"La Bandiera Rossa" di Hrand Nazariantz trad. Tamar Badalyan commento di Carlo Coppola
«Ռ. ՍԵՒԱԿԻՆ»: la bandiera rossa come icona messianica nella poesia di Hrand Nazariantz
Genesi della dedica e orizzonte ideologico
La dedica a Rouben Sevag (1885–1915) non può essere letta come semplice atto di deferenza formale, ma va ricondotta, con la dovuta cautela filologica, al più ampio dialogo fraterno che legò i protagonisti dell'Aztayis Veradznund, il Rinascimento letterario armeno occidentale fiorito nella Costantinopoli di primo Novecento e stroncato, nella persona di molti dei suoi esponenti, dal Genocidio del 1915. Sevag — medico di formazione, poeta di vocazione, autore del Կարմիր գիրքը (Il Libro Rosso, 1910) — incarnò un lirismo permeato di impegno sociale e slancio umanitario che Nazariantz riconosce e rilancia come eredità comune. Occorre precisare, per evitare fraintendimenti anacronistici, che il rosso qui evocato non appartiene al lessico della fazione ideologica novecentesca in senso stretto, bensì a una simbologia più antica e più ampia: il sangue dei martiri, il fuoco rigeneratore, la passione patriottica, la giustizia suprema invocata come categoria quasi teologica.
Struttura e movimento interno del componimento
Il testo si articola in quattro strofe quinquennali (pentastici), governate da un ritmo incalzante e solenne e organizzate attorno all'apostrofe diretta alla Bandiera Rossa (Կարմիր դրօշակ), elevata a entità vivente, quasi titanica e messianica — procedimento retorico che merita di essere collocato, come si dirà, nel solco della poetica proto-futurista e simbolista propria dell'autore.
La prima strofa apre con la chiamata alle armi e la vittoria sull'oscurità: l'incipit «Spiega le tue ali, rosse come la nostra vendetta» (Բա՛ց թեւերդ) fissa una metafora alata in cui il drappo si trasfigura in aquila, o in angelo vendicatore, eretto sopra l'oscurità (խաւարէն) delle vittime. Il contrasto cromatico tra le tenebre del massacro e le tonalità incandescenti della bandiera — արեւագո՛յն, բոցագո՛յն, "color del sole", "color della fiamma" — prepara l'immagine della tempesta ventura, presagio di rivoluzione o di riscatto storico.
Nella seconda strofa si dispiega il tema del risveglio della coscienza nazionale: la bandiera, «inespugnabile come una benedizione», è invocata a inebriare il popolo dal «profondo sonno di schiavi» (խոր քունէն ստրուկի). L'immagine della sfinge millenaria (սֆինքսին... դարաւոր) che ritorna alla vita fonde il mito classico con l'archetipo di un'Armenia antica che si ridesta dalla sottomissione ottomana, in uno slancio titanico che è insieme individuale e collettivo.
La terza strofa costituisce, dal punto di vista filologico e teologico, il nucleo più denso del componimento. Vi si compie la fusione tra simbologia cristiana del martirio ed escatologia politica: la bandiera è detta «nuova croce» (նոր խաչն) per il «Dolore perseguitato», e insieme culla — nelle sue «fasce» (խանձարուրին) — da cui è destinato a nascere il «Messia del nostro supremo e grande voto» (Մեսիան). Il messianismo evocato non va inteso in senso confessionale stretto, ma come figura retorica della liberazione nazionale e spirituale armena, secondo un procedimento di trasposizione simbolica ricorrente nella poesia risorgimentale e post-risorgimentale di ambito non solo armeno.
La quarta strofa, infine, segna l'apoteosi e la spinta verso l'Ideale: «Dona il tuo ruggito alla nostra corsa senza ritorno verso l'Ideale», recita il testo, «con il grande canto della Tempesta che giunge da lontano». Qui si condensa la tipica tensione simbolista e proto-futurista di Nazariantz per l'Ideale (Իտէալ) e per la Tempesta (Փոթորիկին): un movimento proiettato in avanti, senza possibilità di ripiegamento — անդարձ, "senza ritorno" — che chiude il componimento su una nota di irreversibilità storica ed esistenziale.
Collocazione nel percorso poetico di Nazariantz
Il testo reca con evidenza le cifre stilistiche e concettuali della produzione giovanile e costantinopolitana di Nazariantz, precedente all'esilio italiano del 1915 che lo condurrà a Bari. Va ricordato che Nazariantz fu tra i primi, in ambito orientale, a conoscere e a tradurre Marinetti, oltre che frequentatore consapevole del simbolismo francese e italiano — da Lucini a D'Annunzio. La personificazione della bandiera come forza naturale, il lessico fiammeggiante, l'uso insistito dell'esclamativo e del verso libero e impetuoso rispondono coerentemente a quella poetica della "materia che si fa spirito e rivolta" che caratterizza l'intera sua produzione del periodo. Vi si riconosce inoltre l'idea, centrale nella poetica nazariantziana, del poeta come demiurgo e profeta — non semplice contemplatore, ma guida che accompagna il popolo attraverso il Dolore (Ցաւ) verso la resurrezione della Patria.
Il dialogo con Rouben Sevag
Il legame con l'opera di Sevag si addensa attorno a due nuclei tematici principali. Il primo è cromatico: il rosso che dà il titolo al Կարմիր գիրքը — raccolta articolata nelle sezioni L'Orgoglio, La Follia, La Lotta — è in Sevag insieme colore del sangue versato nei massacri hamidiani (1894-1896) e di Adana (1909) e colore della vita e dell'amore, carnale e ideale a un tempo. Nazariantz si pone consapevolmente sulla medesima lunghezza d'onda cromatica e concettuale, riprendendo e amplificando quel doppio valore simbolico. Il secondo nucleo è l'umanitarismo militante: se Sevag aveva cantato, in versi e in prosa, il dolore dei contadini, dei martiri, degli oppressi, Nazariantz risponde a quella voce mostrando come il «Dolore perseguitato» (հալածական Ցաւ) non debba esaurirsi in elegia rassegnata, ma debba trasfigurarsi in «voto supremo» (գերակայ մեծ ուխտ) e farsi croce gloriosa di riscatto — compiendo così, sul piano poetico, quell'atto di continuità e di risposta che la dedica stessa dichiara programmaticamente fin dal titolo.
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