferzante della poetica luciniana (quella di Revolverate): "I Palazzi e le daghe d'oro". La pietra dei Palazzi del potere poggia fisicamente sulla carne consumata degli ultimi, mentre i potenti («daghe d'oro») seminano la morte, l'ostracismo, il disprezzo, rimanendo nell'ombra della propria ignoranza.
Nazariantz mutua da Lucini il tono civile, il verso libero sferzante e il rifiuto del decorativismo borghese, ma sposta l'asse concettuale: la vendetta non è più l'atto individuale che abbatte il Re, ma il processo storico e morale in cui il sangue dei dimenticati corrode e mina alla base le fondamenta del potere.




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