è un'Associazione Culturale. Ha lo scopo di diffondere e ampliare la Conoscenza dell'opera di Hrand Nazariantz e della cultura letteraria, artistica, musicale del Vicino Oriente Europeo e Asiatico.

31 dicembre 2009

Concert en Mi mineur by Van Den Budenmayer

Annuncio a voi tutti una grande scoperta è stato trovato il testo del concerto in en Mi mineur di Van Den Budenmayer Concerto en Mi mineur.
Si tratta del II Canto del Paradiso di Dante!!!



O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d'ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,

Non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.

L'acqua ch'io prendo già mai non si corse;
Minerva spira, e conducemi Appollo,
e nove Muse mi dimostran l'Orse.

30 dicembre 2009

Auguri 2010

Buon Anno a tutti coloro che lottano con il cuore per una breve speranza;
Buon Anno a quelli che ci credono, a quelli che scuotono sempre la testa, a quelli che "tanto ormai"....
Buon Anno a chi non si fa sopraffare dagli eventi a chi crede negli ideali e sa battersi per esse.
Buon Anno a quelli che non stanno a guardare;a quelli che si rimboccano le maniche e sanno rialzarsi dopo ogni caduta.
Buon Anno a quelli che sono convinti che c'è ancora molto da fare per un mondo migliore.
Buon Anno a chi si alza presto per aiutare un amico; a chi ha l'entusiasmo di un bambino, ma pensieri da uomo; a chi vede nero solo quando e' buio; a chi nei momenti difficili sa dire "domani è un altro giorno".
Buon Anno a chi soffre, a chi subisce violenze, a chi cerca la pace…
Buon Anno a Te che stai leggendo questo messaggio.
L'anno che sta arrivando Ti porti fortuna, pace, serenità, amore…
Auguri di cuore.

29 dicembre 2009

Ancora a Colino Damiani (Camminando per Bari vecchia)

[versi di Carlo Coppola]

Strade strette attraverso,
per raggiungere San Giacomo.
Pomeriggio oscuro di primavera
per le vie di Bari Vecchia.
Sbaglio strada ed ecco “Il Gesù”.
Mi fermo un attimo a contemplare
i luoghi in cui mio nonno in gioventù
era venuto a pregare,
con speranze per l’avvenire,
con intenti di un mondo migliore.

Guardo attorno, questa o quella casa,
ricostruendo i racconti di zia Laura
e delle storie della famiglia:
ogni tanto qualcosa di nuovo,
ogni volta un accento diverso,
ed io di questo contento,
mi compiaccio ora
nel vedere le tracce:
Narrazioni fatte a matite,
con il lapis della memoria,
che nessuno può cancellare.

Ci potranno sottrarre parole,
ci potranno zittire per sempre,
ma i ricordi più belli di noi
li porteremo freschi, o ingialliti dal tempo,
fino alla soglia di Dite.

28 dicembre 2009

In ricordo di Colino Damiani - Sindaco di Bari

Colino Damiani è tornato alla casa del Padre.
Non è una notizia per altri ma solo per me!
sono arrivato tardi, talmente tardi da non poter partecipare ai suoi funerali
Me ne ha raccontato mia madre e io l'ho appreso in mentre pranzavo, appena tornato dal "confino politico", ove mi trovo a Saltrio nella provincia di Varese, al limite di stato con la Svizzera.
Il prof. Damiani era stato amico di gioventù di Aldo Moro e di mio nonno Carmine Antonio Vox, ed è stato il primo consulente dell'ormai abortito progetto "Una passeggiata invernale: Aldo Moro è stato giovane", promosso e poi rimosso da Anche Cinema, Apulia Film Commission e altre esacerbate quantità di stolidi e laidi personaggi.
La prima volta che lo incontrai mi accolse con gentilezza e mi disse come dico i vecchi di far presto perché sapeva che ogni giorno poteva per lui essere l'ultimo.
Aveva un fisico robusto perché era stato campione di nuoto da giovane, conosceva l'inglese molto bene perché da ragazzo aveva studiato anche negli Stati Uniti con un progetto fulbright.
Era stato sindaco di Bari, primo sindaco con una giunta aperta a sinistra.
Sapeva usare il computer molto bene, scansionare foto inviare posta elettronica e fare altre ricerche. L'ultima volta lo sentii per la Pasqua dello scorso anno per riferirgli che il progetto sul suo amico Alduccio era stato scippato ignominiosamente per le follie delle persone. Mi ha voluto bene e io ne ho voluto a lui perché rappresentava una delle ultime colonne della Bari che amavo, e che oggi si aggira senza dignità nella storia e nella geografia di una nazione scialba, lontana da quella amata da Colino Damiani.
Ora ciò che importa è che il prof. Nicola Damiani abbia raggiunto il suo amico Aldo e le altre colonne della Bari goliardica nel paradiso della verità.

25 dicembre 2009

Per amore del mio popolo non tacerò [parte 4°]

NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO

Appello


Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”.
Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam.3,17-26).
Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e
veleno”.

Natale 1991

Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; Santuario di M.SS. di Briano)

Per amore del mio popolo non tacerò [parte 3°]

Impegno dei cristiani

Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.

Dio ci chiama ad essere profeti.

- Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18);

- Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);

- Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);

- Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)

Coscienti che “il nostro aiuto é nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che é la fonte della nostra Speranza.

Per amore del mio popolo non tacerò [parte 2°]

Precise responsabilità politiche

E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli.
La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale.
L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili.

Per amore del mio popolo non tacerò [parte 1°]

Siamo preoccupati.
Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
 
La Camorra
La Camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

A diciotto anni da "Per amore del mio popolo"

Diciotto anni fa, il 25 dicembre 1991, dai pulpiti delle chiese della Foranìa di Casal di Principe, risuonava un grido di dolore e un invito alla mobilitazione contro la camorra.
Per amore del mio popolo era il titolo dell’appello ispirato da don Giuseppe Diana e fatto proprio dai parroci di Casal di Principe, di San Cipriano d'Aversa, di Casapesenna, di Villa Literno, di Villa di Briano e del parroco del Santuario della Madonna di Briano.
Il documento era innanzitutto un invito alla ribellione per quel che succedeva in queste terre, quando a cadere sotto i colpi della violenza camorristica erano decine di persone, per lo più giovani che avevano scelto la strada della violenza e della sopraffazione.
Un documento profetico, che ancora oggi è attuale nella denuncia, nell’analisi e nell’invito alla mobilitazione di ogni cittadino che ha a cuore le sorti del proprio territorio.
A Natale del 2009, nel ricordare quella scelta coraggiosa di chi non si piegò alla camorra e diede la vita per il suo popolo per avere scelto di amarlo e di non tacere, vogliamo rilanciare quell’appello e la necessità di continuare a far camminare le idee di don Giuseppe Diana, affinché queste terre siano definitivamente liberate dalla presenza della camorra.

Santo Natale e Propizio 2010
Libera Coordinamento di Caserta e Comitato don Peppe Diana

16 dicembre 2009

Pensando Otello di Carlo Coppola

È la storia del Moro di Venezia, non il racconto di una ascesa al potere, ma il crollo delle aspirazioni politiche, sentimentali, sociali racchiuse nel significato del ‘gesto’.
 Un invito a non fidarsi dei consiglieri a volte, o troppo spesso fraudolenti, ma anche la versione imbastardita e lo sviluppo della “fabula antiqua” di Medea, condotto in epoca moderna ad un approdo speculare rispetto al modello di partenza: un altro esempio della società multietnica che si infrange per invidie, gelosie e rivalità attraverso l’esplosione di bassi istinti sopiti.

È il trionfo del conservatorismo e dei valori di piccole comunità che non sono degne di essere definite patrie, che costringono prima Medea e poi il Moro a indossare ferocemente la maschera di xenos, straniero e per meglio dire estraneo, e che si vedranno ennesime vittime alla fine del secolo XIX i protagonisti nel dramma ibseniano di Casa Rosmer. Proprio la ricomposizione, e affermazione, di questa ‘maschera’ riporta ad istinti profondamente bestiali che fanno dello straniero non più un concetto di pura astrazione ma una concretizzazione del pensiero stesso del male e del pericolo. La diversità e l’estraneità diventano di per se stesse elemento di colpa, che dà poi inizio alla brutalità e non è un caso che il termine  diviene dopo il V sec. A. C. sinonimo di gente che commette azioni turpi ed empie.
Anche il tema specifico del colore di pelle del Moro, è presente nella quasi coeva evoluzione del più maturo barocco europeo dove Gian Battista rappresentava belle schiave nere e questo solo effetto doveva essere certamente molto esotico. A dire il vero però che Otello fosse nero come viene rappresentato dalle sue prime apparizioni on the stage non c’è nessuna prova, soprattutto se pensiamo che il termine Moro poteva indicare anche il colore di pelle degli Arabi. Eppure lo sviluppo apportato dalla fabula di Otello al panorama culturale è certamente notevole, in quanto un Moro diventa addirittura un importante funzionario della Serenissima Repubblica, soprattutto se pensiamo che per avere la certezza storica di un atto di questo tipo si dovrà aspettare la fine degli anni ’50 del secolo appena trascorso, e l’opera del Patriarca di Venezia Roncalli, poi Papa col nome di Giovanni XXIII.

Mentre tutti i passaggi dello sviluppo asseverativo sono presenti in Medea, in Otello si saltano molti dei sintagmi narrativi perché il tipo di pubblico cambia. Se il dramma euripideo era assolutamente popolare e doveva necessariamente spiegare una serie di dati e tappe, partendo da un antefatto e finendo con la condanna il più possibile plateale e sociale della turpe maga-straniera, così non poteva essere per l’opera dello Shakespeare. Il target shakespiriano si presentava, infatti, meno vasto, e certo più elitario. 

Il fine drammatico doveva coincidere con quello pedagogico oltre che con l’aspetto morale. Rispetto al popolo ateniese spettatore delle tragedie negli anfiteatri, ai londinesi del Globe si richiedeva un maggiore sforzo critico che riguardasse le piccole cose: the movements on the stage dovevano essere assai pieni di significato ed al pubblico spettava il compito di cogliere gli aspetti di sincerità ed insincerità dei personaggi, dei fazzoletti ingannatori ed anche le variazioni e gli esiti interni ai vari players. Insomma lo spettatore inglese era costretto ad una attenzione sensoriale ma soprattutto a cogliere le varie realtà psicologiche, cosa che nel pubblico ateniese era espressamente dichiarata dalle sottolineature del coro.

Né contro Iago né contro Otello si schiera l’autore dipinge scene con poche pennellate alla maniera di Guido Reni lascia tutti doppiamente nel dramma con un’ipotesi aperta sulla fine di tutti tranne che di Desdemona, di cui ci pare certa la fine dalle mani del Moro. Ognuno attende la sua fine per mano del drammaturgo che fa rima con demiurgo, come in Che cosa sono le nuvole cortometraggio di P.P. Pasolini, dove l’incerta fine coincide con la certezza della reale distruzione di ogni burattino e di ogni aspettativa nella Ghenna, ovvero nella discarica, e nel nulla.

di Carlo Coppola

10 dicembre 2009

Time after time [Tuck & Patty]



Lying in my bed I hear the clock ticks and think of you

Caught up in circles, confusion is nothing new
flash back warm night, almost left behind
suitcase of memories
Time after sometime you pictured me
I'm walking too far ahead
you're callin' to me
I can't hear what you've said
you said: "Go slow, I fall behind "
the second hand unwinds

If you're lost you can look and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you, I'll be waiting
Time after time
If you're lost you can look and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you, I'll be waiting
Time after time

I turn, my picture fades
and darkness has turned to grey
watching through windows
you're wondering if I'm OK
Secrets stolen from deep inside
the drum beats out of time

If you're lost you can look and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you, I'll be waiting
Time after time

you said: "Go slow, I fall behind "
the second hand unwinds

If you're lost you can look and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you, I'll be waiting
Time after time
If you're lost you can look and you will find me
Time after time
If you fall I will catch you, I'll be waiting
Time after time

Time after time.......

06 dicembre 2009

Le streghe di Pistoia

Un senso di schifo e di vergogna ci pervade oggi nei confronti di quelle donne che qualcuno si ostina a chiama ignominiosamente le "maestre d'asilo di Pistoia", e con loro contro tutte quelle streghe che approfittando del loro ruolo di educatore osano interferire tanto vigliaccamente nei confronti dei piccoli.
La cosa è grave e da più parti in Italia questo accade, e la reintroduzione della maestra elementare unica non fa che sottoporre i più piccoli a rischio di finire sotto le grinfie di persone indegne umanamente e moralmente del ruolo che occupano.
"Homo Homini Lupus" è un fatto vero, su cui riflettere e sul quale la storia della filosofia ha scritto e riflettuto, ma "Homo pueri Lupus" è schifoso.
Per certe persone occorrerebbe la massima pena, non prevista dai codici e negata dalla nostra Costituzione Italiana.
Ma la madre dei cretini è sempre in cinta, e quindi assistiamo anche a intenzioni di giustizia sommaria e si moltiplicano anche le minacce alle due aguzzine da parte di chi cavalcherebbe qualsiasi vicenda per fomentare una violenza privatissima e maniaca quanto quella delle due streghe.
Così leggiamo su www.newnotizie.it un interessante articolo di Giorgio Piccitto:
“Se qualche genitore di quei bambini legge questo messaggio è autorizzato a chiamarmi. Lascio lavoro e famiglia, vengo lì e le faccio a pezzi”. Segue nome e recapito telefonico. E’ questo il tenore di uno dei tantissimi messaggi che sono comparsi su Facebook nei gruppi nati dopo l’arresto di Anna Scudieri e Elena Pesce, titolare e maestra dell’asilo Cip Ciop di Pistoia, accusate di maltrattamenti nei confronti dei bambini affidati loro.
La terribile vicenda non ha lasciato indifferente il grande popolo della Rete, e subito dopo l’arresto si sono moltiplicati i gruppi di condanna nei confronti delle due donne: sui maggiori social network, Facebook in primis, sono comparsi messaggi di solidarietà ai bambini vittima dei maltrattamenti e alle loro famiglie, propositi di organizzare fiaccolate e manifestazioni davanti al carcere di Sollicciano, dove le donne si trovano recluse.
Ma c’è anche chi, purtroppo, ha utlizzato toni ben più accesi, e accanto alla solidarietà si leggono tante minacce. Così c’è chi incita al linciaggio, chi alla mutilazione o alla lapidazione, chi fa appello alle detenute del carcere di Sollicciano affinchè riservino un trattamento adeguate alle due colpevoli di tale infamia. Alcuni utenti si danno appuntamento di fronte alla casa delle due donne, altri invitano i genitori a farsi giustizia da soli.
Anche i nomi dei neonati gruppi lasciano poso spazio all’immaginazione : tre di loro inneggiano all’ergastolo e alla pena di morte, e c’è chi suggerisce come pena alternativa: “Lasciatele un pomeriggio ai componenti di questo gruppo”.

01 dicembre 2009

A long december [by Counting Crows]

a long december

A long December and there's reason to believe  
Maybe this year will be better than the last
I can't remember the last thing that you said as you were leaving   
Oh the days go by so fast
 
And it's one more day up in the canyons
And it's one more night in Hollywood
If you think that I could be forgiven
I wish you would
(Na na na, etc. yeah)

The smell of hospitals in winter
And the feeling that it's all a lot of oysters, but no pearls
All at once you look across a crowded room
To see the way that light attaches to a girl

And it's one more day up in the canyons
And it's one more night in Hollywood
If you think you might come to California
I think you should
(Na na na, etc. yeah)

Drove up to Hillside Manor sometime after 2 a.m.
And talked a little while about the year
I guess the winter makes you laugh a little slower
Makes you talk a little lower about the things you could not show her

And it's been a long December and there's reason to believe
Maybe this year will be better than the last
I can't remember all the times I tried to tell myself
To hold on to these moments as they pass

And it's one more day up in the canyon And it's one more night in Hollywood
It's been so long since I've seen the ocean
I guess I should
(Na na na, etc. yeah)


(Traduzione Italiana)

Un lungo dicembre

Un lungo dicembre,
e c'è ragione di credere
che quest'anno sarà migliore dell'ultimo.
Non riesco a ricordare le ultime cose
che mi hai detto mentre te ne andavi,
e i giorni se ne vanno così veloci.

Ed è un altro giorno in piedi nei canyon,
un'altra notte a Hollywood.
E se pensi che io possa essere perdonato,
vorrei che lo facessi.

L'odore degli ospedali in inverno,
e la sensazione che sia solo un mucchio d'ostriche,
ma senza perle.
All'improvviso guardi attraverso una stanza affollata
solo per vedere il modo in cui la luce si posa su una ragazza.

Ed è un altro giorno in piedi nei canyon,
un'altra notte a Hollywood.
E se stai pensando che potresti venire in California,
credo che dovresti.

Ho guidato fino a Hillside Manor
una volta dopo le 2 del mattino,
ed ho parlato un po' di quest'anno.
Credo che l'inverno
ti faccia ridere un po' più lentamente,
e parlare un po' più piano
delle cose che non potevi mostrarle.

È stato un lungo dicembre,
e c'è ragione di credere
che quest'anno sarà migliore dell'ultimo.
Non riesco a ricordare tutte le volte
che ho cercato di dire a me stesso
di aggrapparmi a questi momenti, mentre passano.

Ed è un altro giorno in piedi nei canyon,
un'altra notte a Hollywood.
È così tanto tempo che non vedo l'oceano…
Credo che dovrei.

29 novembre 2009

Anna Terio in Pinter's Anatomy

Questo blog saluta e plaude alla sua co-atrice Anna Terio impegnata nel nuovo lavoro teatrale di Ricci/Forte Pinter’s anatomy.
Anna Terio è un'attrice e per diletto anche poetessa, disegnatrice e blogger di talento.
A lei, Stefano Ricci e Gianni Forte, e a tutti i componenti del gruppo di lavoro i megliori auspici per il nuovo debutto.


Language in art remains a highly ambiguous transaction,

a quicksand,
a trampoline,
a frozen pool which might give way under you…
at any time. 



Ricci/Forte: Pinter’s Anatomy
With: Marco Angelilli, Pierre Lucat, Giuseppe Sartori and Anna Terio
Style concept: Simone Valsecchi
Director’s Assistant: Elisa Menchicchi

Images: © Mauro Santucci, from rehearsals of Pinter’s Anatomy by Ricci/Forte, during November 2009 in Rome. The actual performance will take place in the dressing rooms of Teatro San Giorgio in Udine, illuminated by pop green neon lights. Each performance is for only three viewers at the time (8 / 8.30 / 9 / 9.30 / 10 / 10.30 pm), relating to Pinter’s he/she/lover… Pinter’s Anatomy by Ricci/Forte is a part of Living Things / Harold Pinter: Classical and Contemporary Forms for the Theatre Maestro, taking place in Udine from 14 November – 8 December 2009.

Quote: Harold Pinter, Nobel Prize acceptance speech, 2005

26 novembre 2009

Versi sparsi



di Carlo Coppola

CUCITURA


In strada


Aspetto

ascolterò una voce profonda e sapienziale,
Attendo.

Sotto la luce gialla

di alti fanali
la gente passa veloce.

Ascolterò i sottili rumori

i rumori esili, i pesanti rumori.

Il bisogno si fa forte ormai

né il bene mi tocca, né male mi assale
ma solo l’incessante
e forse vacua

ATTTESA!


_______________________________

L’amore che si fa

[Dolcissimo arrivo di un viaggio

è il segno che imprimo
ancora una volta ai miei passi!

La ricerca non è stata forzata                           <(Assunto1°)


Cammino nell’assoluto                                    <(Assunto 2°)

immergo i miei denti
nella preda che, fiacca a me cede:

Un buon pezzo di carne

tenera al mio coltello
ben regge i miei assalti,
tagli netti sulla sua tenera pelle.

Eppure i miei denti cadrebbero

o si spezzerebbero...
al solo provarne il sapore.]
                                      
                + d e s i d e r i o f i n a l e
_______________________________
 
Un braccio descrive una lotta:

in una casa oscura il ricorso a questa vertigine, sprofonda.


Mi mostro celebrante del mondo:

Ho paura e sono stanco, non voglio viaggiare all’infinito
ma sento l’oggi e ‘l ieri si dividono.

Un pensiero,

e poi il silenzio del cuore: scoprirò presto l’essenza del vivere solo.
Il mio mondo sembra corrompersi e da lontano vi scorgo il corruttore.

25 novembre 2009

Quando mi parli al telefono [di Mario Luzi]



Quando mi parli al telefono
e mi s'aprono
d'incanto i paradisi
della vocalità -
gli accordi
e i tocchi d'arpa
soffici
appena subsquillanti
di quella voce dai precordi sono
tuoi, sì, ma intanto
è il calmo pelago
della muliebrità
che entra
festosamente ruscellando
nel mattino della stanza
e mi dilava da me,
si porta via la mia nascita,
mi cancella dalla mia morte
lasciandomi sospeso...
è o non è
chi? me stesso
ed il mio ascolto - le dicono da tempo
i suoi interlocutori
uomini o angeli.

24 novembre 2009

Cardiologiia [di Francesco De Gregori]



perchè nel sogno della vita
Tu ci sei sempre
nella fysis e oltre la fysis.


Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.

Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”

Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente.

A margine di Bluesman [di Efraim Medina]

dalla pagina ufficiale di Efraim Medina su facebook

Nella cosiddetta realtà, quella cui ci attacchiamo in maniera morbosa, anche i fatti possono giustapporsi, è solo che facciamo una lettura funzionale e intendiamo l'errore come un qualcosa da segregare, negare, giudicare, evitare, soffrire e condannare.
L'errore non è una cifra in rosso o non dovrebbe esserlo, l'errore è oggettivo.
Così l'infedeltà e il consumo di cocaina sono visti come azioni peccaminose o riprovevoli, almeno su un piano generale, pratico e "legale" della realtà.
Ma nella singolarità dei fatti l'individuo avrebbe la sua risposta e sicuramente ragioni inconfutabili per giustificare le sue azioni.
Ma giustificare equivale a stimare la colpa, a riconoscere o riaffermare l'errore.
Giustificarsi è un'enfasi, un atto-riflesso, parte dell'allenamento funzionale giacché la realtà è meglio di niente, un tipo di religione, anche una droga con troppi tossicodipendenti.
Quale sarà la risposta?

17 novembre 2009

FINO ALL'ULTIMO MINUTO (di Litaliano e Reverberi)


Fino all'ultimo minuto
ti ho tenuta accanto a me.
Fino all'ultimo minuto
non volevo dirti addio.
Ma non ci sei mai
quando piangono i miei occhi
nelle sere senza fine non ci sei.
Fino all'ultimo minuto
ho sperato che laggiù
fino all'ultimo minuto
sarei stato insieme a te.
Ma tu non ascolti
quelle voci senza suono
che si cercano sul mare
e han bisogno di qualcuno
fino all'ultimo minuto.

Ma tu non ascolti
quelle voci senza suono
che si cercano sul mare
e han bisogno di qualcuno
fino all'ultimo minuto.

15 novembre 2009

Come le foglie [Mimnermo]


Al modo delle foglie che nel tempo
fiorito della primavera nascono
e ai raggi del sole rapide crescono,
noi simili a quelle per un attimo
abbiamo diletto del fiore dell’età,
ignorando il bene e il male per dono dei Celesti.
Ma le nere dèe ci stanno a fianco,
l’una con il segno della grave vecchiaia
e l’altra della morte. Fulmineo
precipita il frutto di giovinezza,
come la luce d’un giorno sulla terra.
E quando il suo tempo è dileguato
è meglio la morte che la vita.

Beni confiscati alle mafie [Libera - Caserta]


don Ciotti "L'emendamento della Finanziaria votato ieri al Senato tradisce lo spirito della legge sui beni confiscati".

1995 - Raccolta di firme per una legge popolare sulla confisca e il riutilizzo dei beni alle mafie


1995 - Raccolta di firme per una legge popolare sulla confisca e il riutilizzo dei beni alle mafie
«Con l'emendamento votato oggi al Senato che consente la vendita dei beni immobili confiscati alle mafie, viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività.
Il divieto di vendere questi beni è un principio che non può e non deve, salvo eccezioni, essere messo in discussione. Se l'obbiettivo è quello di recuperare risorse finanziarie strumenti già ce ne sono, a partire dal "Fondo unico giustizia" alimentato con i soldi "liquidi" sottratti alle attività criminali, di cui una parte deve essere destinata prioritariamente ai famigliari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia.
Ma è un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan.
Facciamo un appello a tutte le forze politiche perché questo emendamento, che rischia di tradursi in un ulteriore "regalo" alle mafie, venga abolito nel passaggio alla Camera».

12 novembre 2009

I see a Darkness [by Bonnie 'Prince' Billy]


Well, you're my friend
And can you see
Many times we've been out drinking
Many times we've shared our thoughts
Did you ever, ever notice, the kind of thoughts I got
Well you know I have a love, for everyone I know
And you know I have a drive, for life I won't let go
But sometimes this opposition, comes rising up in me
This terrible imposition, comes blacking through my mind

And then I see a darkness
Oh no, I see a darkness
Do you know how much I love you
Cause I'm hoping some day soon
You'll save me from this darkness

Well I hope that someday soon
We'll find peace in our lives
Together or apart
Alone or with our wives
And we can stop our whoring
And draw the smiles inside
And light it up forever
And never go to sleep
My best unbeaten brother
That isn't all I see

And then I see a darkness
Oh no, I see a darkness
Do you know how much I love you
Cause I'm hoping some day soon
You'll save me from this darkness.

11 novembre 2009

Lettera ai sindaci dell'agro ["Comitato don Peppe Diana"]

Con grande orgoglio condividiamo e pubblichiamo le riflessioni  riportate nel nuovo comunicato di Libera - Caserta  "Comitato don Peppe Diana"
Si tratta di una lettera aperta ai sindaci dell'agro aversano che vale la pena di essere letta e condivisa.

Dalle Terre di don Peppe Diana nessuna disattenzione ma segnali netti e inequivocabili!

La stagione stragista della camorra casalese che, a partire dalla primavera del 2008 ha seminato morte e terrore nelle nostre contrade sta approdando nelle aule dei tribunali.
Lo sforzo congiunto delle forze dell’ordine e della magistratura, dello Stato e delle istituzioni locali ha dimostrato che è possibile battere la camorra e fermarne la barbarie che ha visto il suo culmine nella strage di Castel Volturno.
Ora che si apre la stagione dei processi ai responsabili di quella inaudita escalation di morte non è possibile alcun calo di tensione e alcuna distrazione.
Uno dei principali impegni assunti dal coordinamento dei sindaci dell’Agro Aversano, riuniti a Casal di Principe lo scorso 18 marzo alla presenza di don Luigi Ciotti, fu quello di costituirsi parte civile nei processi a carico della camorra.
Questo non è ancora avvenuto e noi cittadini responsabili che abbiamo marciato in tanti nel nome di don Peppe Diana nel 15° anniversario della sua uccisione a Casal di Principe sentiamo il dovere di dirlo a voce alta.
Chiediamo a tutti i sindaci dell’Agro Aversano di porre rimedio a questa spiacevole disattenzione lanciando quel giusto e doveroso segnale che la cittadinanza attende dai propri rappresentanti.
Tutti i sindaci, a nome di tutte le loro comunità, parte civile contro la camorra assassina!

                                                                                  Libera Caserta
                                                                                  Comitato don Peppe Diana

07 novembre 2009

il Delitto di Cocquio Trevisago [da C. E. Gadda]

Vorrei riproporre una pagina meravigliosa di Carlo Emilio Gadda tratta da "Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana" a dire il vero si tratta di un collage:

La “colluttazione” se pure era da credervi, doveva essere stata nient’altro che un misero conato, da parte della vittima, uno sguardo atterrito e subitamente implorante, l’abbozzo di un gesto: una mano levata appena, bianca, a stornare l’orrore, a tentar di stringere il polso villoso...
Una cerea mano si allentava, ricadeva… quando Liliana aveva già il cortello dentro il respiro, che le lacerava, le straziava la trachea: e il sangue, a tirà er fiato, le annava giù ner polmone: e il fiato le gorgogliava fuora in quella tosse, in quello strazio, da paré tante bolle de sapone rosse: e la carotide, la jugulare, buttaveno come due pompe de pozzo, lùf lùf, a mezzo metro de distanza. Non aveva potuto, non aveva osato afferrare il tagliente, o fermare la determinazione del carnefice. Si era conceduta al carnefice.
La mano implacabile e nera dell’omicida, la sinistra, che già le adunghiava il volto e le arrovesciava il capo a ottener la gola più libera, interamente nuda e indifesa contro il balenare d’una lama: che la destra aveva già estratto a voler ferire, ad uccidere.

Un colpo ancora: gli occhi! Della belva infinita. La insospettata ferocia delle cose...le si rivelava d’un subito. E vedeva quegli occhi, non più d’uomo, sulla piaga: ch’era ancora da lavorare. e si sentiva il sangue, nella bocca, ma lo spasimo le toglieva il senso, annichilava la memoria, la vita.
Ancora sangue: delle trecce palesi ne lo sciacquatore de cucina: diluito, da parer quello d’una rana: e molte gocce scarlatte, o già nere, sur pavimento, rotonde e radiate come fa il sangue a lassallo gocciolà per terra: come sezioni d’asteroidi. Il dolce pallore del di lei volto, così bianco nei sogni opalini della sera, aveva ceduto per modulazioni funebri a un tono cianotico, di stanca pervinca: quasicché l’odio e l’ingiuria fossero stato troppo acerbi al conoscere, al tenero fiore della persona e dell’anima.
Le mani, bianchissime, con quelle tenere unghie, color pervinca, ora, non presentavano tagli: non aveva potuto, non aveva osato afferrare il tagliente, o fermare la determinazione del carnefice.
L’incaricato dell’ufficio criminologico escluse il rasoio, che dà tagli più netti, ma più superficiali, così opinò,e,in genere, multipli: non potendo venir adibito di punta, né con tanta violenza. Violenza? Si, la ferita era profondissima, orribile: aveva resecato metà il collo, a momenti.

05 novembre 2009

Il colore della Menzogna [di Carlo Coppola]

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Prima versione
Fasci di luce disegnano ombre, reiterando un avvio costante (quasi) una sorpresa oltre la quale non si riconosce più nulla. La polvere ha solo il sapore del vuoto:abolire parole, consacrare parole. Parvenze. E non c’è avvenire. Sembra rabbia che non risponde ai richiami e si trasformi senza alternare colori (quasi) il desiderio di ridurre a sé l’idea di un mondo a cui si detrae significato, anche se solo a piccoli tratti.

Seconda Versione

Sospetti, esistenze naufraghe, delitti, illusioni. Lo sguardo ceruleo, e livido sulla provincia Francese, delicata e feroce come di qualsiasi provincia, brucia il posto all’estraneo contraendone le aspettative senza il peso del rimorso. Ognuno si fa mistero, e sospetto, per l'altro e per se stesso. Verità e menzogne se ne stanno, simili a quadri che ingannano con finte prospettive ma con indiscussa solidità rappresentativa. Tutto è inganno. Un groviglio racchiude i colori di mezze verità, di sinonimi e contrari, tutto è parvenza, a significare l’estraneità di ogni impressione plausibile a qualsiasi vicenda umana. Anche i corpi ingannano: una moglie bambina col corpo di donna ha occhi allagati nella malinconia. Ciò che resta alla fine è solo un filo percorribile da capo a coda, che non prevede lungo il suo percorso lacune di senso, ma solo al massimo solo raccordi. La menzogna è davvero il motore di ogni azione artistica ed emotiva.

Terza versione
Sospetti, illusioni, parvenze nella elitaria provincia francese. Nessuno sguardo sotteso, nessun incontro su cui incomba l’amore. La luce non si disgrega sulla realtà, ma proitta e modifica l’ombra di un quotidiano che non incombe. Nessun corpo in ricerca ma solo teste. Groviglio asciutto, secco rinsecchito, antiemotivo. Groviglio di parvenze. Teste senza anima, intente solo alla seduzione di altre teste, a riempirne di cupezza il volto. Ciò che resta è un filo percorribile da capo a coda, che non prevede, lungo il suo percorso, lacune di senso, ma solo, al massimo, raccordi e putrefazione.

02 novembre 2009

Ricordando Alda Merini con un "Delirio Amoroso"



Ricordare Alda Merini lo fanno tutti io provo a farlo con un alcune note su Delirio Amoroso un lavoro teatrale che Licia Maglietta trasse dalle sue opere. Ciao Alda


"Quando viene calato il sipario di un inaudito teatro, le marionette sono fuori, spente. Noi invano cerchiamo usignoli d'amore. Invano cerchiamo ciottoli per oscuri rosari. Il nostro padre è stato analizzato senza la psicanalisi. Buttate via le cliniche psichiatriche che ci difendono dalla follia! Com'è grande il delirio!"

Alda Merini

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"A Licia Maglietta....

La tua grazia superba e tribale
quel tuo nudo di donna
che esce dagli incanti delle parole
quel tuo seno rappreso dentro i giorni
del tuo vestito succinto
di pura vestale del suono.
Ahimè! Quante domande Licia.
Quanti amanti di sogno
ti hanno tenuta viva tra le braccia
come un pesce che anela l’agonia
e dopo quel tuo sguardo superbo
di patrizia di antica Roma
ecco i miei figli
sono degni dell’impero."


Alda Merini per Licia Maglietta
Milano, 20 marzo 1995





Delirio amoroso


un monologo di Licia Maglietta su testi di Alda Merini

costume
Katia Manzi
luci
Pasquale Mari
suono
Daghi Rondanini
direzione tecnica
Lello Becchimanzi

una produzione Teatri Uniti a cura di Angelo Curti

01 novembre 2009

"I disarmati" di Claudio Fava a Casal di Principe

Mercoledì 4 Novembre, alle ore 19,00, presso il Teatro della Legalità, Viale Europa, Casal di Principe, in ricordo di Tonino Cangiano, morto di recente dopo 21 anni di sofferenze, seguite ad un attentato camorristico subito nel 1988, le associaiozni: Jerry Masslo, Sinistra2000, Amici della musica, Scuola di Pace don Diana, Comitato don Peppe Diana, Libera/Caserta, coop Eureka , PRESENTANO L'ultimo libro di CLAUDIO FAVA " I DISARMATI" , sarà presente lo Storico Luigi Mscilli Migliorini, coordina Rosaria Capacchione . SARA' PRESENTE L'AUTORE

I disarmati è un viaggio che racconta i complici del silenzio e del consociativismo mafioso: nel giornalismo, nella politica, nella società civile. Per una volta, con i nomi e i cognomi al loro posto.

"C’è un episodio, all’inizio degli anni Novanta, che dà la cifra esatta del grado di subalternità alla mafia. Alla famiglia degli Ercolano, cognati di Santapaola, erano stati affidati due compiti: ad Aldo quello di ammazzare, eseguendo personalmente gli omicidi oppure distribuendoli alla sua squadretta di sicari; al padre Giuseppe spettava invece il compito di riciclare i denari della Famiglia attraverso imprese di trasporti, supermercati, sale gioco."
La mafia dei padrini e dei criminali da una parte, l’antimafia dei giudici e delle forze dell’ordine dall’altra. Per molto tempo abbiamo raccontato la guerra a Cosa Nostra come una lotta fra bene e male, fra buoni e cattivi. Come se si trattasse di vicende di cui altri - non noi - erano i protagonisti: così gli eroi sono diventati martiri, la cronaca è diventata tragedia e la memoria s’è ridotta alla commemorazione dei nostri morti: Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, un pugno di giornalisti, qualche prete, un paio di politici. Ripercorrere oggi la storia dell’antimafia significa parlare soprattutto dei vivi, delle occasioni perdute, di chi avrebbe dovuto e potuto fare ma ha preferito voltarsi dall’altra parte: i rassegnati, gli ingenui, gli opportunisti, i furbi, gli smemorati. Claudio Fava - una vita trascorsa a guardare il potere mafioso negli occhi, prima come giornalista, poi come scrittore e politico - perlustra questa terra di mezzo, le infinite zone grigie della compiacenza che hanno imbavagliato l’antimafia e reso possibile, talvolta addirittura favorito, l’esistenza della mafia.

31 ottobre 2009

Paura di Volare [di Anna Terio]

Paura di volare. Personalmente, ho davvero paura di volare.Ogni volta che prendo un aereo devo fare i conti col fatto che il tragitto – breve o lungo che sia – mi procurerà uno scompenso fisico ed emotivo notevole. So bene che esistono milioni e milioni di altri individui a farmi compagnia in questo terrore: basta googlare “paura di volare”, e constatare quanti gruppi di supporto esistano.
Eppure neanche il sentirmi meno sola aiuta minimamente. Boarding pass e documento in mano. Non sono scaramantica, non ho posti preferiti in cui sedermi, nè fobia della prima o della seconda metà dei sedili, o dei posti centrali (la famosa storia ‘e se l’aereo si spezza’ etc..), o dei posti accanto al finestrino.
Il decollo. E’ il momento peggiore. Se potessi ogni volta fermare l’aereomobile in corsa lo farei, gli impedirei di staccarsi dalla pista. Vengo invasa e posseduta da un senso di non-controllo paralizzante. Tengo gli occhi chiusi, cerco di rilassarmi respirando, con la testa appoggiata, il corpo dritto e per quanto riesco non rigido, ma il mio stomaco si contorce come mai accade durante la vita quotidiana. Mi viene una sorta di risolino isterico. Comincio a domandarmi se non era meglio restare a casa, perché viaggiare, perché dar retta alla curiosità, perché mai rischiare così la vita, io che come tutti sono fatta per cam-mi-na-re, magari correre, ma piedi al suolo, passo dopo passo.
In volo. Ogni lucetta, rumore, suono, bip, ronzio, ogni passo un po’ più svelto lungo il corridoio, tutto mi appare allarmante. Tutto mi procura tachicardia. In qualsiasi espressione delle hostess o degli stewards mi sembra di cogliere agitazione o preoccupazione. E se sorridono plastici e formali sono certa lo facciano in realtà per mascherare professionalmente chissà quale codice rosso. Guardare film, leggere, mangiare o bere, sono tutte cose che riesco a fare ma solo senza una vera partecipazione: sono attività che impegnano solo lo strato superficiale del mio cervello o del mio corpo. Tutto il tempo non dimentico mai che sto volando. Non smetto mai di immaginare catastrofi. In caso di turbolenze, sono in vera crisi di panico. Arrivo a pregare, giuro, a dire tutte le preghiere che ricordo, o a dare del tu a Dio facendogli promesse su promesse.
L’atterraggio. Non importa quanto brusco sia il “tocco”: il sollievo che sento e la liberazione che provo nel ritrovare la terra non sono descrivibili, né paragonabili a nulla. Non ho paura di quella velocità finale pur rumorosissima, e neppure della frenata, perché ormai mi sento salva.
La verità è che secondo me, tutti hanno paura di volare. Semplicemente, perché l’uomo non è fatto per volare! Non è costruito per quello, non so se mi spiego, né fisicamente né tantomeno emotivamente. Io odio i disinvolti del vuoto perché secondo me fingono. Preferisco chi ripassa a memoria tutte le istruzioni d’emergenza prima di partire, a chi continua a leggere il suo quotidiano sbirciando ad ogni cambio pagina la hostess che fa la dimostrazione. C’è che dissimula meglio, o chi magari vola talmente spesso da aver familiarizzato con quel tipo di timore, ma davvero non credo che del timore stesso ci si possa sbarazzare del tutto. Non c’è Mille Miglia che tenga, insomma. Finti temerari dell’alta quota, siete stati smascherati.

30 ottobre 2009

Come vendicarsi di Villa Gadda [di Marco Belpoliti]

vorrei condividere con i miei lettori questo bellissimo articolo di Marco Belpoliti apparso di recente su www.nazioneindiana.com ; consiglio inoltre la lettura di un articolo a firma Enrico Flores sulla Villa della Cognizione anche se datato.

Piffete e puffete e “tu ne giungi felicemente a Breanza”. Sul treno, “ferrocarril” delle Ferrovie Nord, ci s’imbarca a Piazzale Cadorna, in Milano, direzione Asso, fermata Erba. Qui si scende per risalire su un autobus – allora non c’era – destinazione Longone al Segrino. Pochi minuti ancora, e si sbarca davanti alla più famosa casa della letteratura italiana del Novecento: Villa Gadda.

Un casone squadrato, appoggiato appena alla collina, con archi sul davanti, due grandi e due piccoli. Niente di particolare, anzi piuttosto ordinario, molto meno elegante dei villini, ville rustiche, chalets svizzeri e delle residenze liberty che nel medesimo periodo avevano invaso la zona, in cui veniva su la Villa in Brianza edificata da Francesco Gadda, con l’intento esplicito che i ragazzi “crescessero sani, vigorosi, allegri, sotto il portico; le logge fatte per aerare la casa, la terrazza per il fresco di sera, dopo il lavoro”.La Villa è oggi un condominio come altri, nonostante il parco intorno. E pensare che qui venivano in villeggiatura durante i periodi estivi i fratelli Gadda: Carlo, Clara e Enrico. In una memoria autobiografica dettata nel 1963, anno della Cognizione del dolore, Carlo Emilio, all’epoca settantenne, scriveva: “Suo padre costruì la fottuta casa di campagna di Longone nel 1899-1900 e questa strampalata casa gli rimase appiccicata fino al 1937. Panorama stupendo sui laghi brianzoli, Monte Resegone”. Strampalata perché costruita male, con criteri sballati, come si capisce dal romanzo che la vede protagonista. Il terrazzo è la cosa peggiore; ci si entra direttamente dalla strada, scrive nella Cognizione, attraverso “il piccolo giardino dietro casa, con il quale comunicava direttamente, dopo il solo ostacolo d’un gradino di serizzo”.Niente chiavistelli, cocci di bottiglia aguzzi, spranghe contro le tentazioni altrui. Fottuta perché a un certo punto il padre di Carlo Emilio muore – nel 1909 – e sulla casa gli eredi accendono un’ipoteca per restituire alla sorella di primo letto, Adele, la dote, così da costringere Carlo, capo della famiglia, a economie eccessive. Nel 1936 scrive a Gianfranco Contini: “la mia casa di campagna (…) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzole e villereccie di un mondo che è tramontato per sempre lasciandomi solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò”.La sua vendetta sarà appunto La cognizione, scritta e pubblicata in prima versione subito dopo, nel ‘38, e poi apparsa rivista e ampliata nel 1963 presso Einaudi. L’hidalgo Gonzalo Pirobutirro, sua controfigura, sarà la causa della morte della madre, personaggio centrale del romanzo, uccisa durante l’assedio della proprietà da parte degli uomini dell’Istituto di Vigilanza notturna, antesignani delle ronde padane attuali: unico tra i proprietari Gonzalo non ha voluto ricorrere alla loro protezione. L’assassinio della madre, oscuro episodio, è la vendetta di Carlo Emilio per interposta persona, dato che, come dicono i critici, tra la casa e la madre, nel romanzo non c’è alcuna differenza.
Se La cognizione non è stata scritta nella villa, dato che nel 1937, dopo la morte della madre vera, Gadda la cede all’avvocato Calabi della Banca Commerciale, che provvede subito a dividerla in appartamentini, con tipica azione immobiliare brianzola, è però sicuro che lì, nella casa di vacanze, sono stati redatti: un novella, poi diventata La madonna dei filosofi; La meccanica; Meditazione milanese, in buona parte; Racconto italiano di ignoto del novecento; e poi il lavoro intorno al Fulmine sul 220. Della sua planimetria, della disposizione delle stanze, dei tempi e modi di costruzione, rogito del terreno compreso, sappiamo tutto, o quasi, dato che gli studiosi di Gadda hanno messo mano alle mappe e ai reperti catastali per spiegare come il romanzo sia modellato sulla disposizione di stanze e piani della Villa in calce e mattoni.
Il tratto dominante della Cognizione è sicuramente il rancore che trapassa in un risentimento assoluto nei confronti della stessa Brianza, per quanto, in effetti, qui Carlo Emilio, ingegnere in congedo nell’anno sabbatico 1928-29, vi abbia scritto in modo furibondo e felice.
La casa di Longone è il suo buen ritiro, dove conserva i quaderni con gli abbozzi dei futuri racconti, e vi riceve gli amici scrittori: Bacchelli, Linati, Bonsanti. L’ossessione dei peones, ladri e ubriaconi, che raggirano la madre, nascondono frutti dei campi, viziosi e sporchi, è già presente nelle lettere degli anni Venti, dove sproloquia sul “contadiname a cui manteniamo una casa, mentre io devo lavorare come un cane e vivere al quarto piano in una camera fredda”, come scrive alla sorella Clara. Don Gonzalo è già presente nelle continue contumelie di Carlo, nelle definizioni delle donne bruttissime di Longone, che dicono “Car Signor” e “cara madonna” mentre vendono pere tisicuzze, e l’odio per i vizi umani trapassa ben presto al paesaggio e alla natura, sino ad un certo punto libere di difetti.La “mia privata privatissima personale proprietà” diventa fonte continua di dispiaceri che si concentrano nelle pagine dedicate alla figura della Madre di Pirobutirro, che il figlio umilia e picchia. Villa Gadda, in terra di Lukones, nome dato ai villani e ai nobili del paese comasco, diventa il “verme solitario di Longone, con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze”. Eppure, estinta l’ipoteca, venduta la casa, dopo aver salvato le vecchie carte lì riposte, Carlo Emilio scriverà al cugino Piero Gadda Conti di una “tristezza grande”, per cui “piango la mia vita perduta e tutte le cose profanate”. Di tutte le profanazioni autodistruttive e masochistiche, propellente eccellente della sua narrativa, insieme alle malinconie di cui si alimenta, alla pari dei suoi personaggi, il casone di Longone è il punto saliente, il culmine, il Resegone della sua esistenza. “Dolore e dolore, dolore sopra dolore”, scrive. Lì, non lontano dalla casa, sono sepolti il padre, il fratello, Enrico, il prediletto della famiglia, credeva Carlo, morto nel 1919 in volo nella guerra, e dal 1936, lei, la madre.Di tutto questo accumulo di sofferenze, malinconie e livori, oggi resta una casa bruttarella, tirata a lucido con tetto rifatto e gronde in rame, giochi di bambini sparsi all’intorno, campanelli piccoli borghesi, perfetta antesignana della successiva devastazione della Brianza: “Il cemento e la plastica e lo scatolame hanno coperto anche la terra di Lombardia, la verde Lombardia non è più. Viviamo in un tetro inferno, dovunque è arrivato il cosiddetto miracolo”. Era il 1964. Da allora niente si è più fermato.

Rustam Badasyan, classe 1991, è nuovo Ministro della Giustizia

E'  Rustam Badasyan il nuovo Ministro della Giustizia.  Su proposta del Primo Ministro Nikol Pashinyan, il Presidente della Re...

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