"I Reietti" di Hrand Nazariantz nella trad. prof. Grigor Ghazaryan commento critico di Carlo Coppola






Commento

La pietà come atto poetico 
(il disprezzo come dedica) 

 Vi sono componimenti che rivelano l'anima più profonda di un poeta, momenti in cui la voce lirica si addentra in zone oscure e necessarie della coscienza collettiva. I Reietti è, per Hrand Nazariantz, uno di questi testi cardine — e lo è doppiamente, perché alla forza della materia trattata si aggiunge il peso di una dedica che è, in realtà, un atto d'accusa. Il poeta armeno, figura di rilievo trapiantata nella Puglia barese — Bari fu per lui patria d'elezione, e non a caso la sua voce si intreccia con quella cultura mediterranea attenta agli ultimi — dedica questi versi ad Arshag Chobanyan, ma lo fa con un gesto che ribalta la convenzione stessa della dedica letteraria. Non omaggio, dunque, non riconoscimento di debito intellettuale, bensì contrapposizione polemica, quasi un atto d'accusa mascherato da tributo. È necessario, per comprendere la portata di questo gesto, ricordare chi fosse Chobanyan: scrittore e critico di formazione parigina, mediatore instancabile tra la cultura armena e quella francese, figura che aveva fatto della raffinatezza letteraria e del cosmopolitismo intellettuale il proprio tratto distintivo. Un uomo di lettere, insomma, abituato ai salotti e alle riviste, alla mediazione elegante tra mondi. Ed è proprio questa distanza — tra il letterato che osserva e teorizza da lontano, e il poeta che si sporca le mani nella materia dolente della miseria urbana — a caricare la dedica di un'ironia tagliente, se non di aperto disprezzo. Nazariantz sembra dire a Chobanyan: ecco cosa significa guardare in faccia la sofferenza reale, ecco cosa significa non teorizzare il popolo ma viverne accanto il dolore. La scelta di dedicare a un intellettuale così distante dalla materia trattata proprio il testo più crudo, più fisico, più immerso nel fango e nella neve della Costantinopoli notturna, appare allora come un rovesciamento polemico: quasi un invito, rivolto al destinatario, a scendere dalla torre della raffinatezza per misurarsi con l'"uomo-bestia" e con le sue vittime. La scena si apre su un paesaggio che è già, di per sé, dichiarazione poetica: la neve, il vento feroce, la lanterna che trema nel buio come un "occhio rosso scoppiato". Non è descrizione gratuita, questa, ma correlativo oggettivo di una ferita: l'immagine della luce mutilata anticipa e prepara il dolore umano che la poesia si accinge a raccontare. Nazariantz costruisce così, con pochi tratti essenziali, uno scenario spettrale in cui l'ambiente stesso pare soffrire insieme ai suoi abitanti — un mondo lontanissimo, verrebbe da dire, dalle stanze parigine frequentate da Chobanyan. Al centro di questa notte livida si staglia una figura femminile, una donna sconosciuta che vaga nell'oscurità: non una figura di caduta morale, ma una vagabonda, una reietta tra i reietti, gettata ai margini dalla fame e dal freddo, dall'indifferenza di una società che non la vede più come essere umano. Il poeta compie qui una scelta di straordinaria delicatezza morale: non giudica, non condanna, ma innalza. La donna diventa "Amore vagabondo", diventa "Sorella" — parole che la spogliano di ogni stigma sociale per restituirle una dignità quasi sacrale, martiriale. È il gesto di chi guarda al dolore altrui non con distacco, ma con quella "impotenza fraterna" che è forse la più autentica forma di pietà — una pietà che nasce dal contatto diretto, non dalla mediazione culturale. Ma la poesia non si accontenta della compassione: essa cerca la causa, individua il colpevole. Il contrasto che regge l'intero componimento è quello tra la vittima — consumata dalla fame, dal gelo, dalla miseria, colpevole solo di essere povera e sola — e l'oppressore, l'"uomo-bestia", la società intera che si nutre, quasi con godimento, dello sfruttamento e dell'indifferenza verso gli ultimi. L'eco dell'epigrafe di Mirbeau non è casuale: essa colloca I Reietti dentro una tradizione europea di denuncia sociale — la stessa tradizione, si potrebbe dire con una punta di malizia, che Chobanyan conosceva bene sul piano teorico, ma forse non altrettanto sul piano dell'esperienza vissuta. E tuttavia il finale rifiuta ogni facile assoluzione, anche per lo stesso Nazariantz. Il poeta non si erige a giudice esterno del male: riconosce, con amarezza, che l'istinto della bestia alberga in ogni uomo, se stesso compreso. Si piega, allora, davanti al dolore della donna con un'umiltà che è insieme confessione e condanna, definendosi "Uomo con la schiena spezzata", schiacciato dalla medesima ingiustizia che ha appena denunciato. È in questa complicità morale, dolorosamente ammessa, che I Reietti trova la sua verità più profonda — e forse anche il senso ultimo della dedica: non superiorità morale nei confronti di Chobanyan, ma un rimprovero che si estende, alla fine, a tutti, poeta compreso.